Cultura
Di chi è Anne Frank? Le risposte di Cynthia Ozick

Contro spettacolarizzazioni, indebite appropriazioni e facili santificazioni del Diario. Contro tutto ciò che rende possibile l’amnesia collettiva sulla Shoah

Con il titolo Di chi è Anne Frank? esce per La Nave di Teseo un ragionamento della scrittrice Cynthia Ozick sul celebre Diario. Il testo, fedele traduzione dell’articolo pubblicato nel 1997 su The Newyorker, è una pugnalata. Contro chi lo ha definito “una canzone per la vita”, contro chi lo ha santificato e mistificato. Contro la banalità, del bene (di chi ne ha voluto fare un simbolo) e del male (di chi lo ha strumentalizzato). Con la sua consuenta forza, Ozick propone un ragionamento tagliente e profondo, una ferita necessaria per ripensare cos’è, cos’è stato e cosa possa essere in futuro il Diario di Anne Frank. Ma ci si arriva da una strada meno consueta, sicuramente più scomoda, cercando di rispondere alla domanda iniziale: di chi è Anne Frank? Vi proponiamo un estratto.

Ma c’è qualcosa che scava più in pro­fondità della commemorazione: il pensiero dell’identificazione. Identificarsi con è di­venire quello che non si è, divenire quello che non si è significa usurpare, usurpare significa impadronirsi – e, a questo punto, mezzo secolo dopo che Miep Gies ritrovò le pagine sparpagliate del Diario, di chi è dav­vero Anne Frank? Chi può parlare per lei? Suo padre, che, dopo aver letto il Diario e confessato di “non conoscerla”, andò avanti a ripeterci quello che credeva lei intendesse dire? Meyer Levin, che pretendeva di essere la sua autentica voce – così tanto da osare pa­ragonare il rifiuto del suo lavoro (la riduzione teatrale del Diario, ndr), per quanto ignobilmente motivato, con l’annichilimen­to dell’Olocausto? Hellman, Bloomgarden, Kanin, (rispettivamente la prima al lavoro per la nuova versione della riduzione teatrale, produttore e regista gli altri, ndr) le cui interpretazioni si aggrappano a un’ideologia collettiva di interscambiabilità umana? (Nel ridurre il significato dell’ele­mento ebraico, Kanin aveva asserito che “le persone hanno sofferto per essere inglesi, francesi, tedesche, italiane, etiopi, mussul­mane, di colore e così via” – come se que­sta non fosse la principale ragione per com­prendere e circoscrivere ogni storia). E Cara Wilson e i “bambini del mondo”, che hanno ridotto la persecuzione di un popolo alle turbe dell’adolescenza?

Tutte queste appropriazioni, volgarmente personali o ideologicamente costruite, elo­giative o denigratorie, hanno contribuito a trasformare Anne Frank in un bene di con­sumo. Non c’è nessun’altra versione autoriz­zata al di fuori del Diario stesso, e persino la sua autenticità è stata messa in discussione dall’industria negazionista – in parte costola dell’industria di Anne Frank – che lo etichet­ta come un falso. Una delle accuse è che lo ab­bia scritto lo stesso Otto Frank, per fare soldi. (Volgarità come queste resero necessaria la pubblicazione, nel 1986, di un’edizione cri­tica dell’Istituto Olandese per la Documen­tazione di Guerra, che includeva una prova forense della calligrafia e dell’inchiostro – un volume difensivo e perciò doloroso).

Nessun’opera teatrale può essere giudi­cata interamente da ciò che è scritto sulla pagina; un’opera ha un potere evocativo che va oltre le parole. Ciononostante, il testo de­gli Hackett (gli autori dello spettacolo che infine venne prodotto, ndr) letto oggi, è in tutto e per tut­to un prodotto della Hollywood degli anni Cinquanta, convenzionale e ben fatto, che alterna un ritmo comico a scene di tensione, una storia d’amore a quella di un furto, sag­gezza a buffoneria. La scrittura è professio­nale e mediocre, non dissimile da quella di molto teatro commerciale contemporaneo. Tuttavia, questa è l’opera che ha elettrizza­to spettatori di ogni dove, divenendo poi un film deferente e robotico, che – molto più del Diario – ha inventato il mondo di Anne Frank. È stato lo spettacolo o è stata l’epoca?

(…)

Venerdì 4 agosto 1944, il giorno dell’ar­resto, Miep Gies salì le scale fino al nascon­diglio e lo trovò devastato. Il piccolo grup­po preso a bersaglio era stato tradito da un informatore pagato sette fiorini e mezzo – circa un dollaro – per persona: sessanta fio­rini in tutto. Miep Gies raccolse i fogli che riconobbe appartenere ad Anne e li ripose, senza leggerli, nel cassetto della scrivania. Lì, il Diario rimase intoccato fino a quando Otto Frank non tornò da Auschwitz. “Avrei dovuto leggerlo” disse lei più tardi, “avrei dovuto bruciare il Diario perché sarebbe stato troppo pericoloso per le persone di cui Anne aveva scritto.” Fu Miep Gies – l’i­nusuale eroina di questa storia, una donna profondamente buona, una salvatrice che era riuscita nel suo scopo – a proteggere un insostituibile capolavoro. Potrebbe essere sconvolgente da immaginare (sono sconvol­ta io stessa, mentre lo penso), ma potremmo figurarci un destino ancora più salvifico: il Diario di Anne Frank bruciato, estinto, per­duto, salvato da un mondo che ne ha fatto qualsiasi cosa, qualcuna buona, sorvolando sulla smisurata verità del male in esso nomi­nato e contenuto.

Note:

Cara Wilson, allora dodicenne venne invitata dalla 20th Century Fox per un provino per interpretare Anne Frank nel progetto di trasformare il Diario in un film. Non ottenne la parte ma iniziò una una corrispondenza con Otto Frank, il padre di Anne. La loro divenne una lunga amicizia e le lettere confluiranno poi nel libro Love, Otto. Per Ozick quelle lettere sono un esempio di “appropriazione spudorata” sotto forma di identificazione. “Mi identificavo così profon­damente con questa espressiva ragazza della mia età, da farmi quasi pensare di essere di­ventata lei”, ha scritto la Wilson. E su quali somiglianze – commenta Ozick – Wilson basa il suo acuto senso di identificazione con questa ragazzina perseguitata e nascosta?

Cynthia Ozick, Di chi è Anne Frank?, La Nave di Teseo, traduzione di Chiara Spaziani, 80 pp, 7 euro

Micol De Pas
Web content manager

Giornalista, autrice, scrive per il web e alcune testate del gruppo Mondadori.


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