L'agenda di Joi
Hebraica
Ester, ovvero del nascondersi e rivelarsi

Analisi identitaria della festa di Purim

Il libro di Ester chiude il canone biblico ebraico. Per questo motivo, secondo il midrash, la protagonista si chiama Ester, cioè Venere: “Come la stella del mattino spande la sua luce quando tutte le altre non brillano più, poco prima che sorga il sole, così la regina Ester getta con le sue opere un raggio di luce sull’ora più cupa della storia ebraica” (Louis Ginzberg, Le leggende degli ebrei VI, Adelphi).

Quando più si fa buio, tanto più siamo in grado di vedere brillare le stelle. La megillà di Ester, il rotolo che gli ebrei leggono e ascoltano ogni anno a Purim, racconta di una comunità ebraica dispersa e assimilata nella Persia del re Assuero, dominatore di un impero che, esteso per centoventisette province, è rappresentazione del cosmo. Gli ebrei vivono lontani dalla Terra di Israele, che nel racconto non viene neanche menzionata; si tratta di lontananza non solo geografica, ma anche intima, perché Israele non emerge neanche come luogo della nostalgia o meta a cui si desidera tornare. La stessa protagonista della megillà, secondo il Targum Ester, rispondendo alle domande del re afferma di non conoscere il proprio popolo e la propria famiglia “perché ho perso i genitori quand’ero piccolissima”. Ester “non aveva alcun contatto con i figli d’Israele e rischiava persino di dimenticare quando cadeva il Sabato” e così, prosegue il Targum, “decise di dare alle sue sette damigelle dei nomi che scandissero il passare del tempo”. La vicenda di Purim è una storia di oscurità i cui episodi sembrano scanditi da confusione e caos. In essa non c’è posto, apparentemente, per i disegni divini e l’assenza scandalosa di Dio ne fa una parabola esemplare della condizione ebraica che nella modernità, come vedremo, sarà spesso presa a modello. Perfino il nome di Dio non compare nel testo, mentre a rinvigorire l’idea di una serie di eventi governati dal caso concorre la parola stessa Purim, cioè sorti. La storia ebraica e l’esistenza degli ebrei, sembra suggerire la megillà, sono un lancio di dadi.

C’è un passo del Deuteronomio/Devarim (31,18) in cui, secondo il Talmud, affiora un riferimento implicito a Ester: “Io continuerò a nascondere il mio volto in quel giorno”. Ester è dunque colei che è nascosta e nello stesso tempo colei che nasconde, e il nascondimento della regina di Persia allude a quello di un Dio che si ritira dalla storia e tace. Il primo passo della Torà in cui compare il termine ester è Genesi (4,14), in cui Caino, dopo avere ucciso Abele, dice a Dio “sarò nascosto alla tua presenza”. Con l’uccisione del fratello Caino muove in direzione del disfacimento, dell’indistinzione, del caos originario e dell’oscurità da cui Dio ha tratto il mondo dividendo luce e tenebre; nonostante questo la pena che deve pagare è l’esilio e non la morte. Caos, esilio, oscurità: ritroviamo qui gli elementi da cui prende il via la storia di Purim.

Numerosi midrashim riportano un secondo nome di Ester, Hadassah, che significa mirto, una pianta le cui bacche malgrado il profumo amabile hanno sapore amaro: così Ester è amabile con il popolo ebraico, aspra con Aman e i suoi figli che pianificano lo sterminio dei figli d’Israele. Secondo Louis Ginzberg il midrash sottolinea l’eloquenza del nome Ester, colei che nasconde ed è nascosta, per tre motivi: Ester è “una donna che sapeva mantenere un segreto e che per lungo tempo tenne nascoste al re e a tutta la corte sia la propria identità sia la propria fede. Lei stessa peraltro era stata per anni nascosta in casa dello zio, al riparo dagli occhi indagatori delle spie del re. Ma soprattutto Ester era la luce nascosta che all’improvviso brilla sulla tenebra che avvolge Israele”.

Il midrash compie un evidente sforzo per cercare di giustificare il matrimonio di Ester con un non ebreo potente e ricco, peraltro dopo aver partecipato a un concorso di bellezza. La risposta è che Dio avrebbe spinto Ester a diventare regina di Persia per salvare Israele da un pericolo incombente. In questo modo la tradizione riesce anche a inserire nella vicenda l’intervento di Dio, grande assente nella megillà, e a dare spiegazione dell’esigenza, da parte di Ester, di celare la propria identità. Rivelare quello che è nascosto è anche un compito che attende chi si avvicina in ogni epoca alla storia di Ester. Secondo rav Roberto Della Rocca (Con lo sguardo alla luna, Giuntina), “l’abilità, la forza di Israele consiste nel saper srotolare questo rotolo, dipanare la matassa: potremmo dire nel saper meghillare ester, cioè svelare il nascosto, sollevare il velo del nascondimento, saper leggere dietro la maschera dell’apparenza e restituire un significato autentico al volto che si nasconde dietro la maschera”. Le maschere: non a caso, è uso indossarne a Purim.

Purim, come Pesach, si fonda su un racconto di oppressione e liberazione. Nella Haggadà di Pesach, il testo che viene letto durante il seder per narrare l’uscita dall’Egitto, il protagonista indiscusso è Dio con i miracoli, non certo Mosè che viene messo in secondo piano. Nella storia di Purim, al contrario, è Ester la protagonista di una vicenda pienamente inserita nella quotidianità della convivenza umana, che non comprende miracoli e si svolge invece all’insegna di confusione, casualità, fortuna e anche, come ben sappiamo, ingiustizia e persecuzione. Nella megillà dallo stato iniziale di confusione si sviluppa un percorso per la riconquista dell’unità di un popolo disperso nell’assimilazione, nel tentativo di riguadagnare un’identità individuale e soprattutto collettiva che in larga parte è perduta.

Più volte nella storia agli ebrei è sembrato di rivivere la storia di Ester. Momenti di persecuzione o esilio in cui l’assenza di Dio dal mondo è parsa a molti particolarmente evidente, e allora Purim è diventato paradigma della condizione ebraica. In Europa centrale e orientale in età moderna si sono diffusi i Purimspiele, le recite di Purim di cui in alcuni casi conserviamo i testi. Un Purimspiel particolare è l’opera teatrale di Elie Wiesel Il processo di Shamgorod (Giuntina), esempio tipico della lettura di eventi contemporanei attraverso la vicenda di Ester e Aman. Siamo nel 1648 in uno sperduto villaggio dell’Europa orientale quando, nel giorno di Purim, arriva una compagnia di attori girovaghi per rappresentare la storia della megillà di fronte alla comunità ebraica. Ma la comunità, distrutta da un pogrom, non esiste più. Comincia lo stesso la recita, Purimspiel che contiene un altro Purimspiel che a propria volta diventa presto un processo a Dio, colpevole di rimanere in silenzio di fronte allo sterminio. Wiesel pensa a Auschwitz quando mette a tema l’eclissi di Dio. La senescenza e il ritiro di Dio dal mondo compaiono anche nelle parole che il midrash mette in bocca al crudele Aman: “Il Dio che ha affogato il Faraone nel mare e che ha fatto tutti i miracoli, dato tutti i segni che avete enumerato, quel Dio è ormai anziano, non ci vede più, non li protegge più”. Nabucodonosor, continua Aman, ha distrutto il Tempio e disperso il suo popolo, non è questa la prova schiacciante della sua impotenza?

Anche nella cultura ebraica sefardita la storia di Ester è un modello ricorrente. Per secoli sono state composte e recitate coplas de Purim, composizioni poetiche per celebrare la festa. E’ però particolarmente interessante soffermarsi sulla tradizione del digiuno di Ester, che nella megillà premette il rovesciamento delle sorti e, attraverso il pentimento, consente il ritorno da un esilio che, come abbiamo visto, non è soltanto e neanche in primo luogo geografico. Il digiuno di Ester è stato inserito nel calendario ebraico per preparare alla festa di Purim, anche se oggi è poco noto e praticato. Era invece molto sentito dai criptogiudei sefarditi, detti anche con disprezzo marrani, coloro cioè che all’inizio dell’età moderna vennero convertiti a forza al cristianesimo in Spagna e Portogallo. I convertiti costretti a nascondere il proprio ebraismo per evitare di cadere nelle braccia dell’Inquisizione riuscirono spesso a tramandare per decenni e talvolta per secoli, di generazione in generazione, questo digiuno, a volte addirittura prolungandolo per tre giorni. Il digiuno di Ester, e non un altro: perché è meno noto di altri momenti del calendario ebraico in cui la sorveglianza dell’Inquisizione cresceva, ma soprattutto per l’identificazione degli ebrei convertiti con la violenza con Ester, la regina che nasconde la propria identità. I criptogiudei sentivano di vivere nel nascondimento, nel segreto, nell’assimilazione e riuscirono a conservare la pratica del digiuno molto più a lungo di quanto fecero con la stessa festa di Purim. In questo modo affermavano in privato, unica dimensione di libertà che parzialmente loro rimaneva, un’identità sempre più flebile, e nello stesso tempo espiavano per una conversione che avvertivano come colpa schiacciante. La tragica storia dei criptogiudei, diversamente da quella di Purim, non ha avuto di solito un esito di liberazione: troppo avverse le condizioni di isolamento e paura, troppi i secoli trascorsi, troppo stretta sul volto la maschera imposta, al punto da sostituire definitivamente il volto. A testimoniare l’incontro, spesso traumatico, tra comunità ebraiche e cristianesimo esiste ancora il testo di una Cansoun d’Esther in giudeoprovenzale, secondo Liliana Treves Alcalay (Melodie di un esilio, Giuntina) ispirata da drammi liturgici cristiani. Sono sopravvissute perfino notizie di una Santa Esther, punto di intersezione tra un ebraismo voluto ma nascosto e il culto cristiano.

Nella vicenda di Ester narrata a Purim emerge la diversità degli ebrei, che questi lo vogliano o no, nelle parole e nelle azioni degli antisemiti. Il popolo “disseminato ma distinto” nelle centoventisette province dell’immenso impero per salvare se stesso sceglie la strada in salita dell’antiassimilazione e, soltanto in questo modo, riesce a resistere anche fisicamente ai persecutori. Secondo il midrash, Ester chiese ai saggi di inserire nel canone il libro con la sua storia. Il Talmud restituisce la discussione in merito e riporta una iniziale opposizione all’inclusione della megillà, racconto tardivo e da cui per di più Dio è assente. Ester allora suggerì che la liberazione dalla persecuzione di Aman fosse niente altro che un episodio moderno della guerra contro Amalec, l’oppressore e ingiusto per definizione di cui Aman sarebbe discendente. L’argomento di Ester sembrò ai saggi convincente.

Giorgio Berruto
collaboratore
Cresciuto in mezzo agli olivi nell’entroterra ligure, dopo gli studi in filosofia e editoria a Pavia vive, lavora e insegna a Torino. Ama libri (ma solo quelli belli), musei, montagne

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