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Cultura
Giorno della memoria, tre libri per bambini

Come raccontare la Shoah ai più piccoli

Una delle sfide culturali e editoriali degli ultimi anni che hanno a che fare con la memoria della Shoah è senza dubbio il racconto ai bambini e ai ragazzi della persecuzione dei diritti prima, e delle vite poi, degli ebrei d’Europa. La presenza in ogni libreria di testi sulla Shoah che si rivolgono a chi ha appena imparato a leggere e a chi frequenta le scuole elementari e medie, d’altra parte, fino a non molti anni fa era impensabile con l’eccezione di pochi testi, tra cui il Diario di Anne Frank, che comunque non si rivolge ai più piccoli. A curiosare tra gli scaffali delle librerie nel 2020, invece, si trovano con relativa facilità libri per ragazzi e bambini e spesso, almeno nelle settimane che precedono il 27 gennaio, piccole sezioni, espositori o interi scaffali dedicati all’argomento. Inutile dire che si tratta in buona misura di una conseguenza dell’istituzione della Giornata della memoria, che ha segnato una nuova epoca nella percezione della Shoah, almeno in Italia, e ha permesso la moltiplicazione delle iniziative sul tema. Tra le recenti pubblicazioni, meritano attenzione particolare Una bambina e basta raccontata agli altri bambini e basta, Nonno Terremoto. Un bambino nel 1938, La stella di Andra e Tati.

 

Una bambina e basta raccontata agli altri bambini e basta

Il romanzo con cui Lia Levi ha esordito, Una bambina e basta (e/o 1994), nel corso degli anni è diventato un best seller adottato dalle scuole per raccontare la persecuzione degli ebrei e la Shoah in Italia. L’autrice, di origine piemontese ma trapiantata a Roma da una vita, ha narrato la propria vicenda di bambina nell’Italia delle leggi razziste, della guerra e della deportazione. Nei venticinque anni successivi alla pubblicazione ha intensificato gli interventi nelle scuole, diventando figura di riferimento per la trasmissione della memoria in Italia, e con Questa sera è già domani (e/o 2018) ha rielaborato la storia durante gli anni della persecuzione del marito Luciano Tas, giornalista e saggista scomparso nel 2014.

Da pochi giorni è in libreria Una bambina e basta raccontata agli altri bambini e basta (HarperCollins), un volumetto in cui Lia Levi ha riscritto la storia contenuta nel testo con cui si è affermata come narratrice. La differenza rispetto al libro del 1994 è chiarita fin dal titolo: adesso Lia si rivolge ai bambini (e basta), allora ai ragazzi più maturi degli ultimi anni delle elementari e a quelli delle medie. Alla chiarezza e alla facilità di lettura si accompagnano le illustrazioni di Sosia Dzierzawska, semplici ma non banali.

Se tutti i libri di Lia Levi sono riconoscibili per una scrittura limpida e fresca, mai involuta, in questo testo la chiarezza è a maggior ragione cercata e trovata per consentire al messaggio di raggiungere i destinatari. La narrazione è costellata di domande: “Indovinate chi viene a trovarci almeno una volta alla settimana?”, “Ricordate quante volte i grandi dicevano: ‘La fine della guerra è sempre più vicina’?”, “Che ne dite?”, “Avete capito?”. Sono tutte domande che introducono a quella fondamentale che aleggia sull’intero libro: perché l’esclusione? Qui e là tra le pagine, per chiarire i passaggi decisivi o meno evidenti, oppure comportamenti apparentemente discutibili dei protagonisti, compaiono inserti in cui la scrittrice si rivolge ai lettori bambini mettendo in campo la distanza anagrafica e da adulta ricca di esperienza, per un breve tratto, indica loro la strada. Si ritira però quasi subito per lasciare spazio alla protagonista, Lia bambina.

Lia Levi non descrive la morte, la devastazione, lo sterminio ma la quotidianità e l’interruzione della quotidianità. La storia che racconta non finisce in Polonia o in Germania, ma è imperniata sull’esperienza di chi da un giorno all’altro è privato dei diritti, come gli ebrei italiani dal 1938, e perseguitato.

Nonno Terremoto. Un bambino nel 1938

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Anche Nonno Terremoto. Un bambino nel 1938, pubblicato a fine 2019 da Einaudi Ragazzi, si concentra sull’inizio del percorso che termina a Auschwitz, le leggi razziste contro gli ebrei decretate dal fascismo italiano, per poi saltare alla fine del percorso: Asuchwitz e i campi della morte.

Nonno Terremoto, scritto da Fulvia Alidori e Daniele Susini e illustrato da Angelo Ruta, si rivolge ai bambini più piccoli. Fondamentali le immagini, che in molte pagine riproducono i personaggi del Corriere dei Piccoli che appassionano il protagonista, dal Signor Bonaventura a Sor Pampurio a Marmittone. La storia si ispira all’infanzia di rav Luciano Caro e di Cesare Finzi, che nella postfazione chiariscono l’importanza di portare la testimonianza nelle scuole per non perdere, ma soprattutto per rinnovare, la memoria. Il libro, come quello di Lia Levi, descrive all’inizio una situazione di quotidianità: l’uovo sbattuto con lo zucchero che la mamma prepara ogni mattina, i giochi con gli altri bambini, la passione per il calcio e il mitico allenatore del Bologna Arpad Weisz “che tremare il mondo fa”. Poi, nell’autunno del 1938, la rottura inattesa dell’equilibrio con la legislazione razzista antiebraica. Si cominciano a sentire sempre più spesso parole incomprensibili come “esclusione” e “razza”, si leggono cartelli con scritto “vietato l’ingresso ai cani e agli ebrei”, anche l’ebreo Weisz non allena più. Infine, il 15 novembre, la cacciata dalla scuola: “La tristezza mi prende, non rido più, non sono più come gli altri bambini”.

La storia si interrompe e, con un salto in avanti, porta alla fine del percorso: campi della morte, fili spinati, bambini donne e uomini trasformati in numeri che a volte ritornano e a volte no. In una seconda postfazione Gadi Luzzatto Voghera, direttore del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC) sottolinea la continuità tra i provvedimenti che nel 1938 inaugurano la persecuzione, e di cui l’esclusione dalle scuole è momento decisivo, e l’epilogo nei campi di sterminio. Il CDEC, che non a caso ha collaborato alla realizzazione di questo libro, da anni è impegnato nella ricerca sulle responsabilità italiane durante la Shoah e nella comunicazione dei risultati. Anche grazie a una serie di pubblicazioni recenti, tra cui merita menzione I carnefici italiani di Simon Levis Sullam (Feltrinelli 2015), il mito dell’italiano buono negli anni della Shoah è stato messo in discussione e valutato per quello che è, un mito appunto. Nonno Terremoto si muove nella stessa direzione.

 

La stella di Andra e Tati

È Pesach a casa Bucci, a Fiume. Ci sono le sorelle Andra e Tati, la mamma, la nonna, i parenti. “Tutto era normale, almeno fino al giorno in cui tutto cambiò”. Anche nella Stella di Andra e Tati (DeAgostini) la tranquilla normalità viene rotta all’improvviso quando in negozio non si può più entrare e i divieti si accumulano e si sommano fino a formare una valanga. La nuova edizione del volume, uscita a gennaio 2020, contiene un’inedita prefazione delle protagoniste Andra e Tatiana Bucci. Le immagini, di grande impatto emotivo, sono tratte dal film di animazione omonimo, prodotto da Rai Ragazzi e Larcadarte in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e con la regia di Alessandro Belli e Rosalba Vitellaro, che con Alessandra Viola firma anche il testo del volume. La vasta risonanza del film, il primo di animazione in grado di raccontare la Shoah attraverso gli occhi di due bambine di quattro e sei anni, ha portato quasi inevitabilmente alla decisione di restituire la storia anche su carta.

Arrivano i tedeschi. “Schnell! Veloci!”, gridano, mentre Andra e Tati vengono avviate alla deportazione prima ancora di capire che cosa stia accadendo. L’incomprensione della situazione è una delle cifre del libro; le bambine sono troppo piccole per capire fino in fondo che cosa sta succedendo e mamma Mira, finché può, fa di tutto per proteggerle. Una volta, ad Auschwitz, riesce perfino ad andare a trovarle nel Kinderblok, la baracca dove vivono i pochi bambini che non vengono uccisi subito, all’arrivo. Le sorelle quasi non la riconoscono, emaciata e sporca com’è, ma la mamma fa in tempo a dire loro: “Mi raccomando. Non vi separate mai!”. Andra e Tati si assomigliano ed è forse il fatto di essere reputate gemelle a salvarle; nel Kinderblok sono detenuti infatti i bambini destinati agli esperimenti del dottor Mengele.

A Auschwitz entrano circa duecentomila bambini e solo cinquanta sopravvivono. Andra e Tati sono tra questi pochissimi, il cugino Sergio con cui erano state deportate no. Alla liberazione del campo, il 27 gennaio 1945, le sorelle vengono trasferite in orfanotrofio a Praga, poi in Inghilterra a Lingfield prima di rientrare in Italia dove le aspetta la mamma, anche lei sopravvissuta. Sono seguiti, per Andra e Tati, anni di incubi notturni e angoscia, ma anche di crescente consapevolezza di quanto sia importante portare a altri la propria testimonianza. Da tempo accompagnano scolaresche nei viaggi della memoria perché, queste le loro parole, “nei cuori e nelle menti dei più giovani risiede ogni speranza che quel che è stato non si ripeta”.

 

 

Giorgio Berruto
collaboratore
Cresciuto in mezzo agli olivi nell’entroterra ligure, dopo gli studi in filosofia e editoria a Pavia vive, lavora e insegna a Torino. Ama libri (ma solo quelli belli), musei, montagne

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