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Cultura
Green pass, stelle di David e libertà

A proposito di simboli, di storia, di memoria e di collettività

La polemica era cominciata già nell’aprile 2021 in Inghilterra; a Londra migliaia di persone questa primavera inneggiavano alla libertà invitando a togliersi la mascherina e usando simbologie di ogni tipo. Poi la contestazione si è diffusa a macchia d’olio in tutta Europa e ora arriva anche nelle strade e nelle piazze italiane dove sfila un triste corteo di cartelli, slogan, striscioni con frasi a effetto e immagini raccapriccianti. Non a caso i simboli più in voga sono quelli legati alla memoria della Shoah. I manifestanti si appuntano stelle di David sul petto, rivendicando la condizione di vittime discriminate da uno stato dittatoriale, fanno paragoni tra vaccinazioni di massa e genocidio, tra mascherine e camere a gas e invocano una nuova Norimberga nei confronti dei membri del governo. Adesso pare che siano molto gettonate le immagini del cancello di Auschwitz dove la famigerata scritta “Arbeit macht Frei” è stata trasformata ad hoc ne “ll Vaccino rende liberi” e anche la povera Anne Frank è stata riesumata (di nuovo) stavolta in versione di paladina contro il Green pass.

Insomma va di moda lo sterminio, il cui significato stravolto è usato in maniera macabra, arbitraria, gratuita, anti-storica. E’ uno stratagemma pubblicitario, questo è chiaro. La Shoah fa notizia, crea shock e fa parlare i giornali, intimidisce i bersagli politici. Inutile dire che è un’operazione spietata, atroce, cinica, priva di coscienza storica, etica, morale. E allora? Nulla di nuovo sotto il sole. E’ da tempo che i simboli nazisti sono usati per delegittimare gli avversari, che i politici come Obama o la Clinton vengono paragonati a Hitler, che i simboli vengono rimescolati e usati a proprio piacimento al di là di un effettivo significato, fuori contesto. Il caos regna sovrano al punto che ci si può appuntare la stella a sei punte, scambiarsi il saluto fascista e invocare una nuova marcia su Roma in nome della verità. Inutile dire, come tenta di fare Emanuele Fiano davanti a un arrogante Francesco Borgonovo, giornalista e saggista, che In Italia è incostituzionale ciò che la Corte costituzionale sentenzia come tale, non ciò che i cittadini arbitrariamente decidono, e che dall’inizio della pandemia nessuna norma ha sfiorato l’incostituzionalità. Che chiedere un processo di Norimberga a un paese in cui il fascismo non è mai stato punito o messo in discussione fa ridere i polli. Che mettersi sotto il comodo ombrello della discriminazione e dell’apartheid – altra parola impropria che i social hanno rispolverato – soltanto perché non si può andare in discoteca o in un ristorante al chiuso se non si esibisce il Green pass (è una scelta però. Liberi di non vaccinarsi, nessuno lo impone ma anche tenuti a rispettare la legge e obbedire) implica un paragone sproporzionato e assurdo tra eventi che non possono e non devono venire accostati: chi non può entrare in una piscina o allo stadio non è nella stessa condizione di chi, spogliato di tutto, privato dei diritti saliva su un vagone piombato per essere condotto in un campo di concentramento e ucciso al suo arrivo. Martire e carnefice convivono perfettamente nel nuovo cittadino europeo di estrema destra, l’homo novus il cui unico obiettivo è la realizzazione dei propri impulsi utilitaristici e privati in barba alla collettività e alla storia. E quale sia la strategia politica, il sottotesto latente alla base di tutta questa operazione che inneggia in modo generico alla libertà, è riassunta perfettamente da Giorgia Meloni che su Facebook ha postato una vignetta indicativa. Un italiano dice a un ristoratore “Non ho il Green Pass” e quello gli risponde “non puoi entrare”; in contrapposizione ecco un’altra scenetta, quella di un clandestino al confine che dice alle autorità “non abbiamo documenti”. “Prego, entrate pure” gli rispondono. “Surreale”, chiosa la leader di Fratelli d’Italia.

Ecco, adesso è più chiaro dove si va a parare. Gli omini nelle vignette di Meloni sono stilizzati, ridotti a sagome senza volto: purtroppo è questa la nuova umanità che ci aspetta, se si tolgono civiltà, memoria e coscienza e si sostituiscono ignoranza, autoreferenzialità ed egoismo. Ectoplasmi senza identità, pecore che transitano senza scopo o dignità, cloni disposti al lavaggio del cervello in cambio di un minuto di attenzione mediatica. Un cocktail letale, un virus molto più pericoloso del Corona per il quale purtroppo non sembra esserci al momento alcuna cura. 

Laura Forti
collaboratrice
Laura Forti è una delle drammaturghe italiane più rappresentate all’estero. I suoi testi sono stati tradotti e messi in scena in molti paesi e pubblicati in Germania e Francia. All’attività di scrittrice affianca quella di docente, insegnando scrittura teatrale e creative writing. Collabora come giornalista con radio e riviste nazionali e internazionali. In ambito editoriale, ha tradotto per Einaudi I cannibali e Mein Kampf di George Tabori. Nel 2019 è uscito per Giuntina il suo romanzo “L’Acrobata” e, alla fine del 2020, il successivo, “Forse mi padre”, edito dallo stesso editore.

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