Cultura
Danze d’Israele

Immersione nel mondo delle danze popolari israeliane per mano di un’esperta, Sara Calzetti

Danze ebraiche o danze israeliane? Comincia qui il dialogo con Sara Calzetti, insegnante di danze popolari internazionali, specializzata in quelle ebraiche. La distinzione è obbligatoria quanto spontanea, almeno per me, profana spettatrice di questa espressione artistica, nel tentativo di definire di cosa stiamo parlando. Non solo perché l’aggettivo ebraico rimanda a un mondo vasto quanto quello diasporico, con tutte le infinite peculiarità dei diversi luoghi in cui gli ebrei si trovano a vivere, non solo perché, viceversa, parlare di danze israeliane significa individuare quelle nate nello stato d’Israele, ma anche perché non abbiamo a che fare con quello che abitualmente tratteggia le danze popolari: qualosa di codificato, fermo nel tempo che si ripete o si studia per conoscere le tradizioni di un popolo. Questa volta la danza popolare, che pure affonda le proprie radici in epoche antichissime, è materia viva, in continua evoluzione e sperimentazione.

La danza ebraica dunque confluisce in quella israeliana o, ancora di più, trova la sua realizzazione attuale in quella israeliana, almeno se parliamo di ebraicità: qual è il contenuto ebraico di queste danze popolari?  La questione fondante è identitaria e, esattamente come il dibattito sull’identità, è destinata a restare sempre aperta, come scrive  nel suo libro Elena Lea Bartolini De Angeli, Danza ebraica o danza israeliana?. Che poi precisa: “La domanda fondamentale resta la seguente: che cos’è la società israeliana? E di conseguenza: che cos’è la danza israeliana?”.

Per rispondere occorre andare nella Palestina mandataria. “La prima danza codificata come israeliana è datata 1924 “, spiega Sara Calzetti, “E da allora lo sforzo dei coreografi è stato quello di dare voce a un’espressione artistica che fosse peculiare di Israele”. Il repertorio classico, spiega Calzetti, arriva fino a qualche anno successivo alla fondazione dello stato, intorno ai primi anni 50. Su quei passi codificati si continua a lavorare creativamente, scegliendo anche musiche diverse, fino al pop attuale, a volte addirittura con un sound latino. Questa continua evoluzione è una peculiarità di queste danze? “Sì”, risponde Calzetti, “ora nel popolare di altra provenienza si comincia a sperimentare l’idea di coreografare. In Europa ad esempio la Rotterdam Dance Academy forma coreografi in danze popolari, molto preparati anche nella didattica, che, grazie a una profonda conoscenza delle tradizioni dei paesi che ognuno approfondisce è in grado di elaborare nuove coreografie con un senso. Ma nel villaggio naturalmente non sono ben accette: si vuole ballare la tradizione. Questo succede sempre, anche in ISraele ci sono correnti che vorrebbero conservare la tradizione, nel timore che si disperda e correnti che invece vedono nell’aspetto creativo ed evolutivo il futuro della danza popolare, destinata a non finire mai “.

Cosa significa coreografare una danza popolare?
“Significa conoscere molto bene la tradizione e i passi codificati per utilizzarli in una interpretazione contemporanea, magari anche su musiche diverse da quelle tradizionali, composte da gruppi neofolk per esempio. La musica è in effetti importantissima, a volte sono arrivata a credere che affinché si attivi il piacere in chi balla sia più importante del gesto, perché è universale. In Israele poi ci sono musiche con testi affascinanti, spesso sono opere letterarie musicate che creano un coinvolgimento notevole nei danzatori. Un esempio è la poesia di Leh Goldberg, Tre finestre: testo meraviglioso per coreografie meravigliose”.

Come diceva, si arriva fino alla musica pop. Funziona?
“Può funzionare molto bene, perché risulta coinvolgente e anche attraente per i giovani. Occorre distinguere però, perché in Israele c’è una sorta di bulimia per le danze, i danzatori chiedono continuamente cose nuove e in una serata tipicamente si comincia con le coreografie tradizionali, quelle degli anni 40, ma poi si viene travolti dalle nuove creazioni sia coreografiche sia musicali. In Europa invece c’è più il gusto di assaporare la stessa danza ripetendola più volte per impararla veramente, per farla propria”.

Quali sono le influenze principali delle danze israeliane?
“Le correnti sono tante, ma c’è sempre un po’ di Maghreb, arrivato in Israele con i coreografi della prima Alyiah, lo Yemen e la tradizione hassidica, anche se non è dominante”.

A proposito di hassidismo, quanto l’idea della gioia fa parte di questa esperienza?
“Bisogna fare delle precisazioni. La danza hassidica non è codificata, ma ci sono dei passi ricorrenti. La danza hassidica però vede una separazione tra uomini e donne che nelle danze israeliane non c’è, anzi, si danza tutti insieme in cerchio, dove si crea una comunicazione non verbale forte. Nelle danze hassidiche sono gli uomini ad eseguire le parti più vivaci e dinamiche, mentre le donne stanno sul posto e battono le mani o fanno piccoli passi in cerchio, ma l’esplosione, bellissima, di felicità attraverso i movimenti del corpo è solo degli uomini che saltano, si abbracciano, cantano ed emettono dei versi fra di loro. L’effetto è gioioso e malinconico insieme, come sono le preghiere, e la musica quasi sempre kletzmer è molto coinvolgente. La gioia però è propria del danzare: produce gioia farlo e attraverso la danza si ricorda sempre la vita”.

Chi sono i danzatori, oggi?
“Molto difficile dirlo, non ci sono dati precisi. Posso azzardare a dire che la maggior parte dei danzatori è intorno ai 50 anni di età, nell’Europa dell’est anche più giovani, sotto i 30 anni. In Israele la realtà è variegata anche se l’età media nei corsi più popolari è piuttosto alta, ci sono delle eccezioni, come ovunque. Spesso i giovani guardano alle danze popolari un po’ come in Italia guardiamo alla balera. Sono però molto diffusi su tutto il territorio i gruppi di spettacolo che presentano le danze popolari nei festival nazionali e all’estero in cui i danzatori sono soprattutto giovani. Si possono comunque trovare corsi settimanali anche molto specifici, come quello solo per le donne (si rivolge a quelle religiose che non possono ballare con gli uomini), solo di danze del passato, solo di danze in coppia, solo danze con musica moderna e così via”.

Oltre a Israele, quali sono gli stati in cui si praticano maggiormente le danze israeliane?
“L’Australia vanta i primi posti in classifica, probabilmente gli Stati Uniti e il Sud America sono i paesi in cui si danza di più. In Europa principalmente ci sono importanti associazioni in Francia, Inghilterra, in Italia”.

Parliamo di lei, a chi insegna le danze d’Israele?
“Alle mie lezioni partecipano mediamente persone sui 50 anni, non so cosa li accomuni, sicuramente c’è una componente legata all’incontro e anche di curiosità verso la cultura ebraica. Spesso infatti ci sono partecipanti degli ambienti cattolici che arrivano alle danze dai canti e dalla lettura del testo biblico. Il fatto di danzare in cerchio, come dicevo, rende molto facile le relazioni. Queste danze non si fanno per imitazione come invece accade facilmente in altre danze popolari perché sono un pochino più complesse. Ma non troppo: si imparano facilmente e quello sforzo iniziale viene restituito in fretta, regalando grande soddisfazione a chi vi si avvicina. E inaftti succede quasi sempre che poi non si smette mai più. Ho fatto dei seminari in passato in cui dopo le lezioni le persone restavano a danzare tutta la notte! E questo, ancora una volta, grazie al cerchio che mette in circolo la gioia che suscita la danza, le emozioni dei diversi contenuti proposti e permette ai partecipanti di abbassare la guardia e l’ansia da prestazione. E questo crea una comunicazione fortissima. Infatti io uso la danza anche con i più piccoli”.

Ovvero?
“Porto i progetti nelle scuole di ogni ordine e grado, dove propongo danze popolari di diverse parti del mondo, con le loro musiche e le loro canzoni e quelle ebraiche non possono mancare. I bambini imparano subito le canzoni a memoria, anche se non conoscono le parole e il linguaggio corporeo diventa strumento molto interessante per il dialogo interculturale. In Israele c’è chi fa questo lavoro nelle scuole primarie per i bambini arabi e per i bambini ebrei portando agli uni le tradizioni degli altri. La mia insegnante del corso per istruttori di danze di Israele, Yael Yaakobi fa questo tipo di lavoro e ha riscontrato risultati molto interessanti nella predisposizione al dialogo. Dove l’identità è ben definita, sostiene lei, è più semplice aprirsi agli altri ed è per questo che secondo lei è importante che nella scuola primaria ognuno segua l’educazione relativa alle proprie tradizioni culturali: è un elemento identitario forte, non c’è confusione su chi si è dunque si può essere aperti e curiosi verso l’altro. Il suo lavoro è quello di far gioccare i bambini con il  linguaggio, con le parole e con il corpo, coinvolgendo anche le maestre, che si trovano a muoversi nella dimensione pubblica in un modo molto diverso dalle loro abitudini. Vivere questi esperimenti è un’esperienza molto profonda, sia per chi insegna sia per chi pratica”.

Forse è questa dimensione che la avvicina all’altra sua professione di insegnante del metodo Feldenkrais?
“Se c’è un tratto comune tra le due esperienze è proprio quello di essere presenti a se stessi. Di essere un corpo-mente che in quel momento si muove nello spazio in un detrminato modo, ponendo attenzione al movimento sempre alla ricerca del bello. Per dare gioia, per creare gioia”.

Sara Calzetti lavora a Parma e dintorni. Sul suo sito trovate tutte le informazioni

Micol De Pas

È nata a Milano nel 1973. Giornalista, autrice, spesso ghostwriter, lavora per il web e diverse testate cartacee.


1 Commento:

  1. Intervista bellissima, chiara nei dettagli e coinvolgente. Viene voglia di esplorare subito questo mondo! Grazie Sara Calzetti!


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