Cultura Cinema
“Duel”: l’uomo e la modernità

Suggerimenti di lettura del film di Spielberg nel suo 50esimo anniversario

David Mann (Dennis Weaver) viaggia per lavoro, sulla sua Plymouth Valiant rossa, in quella regione desertica della California che sfiora quasi l’oceano e poi si allunga a est e a sud verso l’Arizona e la frontiera con il Messico. Le strade sono vuote, rari gli alberi, i punti di rifornimento e ristoro non molto frequenti. David Mann, come recita il suo stesso nome, è un uomo qualunque, senza qualità e caratteristiche peculiari: semplicemente l’uomo, un volto nella folla estratto dalla moltitudine e trasferito, solo, nel deserto. Ed è qui, lungo strade che sembrano infinite, che comincia la sfida tra l’uomo e la macchina, rappresentata da una spaventosa autocisterna killer.

Duel è un film girato per la televisione americana nel 1971, esattamente cinquanta anni fa, da un promettente regista allora ventiquattrenne, Steven Spielberg, al suo primo lavoro davvero importante. Il successo del film determina l’avvio di una straordinaria carriera e di un nuovo modo di fare cinema, definito talvolta pop cinema, ma conduce anche alla decisione di far uscire la pellicola, in una versione sensibilmente più lunga, nelle sale statunitensi. La semplice sceneggiatura di Richard Matheson, già autore del soggetto originale, è ritoccata da alcuni suggerimenti dello stesso Spielberg, tra cui l’idea di non dare un nome al conducente dell’autocisterna. Matheson, in un’intervista successiva, racconta di aver avuto l’idea il 22 novembre 1963, il giorno dell’assassinio di J.F. Kennedy, non solo lancinante ferita nel corpo di una nazione ma anche cesura profonda nella cultura a stelle e strisce. Le riprese vengono effettuate in appena tredici giorni e il montaggio è ultimato dopo poco più di un mese dall’inizio della produzione, comprimendo al minimo i costi e stabilendo un vero e proprio record di velocità.

Nonostante il titolo possa suggerirlo, Duel non narra di un autentico duello, bensì di una implacabile caccia all’uomo in cui David Mann è la preda designata della grande autocisterna, vecchia e arrugginita ma dal motore particolarmente potente. Lo svolgimento della vicenda sta tutto in questo inseguimento, connotato da una tensione fortissima e costante; solamente nel finale, allorché al protagonista non rimane altro che la forza della disperazione, la dinamica muta in vero e proprio duello. David Mann è un uomo qualunque, è l’uomo nudo, inerme. Chi è allora il suo terribile avversario, quel gigante minaccioso che colpisce senza un motivo apparente? Del conducente dell’autocisterna non vediamo mai il volto e non conosciamo il nome: anonimo e invisibile nemico, egli si identifica in tutto e per tutto con il potente mezzo che guida, strumento che trascende i propri fini, ovvero i propri limiti, e si trasforma in autentico personaggio. La macchina è finalmente autonoma dal suo creatore, non più strumento nelle mani dell’uomo ma suo antagonista e persecutore. È la macchina il mostro, i fanali occhi di vetro senza palpebre, il viso una protuberanza inespressiva protesa in avanti con cieca ostinazione.

Eppure l’autocisterna, negazione dell’umanità, è guidata da un uomo, un uomo in carne e ossa la cui forza sta proprio nella mancanza di un volto, che è superficie indifesa e aperta all’altro per eccellenza. La sua debolezza, simmetricamente, è di non poter mostrare il suo viso umano, davvero troppo umano, e infatti fugge quando David cerca di scoprirne l’identità andandogli incontro. Egli ha scelto di farsi strumento dello strumento, ovvero della macchina di distruzione e annientamento dell’altro uomo: percepiamo qui gli echi lontani, e tuttavia distintamente avvertibili, delle più immani sciagure del Novecento. Soltanto quando si volterà e guarderà il mostro, affrontandone il viso senza volto, soltanto allora il piccolo David vincerà il gigante Golia.

L’uomo, Mann in tedesco, si chiama infatti David, come il re simbolo del popolo ebraico, ed è braccato da una macchina senza volto dallo sguardo fisso e immoto, letteralmente disumano. Sembra un male irrazionale, incomprensibile con il solo intelletto, anche se noi sappiamo che c’è un uomo alla guida dell’autocisterna come c’erano uomini dietro il progetto, largamente ma non completamente realizzato, di cancellare l’ebraismo attraverso l’eliminazione fisica degli ebrei durante la Shoah.

Nello stesso tempo, e più in generale, Duel mette in scena lo scontro tra l’uomo e la sua più grande e spaventosa creatura, la modernità, o meglio la ribellione di questa contro il suo artefice, un tema centrale anche nel successivo Blade Runner di Ridley Scott. Come ha scritto il filosofo Günther Anders, tedesco ed ebreo, l’uomo è antiquato, soverchiato da quella civiltà meccanica che ha messo in moto ma che ormai procede autonomamente e gli si rivolge contro in una nemesi abbagliante e rivelatoria, cioè apocalittica. E tuttavia non dobbiamo dimenticare che per Spielberg non si tratta di un processo irreversibile, con l’uomo che attingendo alle proprie risorse di intelligenza e astuzia è ancora in grado di vincere la macchina, il grande avversario che si staglia alla fine del (secondo) millennio.

Vogliamo accennare a un’altra possibile chiave di lettura. L’autocisterna è la morte che viene a prendere il commesso viaggiatore, il quale però si ostina a voler vivere e fugge l’implacabile inseguitrice. Alla circolarità discendente che si stringe a imbuto delle tavole sinottiche dell’inferno dantesco si sostituiscono le strade lunghe a perdita d’occhio del Grande paese, forma moderna di una nuova catabasi. I posti di ristoro lungo la strada sono luoghi solo all’apparenza sicuri, frequentati da camionisti di passaggio disinteressati ai drammi altrui che sghignazzano come i demoni nelle bolgie della Divina commedia. Se l’incontro con la morte è raffigurato da Ingmar Bergman nel Settimo sigillo come una partita a scacchi, Spielberg lo rappresenta con un inseguimento.

Giorgio Berruto
collaboratore
Cresciuto in mezzo agli olivi nell’entroterra ligure, dopo gli studi in filosofia e editoria a Pavia vive, lavora e insegna a Torino. Ama libri (ma solo quelli belli), musei, montagne

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