Cultura
Guglielmo Ebreo da Pesaro, maestro di danza alle corti del Rinascimento

Cos’è la danza? Qual è la sua motrice? Si tratta di scienza o di arte? Storia di un filosofo dell’espressione artistica

L’equazione giudaismo/cultura del libro è ben radicata nel nostro retropensiero, tanto che spesso si dimentica che anche l’ebraismo ebbe (ed ha) un florido rapporto con ciò che non è espressamente testuale, quali sono le arti performative. In particolare, è nel Rinascimento europeo – e soprattutto italiano – che questo felice matrimonio vide un principio pirotecnico. Si pensi a Leone dei Sommi (1525-1590), drammaturgo mantovano ed ebreo che diresse gli spettacoli teatrali alla corte dei Gonzaga nel XVI secolo. Non solo: fu autore del primo testo teatrale in ebraico conosciuto (la Commedia del fidanzamento, Tzahut bedihuta de-qiddushin, צחות בדיחותא דקידושין) e di uno dei testi fondamentali per la teorizzazione e messa in atto drammaturgica (Quattro dialoghi in materia di rappresentazioni sceniche). La stessa comunità ebraica di Mantova usava, per il pagamento delle imposte dovute alla corte, mettere in scena spettacoli teatrali per i Gonzaga.
La fama mantovana in tema di teatro e musica resterà intatta anche nel secolo successivo, come testimonia un passaggio da La via della fede dell’ebreo convertito Giulio Morosini (ex Samuel ben David Nahmias, Venezia 1612-1683): “Io mi ricordo bene di quello, che a’ tempi miei successe in Venetia nel 1628, in circa, se non erro, quando da Mantova per causa della guerra fuggiti gli ebrei, se ne vennero in Venetia. E coll’occasione che fioriva la Città di Mantova in ogni sorta di studii, anche gli Ebrei havevano applicato alla musica, e agli istromenti. Arrivati questi in Venetia si formò nel Gheto, che ivi stà, un’Accademia di Musica, nella quale per ordinario si cantava due volte per settimana di sera, e vi si congregavano solamente alcuno principali, e richi di quel Gheto che la sostentavano, tra i quali io pure mi trovavo: il mio maestro Rabbi Leon da Modena era maestro di Cappella”.

Musica e danza tra arte e scienza

Un gruppo di ebrei fuorisciti da Mantova, dunque, fondò una scuola di musica nel Ghetto veneziano – scuola a cui prenderà parte un’autorità intellettuale di tutto rispetto come Leon Modena.
Ma non solo teatro e musica: anche la danza fece sentire la propria voce – addirittura nel Quattrocento! Uno dei primi trattati sull’arte (e, come vedremo, scienza) della danza fu infatti composto da un umanista e cortigiano di origine ebraica: Guglielmo Ebreo da Pesaro. Il testo in questione porta il titolo latino di De pratica seu arte tripudii vulgare opusculum, ovvero Opuscolo in volgare sulla pratica o arte del danzare, e si pone l’obiettivo ambizioso di mettere per iscritto, in modo sistematico e manualistico, l’effimera grazia dell’arte della danza. Si tratta del secondo trattato su questo tema – il primo pervenuto è il De arte saltandi et choreas ducendi di Domenico da Piacenza, maestro di Guglielmo Ebreo.

Nato probabilmente intorno al 1420, Guglielmo fu figlio d’arte del maestro di danze alla corte pesarese, Mosè di Sicilia, e venne introdotto all’arte e professione coreutica a partire dal 1433, quand’era ancora adolescente. Nel corso della sua lunga e brillante carriera fu maestro di danze presso le corti degli Sforza a Milano, presso il re di Napoli, presso i duchi di Pesaro e Urbino, e intervenne nell’organizzazione di danze per festeggiamenti in tutto il centro-nord Italia. Nel 1463 terminò la stesura della prima copia rimasta del De practica (ora conservata alla Bibliothèque nationale de France di Parigi, che ha provveduto alla digitalizzazione del manoscritto), compilata per mano di Pagano di Rho. Pochi anni dopo la prima compilazione (a cui seguirà una seconda) del De practica, prima del 1465, al picco della propria carriera, Guglielmo si convertì al cristianesimo, prendendo il nome di Giovanni Ambrosio. L’ultimo riferimento a Guglielmo/Giovanni si trova in una lettera di Lorenzo de Medici del 1484. La data di morte non è conosciuta, ma l’eredità artistica di Guglielmo Ebreo rimase solida per tutto il Cinquecento.
Il De pratica seu arte tripudii consta di due libri (uno sulla tecnica e un dialogo tra maestro e discepolo) più un’importante rassegna descrittiva di danze – trentuno tra bassedanze e balli. La seconda versione contiene anche una preziosa autobiografia dell’allora converso Giovanni Ambrosio.
All’inizio dell’opera, a seguito della dedicazione poetica al Visconte Galeazzo di Pavia, troviamo un succinto poemetto che tuttavia ci illumina sulla concezione della danza di Guglielmo Ebreo:

Dal harmonia suave il dolce canto

Che per l’audito passa dentro al cuore
Di gran dolcezza nasce un vivo ardore:
Da cui il danzar poi vien che piace tanto.
Però chi di tal scienza vuole il vanto
Convien che sei partite senza errore
Nel suo concetto apprenda e mostri fuora
Si come io qui discrivo, insegno et canto.
Misura e prima et seco vuol memoria.
Partir poi di terren con aire bella.
Dolce mainiera et movimento et poi
Queste ne dano del danzar la gloria.
Con dolce gratia, a chi l’ardente stella
Più favoreggia con gli ragi suoi.
E i passi et gesti tuoi
Sian ben composti et destra tua persona
Con lo intelletto attento a quel che suona.

Fin dal primo verso, Guglielmo mette in chiaro che la fonte da cui scaturisce l’arte della danza è la musica, la cui armonia smuove il cuore di chi l’ascolta tanto da provocarne in maniera naturale il movimento coreutico. La danza è sì arte, ma non solo: è una vera e propria scienza, composta di teoria e pratica, di cui l’autore si fa sistematizzatore e portavoce. I principi teorici di cui si compone la danza sono, nel novero di Guglielmo, sei: misura, memoria, partire di terreno, aria, maniera, movimento corporeo. A ciascuno di questi elementi del danzare è dedicato un capitolo del primo libro, con l’accompagnamento di esercizi per la messa in pratica. Il movimento dunque, necessita di abilità corporea (a cui si è predestinati da una buona stella) ma anche di intelletto – vero ponte che media tra musica e ballo.
Quella di Guglielmo Ebreo, accompagnato dal proprio retaggio letterario, è una figura intellettuale imprescindibile per comprendere un aspetto della vita delle corti rinascimentali che altrimenti rimarrebbe oscuro. Grazie al De pratica seu arte tripudii è possibile, con uno sforzo filologico di fantasia, figurarsi l’opulenta fastosità performativa del Rinascimento cortigiano. Tanto che vi sono tutt’oggi esperti ed appassionati che mettono in scena le minuziose parole con cui Guglielmo descrive e istruisce sulle coreografie in voga presso le corti. Un vivace quadro di vita vissuta che, grazie a quest’opera, può travalicare i confini del tempo, dello spazio e della parola.

Ilaria Briata
Collaboratrice

Ilaria Briata è dottore di ricerca in Lingua e cultura ebraica all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha pubblicato con Paideia Editrice Due trattati rabbinici di galateo. Derek Eres Rabbah e Derek Eres Zuta. Ha collaborato con il progetto E.S.THE.R dell’Università di Verona sul teatro degli ebrei sefarditi in Italia. Clericus vagans, non smette di setacciare l’Europa e il Mediterraneo alla ricerca di cose bizzarre e dimenticate, ebraiche e non, ma soprattutto ebraiche.


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