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Hannukah, la luce e la visibilità

Fare luce, ovvero farsi vedere: due spunti di lettura per Hannukah

Hag ha-Orot, festa delle luci: in una sola parola (ma dalle pressoché infinite varianti di scrittura!), Hannukah. La centralità della luce in questa festività richiama naturalmente l’atto del vedere, e in particolare si intreccia con la dimensione del farsi vedere, della visibilità. Ecco di seguito due rimandi di lettura come spunti per esplorare questo concetto.

L’esposizione pubblica delle hannukiot

Siamo abituati oggi a vedere hannukiot di grandi dimensioni esposte nelle piazze di diverse grandi città europee e americane; l’accensione della prima luce rappresenta spesso un’occasione di festa cittadina. A promuovere la loro diffusione è principalmente il movimento Chabad.

Rabbi Iscah Waldman su My Jewish Learning parla di come lo spettacolo odierno delle grandi hannukiot esposte nelle piazze delle grandi città si rifaccia al concetto del pirsumei nisa (in aramaico “rendere pubblico il miracolo”), sviluppato durante il periodo rabbinico, secondo il quale Hannukah deve essere una festa visibile e pubblicizzata. Visibilità che si ottiene compiendo la mitzvah di accendere le luci nell’ora in cui più facilmente possono essere notate: al tramonto, quando tutti hanno terminato le proprie occupazioni giornaliere e stanno rientrando a casa. La luce (di candela o di lampada a olio) deve essere posta nel cortile, o sul davanzale, o comunque in modo che sia visibile all’esterno.

I rabbini precisano che le luci possano essere accese in casa, evitando la pubblica esposizione, qualora i tempi che corrono siano di she’at ha-d’khak (l’ora del pericolo). Si riporta, a questo proposito, un episodio avvenuto a Billings, nello Stato del Montana, nel 1993: un ragazzo, dopo aver messo la hannukiah sul davanzale della camera, si ritrovò con il vetro fracassato. La risposta non fu nascondersi,  ma reagire: ebrei e non ebrei decorarono le finestre di casa con hannukiot, reali o disegnate: “diecimila persone aderirono all’iniziativa, e benché altre finestre furono vandalizzate, la città divenne un modello per il coraggio di fronte all’odio e all’intolleranza”.

Fare luce nel buio, oggi

La luce di Hannukah come risposta al buio dell’odio è al centro dell’articolo di Rabbi Danya Ruttenberg sul Washington Post , che spiega: “Una parte della grande visibilità che interessa Hannukah è determinata culturalmente, per via della vicinanza/competizione con Natale. (…). Ma c’è un altro tipo di visibilità, quello che si radica nello spazio del comandamento religioso“.

L’autrice riprende quindi l’insegnamento talmudico di pubblicità del miracolo di Hannukah e dell’eccezione della she’at ha-d’khak, chiedendosi: “L’aumento dei crimini d’odio è sufficiente? Quante teorie cospirazioniste su Soros ci vogliono? Quante volte gli ebrei devono essere attaccati nelle strade di Brooklyn, o uccisi in una sparatoria in sinagoga, perché questo tempo sia dichiarato pericoloso?”.

Secondo i commentarii tradizionali, per “ora del pericolo” si deve intendere una situazione in cui il regnante non ebreo della terra in questione abbia dichiarato l’accensione delle luci – e quindi, l’ebraismo – fuorilegge. Non è certamente il caso degli Stati Uniti o dell’Europa oggi, ma è anche innegabile che la questione della sicurezza sia attuale e urgente. Ruttenberg ritiene che opporsi alla paura e accendere le luci – nel senso sia pratico, sia spirituale del termine – sia un dover più che mai attuale: “Di certo è un’azione che ci rende vulnerabili. Ma è anche un appello: siamo qui. È un invito per gli altri a trovarci e stare al nostro fianco. (…). Quando splendiamo di luce e coraggio nel mondo, diamo visibilità al miracolo avvenuto e ci battiamo per portarne un altro: mostrare che siamo capaci di restare uniti contro l’odio del quale tutti ora hanno paura. Di dare calore a un mondo che sta provando troppo freddo”.

Silvia Gambino
Responsabile Comunicazione

Laureata a Milano in Lingue e Culture per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale, ha studiato Peace & Conflict Studies presso l’International School dell’Università di Haifa, dove ha vissuto per un paio d’anni ed è stata attiva in diverse realtà locali di volontariato sui temi della mediazione, dell’educazione e dello sviluppo. Appassionata di natura, libri, musica, cucina.


1 Commento:

  1. Sì sembra essere tornato l’ antisemitismo.
    Non sono ebreo ma la mia formazione personale è stata molto influenzata dall’aver letto oltre mezzo secolo fa su EPOCA, la storia delle persecuzioni razziali contro gli ebrei.
    Fa impressione sentire dell’ antisemitismo nel Labour Party di Corbyn.Suscita in me grande sdegno la notizia che in caso di Vittoria del Labour il 50% degli ebrei residenti in Inghilterra ha dichiarato l’ intenzione di emigrare. Da’ sollievo il fatto che Blair abbia definito spregevole lea posizionie del Labour. Ma potrei citare, con dolore e preoccupazione tanti tanti ormai intollerabilmente troppi episodi.


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