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Elezioni Ucei, la parola alla candidata romana Livia Ottolenghi

La lista Menorah si racconta

Livia Ottelenghi è già impegnata nel cosnsiglio della Comunità di Roma e nell’Ucei con il ruolo di assessore all’educazione e ai giovani per il consiglio dell’Ucei. Con la sua lista, Menorah, si candida anche a questo mandato. Abbiamo parlato con lei di Ucei, di futuro e di giovani.

Chi rappresenta e chi deve rappresentare oggi l’Ucei?
“L’Ucei rappresenta l’ebraismo nella sua configurazione tradizionale che oggettivamente rappresenta in toto una piccola comunità: 25mila persone in tutta Italia! Mi piacerebbe considerare l’Ucei nel suo promuovere attività per una comunità ebraica italiana diffusa sul territorio. Per statuto, l’Ucei rappresenta la tradizione dell’ebraismo italiano, che è ortodossa, ma ha il dovere di essere aperta  e dialogante con tutti”.

I numeri sono bassi e siamo di fronte a uno spopolamento delle comunità. Cosa si potrebbe fare per arrestarlo o meglio ancora invertire la rotta?
“Calo demografico e spopolamento sono un trend del paese. Per quanto riguarda le comunità, le cause vanno rintracciate in parte nella denatalità, in parte nella disaffezione, un allontanamento dovuto a un progressivo calo del coinvolgimento o in molti casi da matrimoni misti. Le comunità devono fare di tutto per non perdere gli iscritti e l’Ucei deve privilegiare progetti intercomunitari per promuovere momenti di incontro, occasioni di conoscenza che creino legami tra le persone. Perché sono i legami con gli altri e con l’ambiente che creano affezione, che fanno, in altre parole, rimanere nella comunità”.

Tre cose urgenti da fare in Ucei?
“Ritrovare il piacere di promuovere e partecipare ad attività in presenza; affrontare le nuove emergenze che sono sorte dalla crisi, sia a sostegno di persone che si trovano in grande difficoltà economica sia di coloro che subiscono disagi psichici dovuti al prolungato isolamento cui siamo stati sottoposti negli ultimi due anni. Questi elementi serviranno anche per stabilire nuove priorità nell’agenda di Ucei”.

Quale ruolo deve avere il rabbinato in Ucei?
“Per la mia esperienza posso dire che i rabbini, nel loro ruolo di guida, hanno avuto anche in questa pandemia la capacità di dare grande stabilità alla comunità: mantengono dritta la barra. Il loro è un ruolo di riferimento, rappresentano il mondo rabbinico e la realtà religiosa di cui si compone necessariamente ogni comunità, quindi credo che debbano avere spazio esattamente come le altre componenti: il problema oggi è sanare le divisioni interne e dare voce alle diverse anime dell’ebraismo italiano”.

Parliamo di come Ucei si rapporta all’esterno. Quali sono le istanze da portare avanti?
“C’è la necessità di diffondere la cultura ebraica nel paese perché sia conosciuta e rispettata. La conoscenza è un’arma per combattere l’antisemitismo che va affrontato anche in relazione alla definizione messa a punto dall’IHRA. Viste le preoccupanti manifestazioni di antisemitismo a tutti i livelli, è sempre più necessaria una assunzione di responsabilità da parte dello stato nella lotta contro l’antisemitismo e nella difesa delle comunità ebraiche. Ma è importante che Ucei riaffermi questa necessità. E mi sembra ci siano orecchie pronte ad ascoltarla”.

L’Europa va in questa direzione, almeno stando alla Strategia per combattere l’antisemitismo.
“Esatto. E l’Unione può intervenire politicamente e culturalmente. Le piccole comunità diffuse sul territorio sono preziose in questo perché possono diventare territorio di conoscenza reciproca”.

Quali sono i rapporti tra Ucei e la Chiesa?
“Il dialogo ebraico-cristiano è molto rodato a questo punto e ci sono campi di interfaccia interessanti perché attraverso attività congiunte è possibile arrivare a pubblici specifici, come gli studenti delle scuole cattoliche, e smontare pregiudizi antichi ma ancora presenti”.

I giovani possono avere un ruolo importante?
“I giovani sono fondamentali. E L’Ucei deve investire maggiormente su di loro, anche in senso finanziario per supportare le loro iniziative. Lo fa già, ma rispetto alla media europea è poco”.

Micol De Pas

È nata a Milano nel 1973. Giornalista, autrice, spesso ghostwriter, lavora per il web e diverse testate cartacee.


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