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Cultura
Dante non era antisemita

Una proposta di lettura della Divina Commedia

Si avvicina il 2021, anno di attese celebrazioni dantesche per i settecento anni dalla morte del poeta. La Divina Commedia è un testo enciclopedico che spazia dalla filosofia alla teologia, dalla geografia alla storia, cataloga le molte e spesso contraddittorie passioni dell’animo umano e si affida al ruolo guida della ragione e della fede. Non stupisce allora che anche gli ebrei siano presenti in più luoghi della mappa ultraterrena disegnata da Dante. Come non stupisce che alcuni dei passi in cui il poeta fa riferimento agli ebrei o all’ebraismo siano da secoli al centro del dibattito.

Dalla seconda metà dell’Ottocento, dopo l’Unità, lo studio della Divina Commedia, che prevedeva tra l’altro l’apprendimento a memoria di larghe sezioni del poema, ha svolto un ruolo rilevante nella costruzione identitaria degli italiani. A testimonianza dello spiccato interesse di molti ebrei italiani per Dante citeremo almeno alcuni fatti significativi. Risale al 1869 la pubblicazione della traduzione in ebraico biblico dell’Inferno da parte del rabbino triestino Saul Formiggini, che compilò anche versioni inedite delle altre due cantiche. Alcuni anni più tardi, nel 1893, veniva stampato a Casale Monferrato un breve studio di Flaminio Servi su Dante e gli ebrei. Il più importante autore ebreo del Novecento che medita costantemente su Dante, rielaborandone la lingua e i temi, è Primo Levi. In quasi ogni pagina di Se questo è un uomo affiorano espressioni e materiali danteschi, ma anche veri e propri motivi: dal Caronte traghettatore dei dannati verso il lager al capitolo sui sommersi e i salvati, su cui Levi tornerà a meditare molti anni più tardi nell’opera omonima, fino al canto di Ulisse, tra i momenti più alti della letteratura italiana del Novecento.

Ma in anni recenti c’è anche stato chi è insorto contro Dante, giungendo a proporre l’abolizione della Divina Commedia dai programmi scolastici perché testo antisemita, islamofobo, razzista. E’ il caso, nel 2012 approdato sulle pagine dei giornali, dell’associazione Gherush92, secondo cui il poema “calunnia il popolo ebraico”. La provocazione, come era da aspettarsi, dopo aver suscitato una levata di scudi sostanzialmente unanime a difesa dello studio del poema, è caduta nel vuoto. Molto più significativa e influente è invece la strumentalizzazione antisemita di passi danteschi decontestualizzati e distorti. Il caso più celebre è quello del verso “sì che ‘l Giudeo di voi tra voi non rida”, utilizzato come epigrafe dalla famigerata rivista “La Difesa della Razza” e citato ancora oggi come manifesto del presunto antisemitismo dantesco in numerosi siti e blog della galassia antiebraica che non meritano di essere citati. Ma su questo torneremo.

L’influenza della cultura ebraica su Dante è oggetto di discussione da alcuni anni. Tra gli autori che il poeta fiorentino avrebbe potuto conoscere meritano menzione almeno Maimonide, sicuramente tramite Tommaso d’Acquino ma forse non solo, e il mistico Abulafia, ma si tratta di ipotesi che la ricerca deve ancora definire e confermare. Quello che invece è certo è il ruolo della Bibbia come ipotesto della Divina Commedia. Di questa, naturalmente nella versione in latino di Girolamo, la Vulgata, nel poema sono state individuate circa mille citazioni, traduzioni o parafrasi. Si può quindi tranquillamente dire che sia proprio la Bibbia, più ancora dell’Eneide e di altri classici della letteratura latina, il riferimento costante di Dante. A titolo di esempio, il verso con cui comincia il poema, “Nel mezzo del cammin di nostra vita”, è una citazione da Isaia, che in 38.10 dice “Nel meriggio dei miei giorni andavo alle porte dello Sheòl”; e la stessa idea che il personaggio Dante cominci il viaggio a trentacinque anni, cioè a metà del corso della vita umana, proviene dal Salmo 90, in cui si spiega che “la durata della nostra vita è di settant’anni”. E così via, in quasi ogni terzina del poema.

Dante non conosceva l’ebraico, ma in alcuni passi notevoli riprende parole ebraiche. Nel Purgatorio (XI, 11-13), facendo la parafrasi della preghiera cristiana Padre nostro, fa rimare “osanna” con “cotidiana manna”, scegliendo una parola ebraica per indicare il “pane quotidiano” che salva (mentre è un’anti-manna la pioggia “eterna, maladetta, fredda e greve” che nel canto VI dell’Inferno punisce i golosi). Tra le molte interpretazioni delle oscure parole pronunciate da Pluto (Inf. VII, 1), “Papè Satàn, papè Satàn aleppe!”, incomprensibili a detta di molti esegeti, quella di Flaminio Servi che legge il testo in ebraico: Po po Satan, po po Satan aluf, cioè “qui qui Satan, qui qui Satan è principe”. All’inizio del canto VII del Paradiso (1-3), invocando il Dio degli eserciti, Dante intreccia invece parole ebraiche e latine e rima “sanctus Deus sabaòth” con “malacòth”.

C’è un luogo, nella geografia dantesca, che è strettamente imparentato con lo Sheòl dei salmi e dei profeti, oltre che con l’oltretomba visitata da Enea nel poema di Virgilio. Si tratta del Limbo, regione in cui risiedono le anime dei non cristiani virtuosi e dei bambini morti prima del battesimo. E’ un luogo triste ma senza le fiamme e il gelo dell’inferno vero e proprio. Qui Dante si discosta dalla teologia scolastica, suscitando la perplessità di molti commentatori antichi e anche di alcuni moderni, per i quali dovrebbe essere ovvio destinare gli infedeli alla pena dei sensi – le fiamme appunto – ed è inconcepibile unirli ai bambini non battezzati ma figli di cristiani. E invece nel Limbo dantesco incontriamo poeti classici e personaggi del mito, filosofi antichi e dotti musulmani contemporanei o quasi come Avicenna, Averroè e addirittura il Saladino, qui nient’affatto “feroce”. Soprattutto, il Limbo è il luogo del “primo parente” Adamo, di “Abel suo figlio” e Noè, di “Abraàm patriarca e David re”, Giacobbe e i suoi dodici figli, Rachele “e altri molti”. Tutti costoro sono stati tratti in Cielo, e infatti li incontreremo più avanti nel corso del viaggio nel Paradiso: sono stati “salvati”, spiega Virgilio a Dante utilizzando una parola che Primo Levi farà propria per sondare l’antropologia del lager.

I lemmi “ebrei” e “giudei” compaiono in diversi passi della Divina Commedia. Occorre chiarire innanzitutto che la distinzione terminologica è importante per Dante, come per i suoi contemporanei. Con “giudei” si indicano infatti i contemporanei di Gesù e gli appartenenti alle comunità ebraiche del medioevo; “ebrei” sono invece i personaggi di cui racconta quello che per Dante è l’Antico Testamento. In alcuni casi (Pur. IV, 83; Par. XXIX, 102) ebrei e giudei esprimono nozioni geografiche, a ulteriore testimonianza della centralità della Bibbia nell’orizzonte ideale che soggiace alla Commedia. Nel Paradiso (XXXII, 7-21) Bernardo di Chiaravalle mostra a Dante Rachele, Sara, Rebecca, Giuditta, Ruth. Sono le donne “ebree” (il termine compare in rima, dunque in posizione enfatica) dell’Antico Testamento, “salvate” insieme ai patriarchi come abbiamo visto spiegare nel Limbo.

Come abbiamo visto, in più occasioni a proposito di ebrei e giudei Dante si allontana dal pensiero teologico dominante al suo tempo. Ci sono però anche passi in cui, per rispondere alle anacronistiche accuse di antisemitismo, occorre contestualizzare guardando sia all’interezza del testo sia al contesto. Nell’Inferno (XXIII) Virgilio e Dante incontrano Caifa, capo del sinedrio ritenuto colpevole della condanna di Gesù. Siamo tra gli ipocriti e Caifa è crocifisso a terra e calpestato per aver consigliato “che convenìa porre un uom per lo popolo a’ martiri”, cioè di condannare un innocente ben sapendo della sua innocenza per convenienza politica. Questa decisione “fu per li Giudei mala sementa”: portò a conseguenze nefaste e innanzitutto, nella lettura di Dante, alla distruzione del Tempio da parte romana nel 70. Come ha sottolineato recentemente Lorenzo Bastida in un intervento organizzato dalla Fondazione Camis de Fonseca a Torino, qui e altrove nella Commedia Dante giudica sulla base di azioni, come la condanna di un innocente, e non dell’identità. Questo significa che nel poema non troviamo alcun ebreo contemporaneo condannato e, più in generale, alcun ebreo condannato in quanto ebreo. In un’opera ricca di invettive – contro Firenze, Pisa, i genovesi eccetera – gli strali di Dante non vengono indirizzati contro ebrei o giudei. Anche “Giuda Scariotto”, divorato da Lucifero nel punto più basso dell’Inferno, come Caifa paga un’azione – il tradimento di Gesù di cui raccontano i Vangeli – e non un’identità. La Giudecca è la quarta zona in cui si divide l’ultimo e il più terribile dei cerchi, quello dei traditori. Il nome deriva da Giuda Iscariota, non certo dalla tribù biblica di Giuda, anche se su questa ambiguità molti autori medievali e moderni hanno giocato per cercare di mostrare una ostilità antiebraica che in Dante è evidentemente assente. La “mala sementa” di cui Caifa è considerato responsabile torna nel Paradiso (VI, 91-93), dove Giustiniano, percorrendo la storia dell’impero romano, descrive la distruzione del Tempio quando “Tito a far vendetta corse de la vendetta del peccato antico”. Tito, in altre parole, è agente della volontà divina e la devastazione romana di Gerusalemme vendica la morte di Gesù, che a sua volta vendica il peccato originale (“antico”). A essere giudicati da Dante in un complesso quadro di teologia della storia sono comunque sempre gli episodi, non le identità.

“Se mala cupidigia altro vi grida, / uomini siate, e non pecore matte, / sì che ‘l Giudeo di voi tra voi non rida!” (Par. V, 79-81): concludiamo il nostro percorso attraverso la Commedia con la terzina che più spesso è stata ed è utilizzata per dimostrare un presunto pregiudizio di Dante contro gli ebrei. Sono versi ripresi dalla prima edizione italiana dei Protocolli dei Savi anziani di Sion (1921) e dalla “Difesa della Razza” (1938), oltre che da alcuni epigoni dei nostri giorni. E’ in realtà piuttosto semplice smontare questa lettura, che denota unicamente l’antisemitismo di chi non si fa scrupolo di manipolare e piegare il testo. Dante infatti fa parlare Beatrice, che nelle terzine immediatamente precedenti si rivolge non agli ebrei ma ai cristiani: “Siate, Cristiani, a muovervi più gravi: / non siate come penna ad ogni vento, / e non crediate ch’ogne acqua vi lavi. / Avete il vecchio e ‘l novo Testamento, / e ‘l pastor de la Chiesa che vi guida: / questo vi basti a vostro salvamento”. Per la salvezza dell’anima di un cristiano, in altre parole, è sufficiente seguire la Bibbia nelle sue due parti e la dottrina della Chiesa con serietà e rigore. Adesso, e solo adesso, arrivano i versi incriminati. Se, nonostante questo, una cattiva passione (“mala cupidigia”) vi spinge a operare diversamente, siate almeno uomini dotati di ragione e non animali irrazionali (“pecore matte”), altrimenti gli ebrei, che sanno queste cose e che vivono in mezzo a voi, di voi rideranno. Può forse sorprendere, ma gli ebrei, qui, vengono citati come esempio positivo. Con buona pace degli antisemiti moderni.

Giorgio Berruto
collaboratore
Cresciuto in mezzo agli olivi nell’entroterra ligure, dopo gli studi in filosofia e editoria a Pavia vive, lavora e insegna a Torino. Ama libri (ma solo quelli belli), musei, montagne

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