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Cultura
Fred Stein: Dresda – Parigi – New York

Il mondo del grande fotografo tedesco in mostra ad Amsterdm

Parigi, Marais, tre bambini giocano di fronte a un negozio con la scritta in yiddish friseur, barbiere, uno tiene in mano una bambola. Altro scatto. Due ebrei all’apparenza tradizionalisti, probabilmente osservanti, discutono camminando per strada, uno porta la barba lunga; dietro di loro, sullo sfondo, una parete coperta da manifesti degli ultimi film usciti nelle sale tra cui spicca una grande locandina di Tempi moderni di Charlie Chaplin.

Fred Stein, figlio di un rabbino, era un giovane avvocato quando nel 1933 Hitler sale al potere in Germania. Con la moglie Lilo va allora in Francia, si tratta in teoria del viaggio di nozze ma è di fatto una fuga. Fred e Lilo portano con sé il regalo che insieme si sono fatti, una Leica da 35 mm di seconda mano. Ma a Parigi la vita non è facile per un immigrato, tanto più se si tratta di un tedesco e di un ebreo, e di professare l’avvocatura non si parla nemmeno. Meglio frequentare i circoli antifascisti degli espatriati da mezza Europa, dove la presenza ebraica è massiccia e le idee umanitarie e socialiste diffuse. Nella Parigi degli esuli Fred Stein ha l’intuizione che cambierà la sua vita: scattare fotografie, trasformando quello che era un hobby in vero e proprio lavoro.

Fred Stein è uno dei grandi protagonisti della fotografia del Novecento. Nato nel 1909 a Dresda nella Germania del secondo impero, muore nel 1967, quando si comincia a discutere se la fotografia sia o no un’arte, quando in ogni caso una mostra di fotografia presso un importante museo, a differenza di quanto accade oggi, era fatto inusuale. Stein, morto troppo presto, è stato a lungo dimenticato e solo nell’ultima decina di anni, grazie all’impegno del figlio Peter, che ha seguito le orme del padre coniugando però alla fotografia il cinema, è stato riscoperto. Il primo museo importante a dedicare una retrospettiva all’opera fotografica di Stein è stato nel 2013 il Museo ebraico di Berlino, che ha allestito un percorso attraverso 130 suoi scatti; attualmente e fino al 7 novembre la mostra, rinnovata e ampliata fino a raggiungere le 200 fotografie, è ospitata in un altro dei principali musei ebraici d’Europa, quello di Amsterdam.

All’inaugurazione della mostra a Berlino il figlio Peter ha detto che il suo impegno perché l’opera del padre sia conosciuta e apprezzata è anche un modo per ringraziarlo dopo tanti anni per averlo appassionato al mondo delle immagini. “Mio padre leggeva due o tre libri alla settimana”, racconta, “quando non era impegnato a scattare fotografie potevi essere sicuro di trovarlo da qualche parte a leggere”. Nei circoli internazionali di Parigi Stein si fa presto conoscere come fotografo freelance. Nei suoi scatti affiora senza falsi timori l’afflato umanitario dell’artista, emergono con chiarezza gli intenti sociali e politici nella particolare attenzione verso l’universo degli umili, degli abitanti delle periferie, delle persone senza fissa dimora, degli immigrati. La povera gente che viene dall’Europa centrale e orientale oppure dal mondo cristallizzato delle campagne e si accalca nei sobborghi della grande città viene ritratta, come nei film di Bresson, senza alcuno spirito elegiaco, semplicemente per quella che è, mostrando i volti, i gesti e le abitudini della quotidianità. Gli ebrei del Marais sono cittadini di questo mondo e Stein spesso li ritrae.

Fred Stein, Front Populaire, Paris 1936 © Fred Stein Archive

Un secondo grande segmento della sua opera è dedicato a raffigurare la città moderna: le luci e le ombre, le strade affollate, la metropolitana, i giardini del Luxembourg, la fiumana dei passanti sui marciapiedi ripresi dall’alto. Stein, quando fotografa la città – Parigi negli anni trenta e poi New York – guarda spesso a modelli del Bauhaus con la loro lirica di linee e superfici architettoniche nello spazio. Mentre fotografa la povera gente e la città, aderisce inoltre al programma politicoculturale del Fronte popolare, che con la guida di Léon Blum vince le elezioni nel giugno 1936 suscitando in Francia una doppia ondata di speranze e timori contrapposti. Nella breve ma eccezionalmente densa stagione del Fronte popolare Stein fotografa le manifestazioni organizzate dal governo contro la guerra e il nazionalismo bellicista, documenta i comizi di Blum e gli scioperi nelle officine Renault di Boulogne-Billancourt. Pochi mesi dopo scoppia la guerra civile in Spagna e allora il legittimo governo repubblicano gli commissiona un reportage sui bambini spagnoli rifugiati in Francia, che verrà impiegato per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica e raccogliere fondi da usare in progetti umanitari e nella lotta contro il fascismo.

Fred Stein, Le reve, Paris 1934 © Fred Stein Archive

Non manca poi la ritrattistica. A Parigi scatta fotografie agli intellettuali emigrati che frequenta, come Arthur Koestler e Klaus Mann, Gerda Taro e Bertolt Brecht, Tristan Tzara, Anna Seghers e Arnold Zweig, ma anche a francesi come Le Corbusier e Malraux. E’ amico del giovane Willy Brandt, che tanti anni più tardi diventerà cancelliere della Repubblica federale tedesca, e quando nel 1937 la ventiseienne Gerda Taro muore in Spagna travolta da un carro armato durante un bombardamento tedesco consegna al compagno di lei, Robert Capa, le fotografie con cui l’aveva ritratta.

Il 1° settembre 1939 scoppia la seconda guerra mondiale e Fred Stein viene internato perché di origine tedesca. Rilasciato nel giugno del 1940, quando l’esercito francese è ormai in disfacimento, riesce a raggiungere la Francia del sud, che per il momento non è occupata militarmente dai tedeschi. Nel 1941, in modo avventuroso e rocambolesco, riesce a raggiungere New York. Fred e Lilo, come tanti altri ebrei scampati al genocidio in corso in Europa, si stabiliscono a Manhattan, nell’Upper West Side, in una casa sulla 145° strada. Devono cominciare nuovamente da zero, ed è impressionante constatare come la storia già vissuta a Parigi si ripeta passo dopo passo. Stein trova lavoro per la rivista “Aufbau”, di immigrati ebrei tedeschi, e fa quello che meglio gli riesce, cioè fotografa la città e le persone che la abitano e le danno vita. È interessante confrontare gli scatti con cui raffigura Manhattan sotto la neve, il ponte di Brooklyn, la metropolitana con le foto scattate dieci anni prima a Parigi.

Fred Stein, Little Italy, New York 1943 © Fred Stein Archive

Riconosciuto maestro delle immagini di città, spesso gli vengono commissionati calendari sul tema. E poi ci sono le persone, come un’anziana signora seduta su una panchina a riposare, la testa coperta con un quotidiano yiddish, oppure un gruppo di donne a Little Italy. Attraverso istantanee di passanti che sfogliano il giornale si percorrono episodi della guerra come la battaglia delle Midway e la resa dell’Italia nel settembre 1943. Ma soprattutto, anche a New York come a Parigi non manca la povera gente, i sciuscià che lucidano scarpe, pompieri in azione durante un incendio, venditori ambulanti, le manifestazioni con i classici cartelli in tante lingue dall’inglese all’italiano allo yiddish e naturalmente gli ebrei dell’Upper West Side. E poi, ancora come a Parigi quando ritraeva gli orfani della guerra di Spagna, ci sono i bambini, bambini che giocano nelle strade, bambini nei parchi, tanti bambini neri affacciati alle finestre delle case di Haarlem.

Albert Einstein, Princeton, New Jersey 1946 © Fred Stein Archive

Anche a New York Stein si conferma grande ritrattista. Suoi sono alcuni degli scatti più celebri con cui sono entrati nell’immaginario collettivo protagonisti come Hannah Arendt, Thomas Mann, Marc Chagall, Arnold Schönberg, Marlene Dietrich, ma anche David Ben Gurion, Isaac B. Singer, Allen Ginsberg. Perfezionando l’arte già praticata sulle rive della Senna, Stein spesso sembra catturare qualcosa che va oltre l’ufficialità del personaggio. Il figlio Peter racconta che Albert Einstein non amava essere fotografato, ma accettò per aiutare Stein, che sapeva essere come lui ebreo tedesco rifugiato. Con l’assistente avevano concordato un tempo limitato, ma quando dopo dieci minuti questi si affacciò alla porta dello studio, Einstein lo pregò di lasciarli continuare. “Stette con Einstein due ore, scattando centinaia di fotografie”.

Fred Stein: Dresda – Parigi – New York, Jewish Cultural Quarter, Amsterdam, fino al 7 novembre

 

Giorgio Berruto
collaboratore
Cresciuto in mezzo agli olivi nell’entroterra ligure, dopo gli studi in filosofia e editoria a Pavia vive, lavora e insegna a Torino. Ama libri (ma solo quelli belli), musei, montagne

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