L'agenda di Joi
Hebraica
Giuditta, eroina dimenticata di Hanukkah

L’eroismo femminile, tra modelli antichi e riscritture contemporanee

La festa di Hanukkah (letteralmente, dedicazione) estende le proprie radici mitologiche fino ai grovigli politico-religiosi della Palestina del II secondo a.C. In particolare, nella rivolta di Giuda Maccabeo e dei suoi fratelli per ridedicare il Tempio di Gerusalemme al culto di YHWH dopo che il sovrano seleucide Antioco IV Epifane vi aveva installato un altare a Giove. Si tratta di una leggenda epica fatta di gesta eroiche dal potenziale machista (si pensi al nome Maccabi che accompagna molte associazioni sportive di matrice sionista), con un tocco sovrannaturale a cementare la pietas religiosa (il miracolo della scorta di olio per la menorah del Tempio durata per otto giorni anziché uno soltanto). Ma, nel corso della storia culturale ebraica, i Maccabei, sacerdoti devoti e guerrieri alla bisogna, non sono stati gli unici eroi della mitologia di Hanukkah. Inaspettatamente, e a macchia di leopardo, una donna altrettanto eroica è stata al centro della rievocazione di Hanukkah: parliamo di Giuditta.

Nonostante il nome eloquente (Yehudit, ossia giudea nel senso di donna abitante la Giudea), Giuditta non è un personaggio tecnicamente biblico come invece altri protagonisti delle feste ebraiche (su tutti, Ester per Purim). Come pure per i Maccabei, il libro dove è narrata la vicenda di Giuditta è infatti trasmesso in lingua greca e, per questo, è entrato a far parte dell’antico testamento cristiano (nella traduzione detta dei Settanta) ma non della Bibbia ebraica, la TaNaKh. Certo, i cosiddetti testi apocrifi furono prodotti da circoli intellettuali ebraici nei complicati secoli a cavallo della nascita di Cristo. Tuttavia, nel corso dei primi secoli dell’era volgare, ovvero all’epoca di istituzionalizzazione rabbinica della religione ebraica, questi apocrifi finirono esclusi, per ragioni di lingua o contenuto, dal canone ebraico, ossia dal corpus di testi considerati sacri e papabili all’uso liturgico.

E così accadde per il libro di Giuditta. Che riscuoterà invece eccezionale fortuna nella successiva cultura cristiana. Il suo nome richiama immediatamente la grazia crudele del broncio della giovinetta assassina del dipinto di Caravaggio, o la fermezza iperrealistica dell’eroina di Artemisia Gentileschi. Un archetipo facile alla lettura freudiana – l’indifesa seduttrice che con un pesante spadone recide la testa al tiranno – che per secoli ha esercitato fascinazione nell’immaginario artistico e letterario. Ma nell’immaginario ebraico? Ebbene, la figura di Giuditta possiede, in effetti, troppo potenziale mitico per venire – ancora una volta freudianamente – rimossa del tutto. A partire dal medioevo, infatti, Giuditta comincerà a riapparire nella letteratura ebraica, soprattutto in quella prodotta per celebrare Hanukkah. Non solo Giuda Maccabeo dunque: Giuditta, come una novella Ester, si farà spazio come nume tutelare della festa delle luci.

Ci è arrivato un numero limitato ma significativo di testi su Giuditta. Uno dei più antichi, dell’XI secolo, è un poema alfabetico del rabbi francese Yosef bar Solomon di Carcassonne (Odekha Ki Anafta Bi, Grazie per aver ritratto la tua ira) di cui abbiamo anche eleganti e vivide illustrazioni miniate in stile gotico. Un altro testo notevole è un Rotolo di Giuditta (Megillat Yehudit) “da leggersi a Hanukkah”, conservato in un manoscritto provenzale datato 1402 della Biblioteca Bodleiana di Oxford. I personaggi e gli intrecci di quest’opera risultano non poco moderni, pur giocando a distanza con i modelli stilistici e narrativi della Bibbia. Il racconto è infatti strutturato come un patchwork di versetti biblici ebraici preesistenti, riadattati a compilare una storia nuova (che si distanzia in vari aspetti dalla classica versione cristiana di Giuditta). Una storia intessuta di giochi di potere, crimini di guerra e squilibri di genere che non lesina crudezza nell’inscenare misfatti cavallereschi.
In questa versione siamo in una Gerusalemme assediata da un duca orientale, prono a paranoia politica, mitomania religiosa e bulimia sessuale. La sua immediata istituzione di uno ius primae noctis (per cui ogni donna vergine dovrà essere carnalmente conosciuta dal sovrano prima che dal futuro marito) provoca sconcerto e disperazione nella popolazione ebraica, al punto che un prode cittadino angosciato deciderà di assassinare il duca piuttosto che consegnargli la verginità della sorella. Cosicché il fratello del re assassinato, Aliforni (resa ebraica di Oloferne), muoverà guerra contro Gerusalemme per vendicare il regicidio con ancor più tremendi crimini militari. E qui entra in scena, a metà racconto, Giuditta:

Tre giorni dopo, una donna di stirpe profetica di nome Yehudit lanciò un grido di prece al Signore, digiunando in supplica: “Ti prego, Signore, che fai mercé a migliaia! Ricorda la devozione leale di Davide!”. Così ottenne lo spirito del Signore, che serbò nel cuore. Disse al guardiano della città: “Aprimi le porte, chissà che il Signore sia con me e ci salvi dal nemico al più presto”. Il guardiano rispose: “Cos’è questa fretta di uscire? Non starai forse andando a consegnarti da Aliforni al campo, ad amoreggiare? A fare la puttana?”. Yehudit disse: “Mi sono purgata l’anima col digiuno e ho versato le mie parole al Signore. Lasciami andare: è tempo di agire per Lui”.

Asceticamente impassibile ma anche oggettivamente bellissima, Yehudit fa innamorare all’istante Aliforni di “una libidine grande … una passione sensuale”. Il piano ha successo e, al banchetto bandito in suo onore, Yehudit serve ad Aliforni degli stuzzichini al formaggio (precursori dei latkes di Hanukkah). E Aliforni mangia e beve. Beve molto:

Una volta sinceratasi che Aliforni fosse sbronzo, riverso a terra e senza nessuno intorno, Yehudit si alzò in piedi. Rivolse i palmi al cielo e disse: “Ti prego, Signore, dalla vinta alla tua servitrice, oggi. Che io mi salvi con le mie stesse mani”. Afferrò la spada, si avvicinò quatta – lui stava ancora dormendo. Sollevò entrambe le braccia e lo colpì in testa, lo ferì a morte. Poi lo decapitò e nascose il capo mozzato tra i vestiti.

Yehudit non ha una forza sovrumana. È una donna plausibilmente esile che mette a segno il colpo non senza fatica muscolare. Possiede però superpoteri profetici (lo spirito del Signore custodito nel cuore) e il suo rapporto preferenziale con Dio assicurerà la vittoria finale dei gerosolimitani contro gli invasori. Dopo la morte del caudillo,

Il Signore stordì gli uomini di Aliforni con un boato che li scaraventò a terra e uccise all’istante … e quel giorno gli Israeliti tornarono felici e gioirono di tutto quanto di bene ci ha fatto Dio.

Il lieto fine arriva dopo la montagna russa di un racconto a tratti brutale ma, per questa ragione, verosimile agli orecchi del suo pubblico. L’exploit della letteratura ebraica su Giuditta coincide infatti con l’epoca delle crociate, un periodo in cui le comunità ebraiche in Europa non erano estranee a minacce e rappresaglie da parte degli zeloti cristiani fomentati dalle missioni di riconquista della terra santa.
E va ricordato che la fruizione di questa letteratura differiva da quella libresca di oggi, dove la lettura è un diletto privato e silenzioso. Testi come il Rotolo di Giuditta erano concepiti per essere declamati e ascoltati durante la celebrazione familiare di Hanukkah. A testimonianza dell’aspetto pratico ed esperienziale di questa letteratura abbiamo infatti l’oggettistica devozionale (un lato spesso bistratto della cultura che non è meno importante dei testi). Così molte hanukkiot (lampade a otto lumini di Hanukkah) dei secoli XVI-XIX sono decorate proprio con il fermo-immagine della scena clou della storia di Giuditta: l’eroina vittoriosa che brandisce con una mano la sciabola e con l’altra la testa decapitata del nemico.

La presenza di Giuditta nella cultura ebraica è periferica ma nondimeno importante per riflettere sul nostro rapporto con gli archetipi narrativi, soprattutto quando essi riguardano l’annoso e sovraesposto tema dei ruoli di genere. Giuditta è la classica protagonista-femminile-forte tanto invocata dalle narrazioni contemporanee, siano esse letterarie o cinematografiche. E però Giuditta porta con sé un bagaglio assai scomodo per la nostra sensibilità: Giuditta è violenta. Che la sua violenza sia giusta non semplifica le cose. La violenza di Giuditta è politica perché volta a un bene sì comune ma comunque partigiano, con il quale è più difficile empatizzare rispetto, ad esempio, a un movente biografico di vendetta personale.
La donna come agente di violenza politicizzata sembra essere un rimosso culturale dell’ultimo secolo e mezzo. Basti pensare a come, artisticamente, le Giuditte caravaggesche abbiano progressivamente lasciato il posto di protagonista biblica tosta alle Salomé di Aubrey Beardsley e Alla Nazimova, di Carmelo Bene e Ken Russell. E Salomé è mandante – non esecutrice materiale – di una decapitazione. In tempi più recenti, qualche Giuditta contemporanea ha fatto capolino grazie al revival dei sottogeneri cinematografici dell’exploitation e del rape-and-revenge. È il caso dell’ammazza-nazisti Shoshanna Dreyfus in Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino (2009) o della terrorista femminista Cassie Thomas in Una donna promettente di Emerald Fennell (2020). La prima, Shoshanna, scampata a un rastrellamento nella campagna francese, è una redentrice (e martire) ebraica che mette a punto una trappola mortale per l’establishment nazista, assurto a maschera del male assoluto anche nell’universo fantastorico del film. La seconda, Cassie, è una donna di oggi che fa della vendetta sulla mentalità patriarcale una missione sistematica, colorando di potenzialità politica un motivo classico del cinema shock degli anni ‘70 e ’80: la vittima – femminile, di un crimine maschile come lo stupro – che infierisce sul carnefice, come in Thriller: A Cruel Picture di Bo Arne Vibenius (1974) o L’angelo della vendetta di Abel Ferrara (1981).

Riscrivere l’eroismo femminile (o, in ogni caso, non-eteronormativo) significa dunque fare i conti con quei lati oscuri dell’agire umano che toccano pure le donne, umane fino a prova contraria. Forse non ci aspettavano che proprio Hanukkah, l’innocua festa delle luci, grazie alla sua meno innocua protagonista dimenticata, Giuditta, potesse puntare il riflettore sulle ombre e contraddizioni che la nostra cultura tenta di dirimere.

Ilaria Briata
Collaboratrice

Ilaria Briata è dottore di ricerca in Lingua e cultura ebraica all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha pubblicato con Paideia Editrice Due trattati rabbinici di galateo. Derek Eres Rabbah e Derek Eres Zuta. Ha collaborato con il progetto E.S.THE.R dell’Università di Verona sul teatro degli ebrei sefarditi in Italia. Clericus vagans, non smette di setacciare l’Europa e il Mediterraneo alla ricerca di cose bizzarre e dimenticate, ebraiche e non, ma soprattutto ebraiche.


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