Cultura
Edith Bruck e Nelo Risi, una storia d’amore senza tempo

In libreria “Ti lascio dormire”, lunga lettera di Edith a Nelo dopo la sua scomparsa, scritta per rivedere la Storia, per capire le ragioni della loro unione, per amore. Semplicemente

“La mia era la gabbia di un sopravvissuto, che non può essere altro né nella società né a casa propria, né al lavoro (a parte la scrittura): tutto ciò che ho fatto è stata una fuga bella e faticosa, dovuta anche alle necessità economiche.
A me sopravvissuta, testimone, che ha sempre temuto di aver detto e scritto troppo, non è stato chiesto nient’altro. Neanche per te sono mai stata una bella donna-corpo, ma una bocca parlante, una mente pensante, una moglie da non poter lasciare, una bimba-orfana con la quale poter pranzare ogni giorno e alla quale dare la buonanotte ogni sera quando stavi nel tuo studio solitario. “Non sono come tu mi vorresti”, dicevi spesso, “ma gli opposti si attraggono. Non sentirti infelice e non credere che io stia meglio di te, sii indulgente con me, tesoro, luce, sole della mia vita, io sono fatto a modo mio”. Parole magiche per me che non sono mai stata per nessuno luce né sole, nata già grande in un mondo misero, in una casa rifugio per gli ebrei circondati dai cuori inariditi della propaganda nazifascista, di pietra soprattutto quelli dei giovani che sfogavano la loro nullità su di noi. A mio fratello spaccarono la testa”.

Le parole sono di Edith Bruck, scrittrice, poetessa, giornalista, testimone preziosa della sua prigionia ad Auschwitz, Dachau, Bergen Belsen. L’interlocutore è Nelo Risi, suo marito, scomparso dopo una lunga malattia. E questa lettera d’amore e morte, bellissima, profonda e sincera, è un doppio viaggio, quello nella loro vita a due e quello nell’assenza del presente, di una nuova solitudine colmata – una volta di più – dalle parole. Dalla scrittura, compagna fedele di Bruck da quella fuga che l’ha condotta in Italia per sceglierla come terra in cui vivere adottandone la lingua (invece del suo ungherese). Così in una sorta di flusso di coscienza organizzato, in un inanellarsi di pensieri e ricordi, Edith scrive a Nelo per dialogare ancora un po’ con lui anche se non c’è più. E intanto scorre il film della loro vita di coppia, quella professionale, le loro paure, i loro vissuti, la loro forza… ma soprattutto, il loro amore. Incrollabile, tenero, dolce, violento, passionale, accudente, totalizzante… Amore, semplicemente.

E questa semplicità colpisce, tiene agganciato il lettore in un viaggio lungo una vita, attraverso le riflessioni dell’autrice, i commenti da lei riportati di Nelo Risi e le poesie. Già, perché ci sono anche quelle. Come Dietro il tuo sguardo, scritta da Edith per la morte di Giulia, la madre di Nelo, “L’unica fine civile a cui abbia mai assistito, mi sembrava straordinaria, bella come se il mondo intero avesse cessato di respirare”, spiega Bruck. Che poi ritorna al suo presente, alla sua fragilità in questa rinnovata solitudine (“Cercavi anche di insegnarmi a vivere da sola, ma senza riuscirci. Io non posso né voglio vivere da sola (…) sono un animale sociale e socievole”), che teme non la vecchiaia, ma la perdita della memoria: “Se la perdo, perdo tutto e tutti” e qualche pagina dopo, rivolta al marito: “Al contrario di me, tu temevi anche la memoria, lo so, mentre io la coltivo come un orto dove crescono cose spinose che fanno male, sì, ma anche fiori di patate come nell’orticello di mia madre”.

Memoria, dolore ma anche rifugio, che forse spinge Bruck a scrivere al marito appena dopo la sua scomparsa. “Non so perché, ma per la prima volta mi siedo davanti alla mia vecchia Olivetti per scriverti. Quante cose ci sono rimaste da dire e quante ne resteranno! Un’enormità, nonostante i sessant’anni vicini che non sono bastati, non a me almeno, per essere liberi di dire. E di nuovo quel pensiero, quella riflessione sulla propria tragica esperienza: forse era meglio non dire? Forse non farlo avrebbe lasciato spazio alla leggerezza? Forse non parlare di Auschwitz non avrebbe “danneggiato la mia immagine di ragazza bella e attraente e tacendo avrei forse suscitato più desiderio”. Domande atroci che trovano risposte nella realtà del vivere: “I miei racconti facevano affiorare l’incancellabile risentimento verso il mondo intero e la rabbia impotente per ieri e per oggi, per sempe, come la frase incisa nella mia fede di platino”. Se lui era tutto per lei, madre, padre, lingua, patria, famiglia, lei lo era per lui, riso e lacrime, “un’eterna bambina vecchia pronta alla gioia per poco e alla tristezza per tutto”.

Edith Bruck, Ti lascio dormire, La nave di Teseo, pp 125, 15 euro

Micol De Pas

È nata a Milano nel 1973. Giornalista, autrice, spesso ghostwriter, lavora per il web e diverse testate cartacee.


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