L'agenda di Joi
Cultura
Heymish, la parola yiddish per dire che stai bene dove stai

Viaggio semiserio intorno a un vocabolo, a un concetto, a un mondo

Mai sentito dire heimish? Certo, qui in Itaia non è molto consueto, ma in tutti quei territori, magari anche solo famigliari, dove si parla yiddish, è una parola molto, molto importante. Al punto che il magazine americano Alma la dichiara la migliore parola di sempre. Il motivo? Non è definibile, ma ha a che fare con il proprio personalissimo sentire. In effetti heimish ha a che fare con il sentirsi a casa, con qualcosa di famigliare, con una corrispondenza con se stessi che conforta. Forse questa situazione che ormai ci costringe nelle case da troppo tempo ci ha permesso di riscoprire il termine heimish, ma attenzione: non ha a che fare con la costrizione a rimanere entro le mura domestiche. Heimish indica il piacere di stare in un luogo che ci risulta accogliente. E qui in redazione di JoiMag abbiamo pensato di eleggere questo vocabolo a parola dell’anno… magari anche come augurio per un 2022 sintonico, piacevole e confortante. Così abbiamo sentito Sarah Rosen, l’autrice dell’articolo pubblicato su Alma, ma anche Claudia Rosenzweig, docente di letteratura yiddish antica all’Università di Bar-Ilan, per un viaggio semiserio dentro e fuori il mondo yiddish, saltellando tra gli USA e l’Italia.

Cominciamo a mettere ordine nel discorso. Intanto, come facciamo a tradurre heimish in italiano? “Per prima cosa, siccome sono un po’ fissata con lo yiddish e le regole di trascrizione dello YIVO, scrivo sempre heymish e non heimish”, precisa Claudia Rosenzweig. Che poi prosegue: “Heymish è yiddish, ma al tempo stesso il tedesco heimisch ha significati simili, con la differenza che gli ebrei nella storia hanno fatto sempre fatica a trovare un posto nel quale sentirsi ‘a casa’, ‘al sicuro’, ‘confortevolmente a proprio agio’. Il dizionario di Niborski dice che heymish significa ‘familiare’, ‘domestico’, ‘accogliente’, ‘intimo’, e Nokhem Stutshkov, attore e linguista, in Der oytser fun der yidisher shprakh (New York, 1950), presenta heym sia come sinonimo di ‘casa’ che come ‘luogo di rifugio’. Ma il termine può contenere anche una sfumatura di ‘qualcosa di tradizionalmente ebraico’. La ‘gastronomia’ ormai scomparsa dalle vie di Rehavia, a Gerusalemme, che vendeva gefilte fish e kugl, si chiamava heymishe esn, che tradurrei ‘cibo tradizionale ashkenazita’. Vendevano anche il ‘piede di vitello’, o fis, nella sua gelatina pepata e grigiastra, che una volta mi sono avventurata ad assaggiare, esitante e perplessa”. Tutto però è nato da Sarah Rosen, che non parla yiddish, se non pochissimo, ma lo ha sentito un po’ in casa, parlato dalla madre, anche se la parola in questione sembra non faccia parte del lessico famigliare: “Credo di aver incontrato la parola heymish (a questo punto non possiamo non seguire la lezione di Rosenzweig, ndr) per la prima volta quando vivevo a Tel Aviv, dove l’ho imparata dai miei amici americani di casa in Israele ma con una vita culturale ebraica molto forte negli Stati Uniti”, siega Rosen, “Mia madre può averla usata occasionalmente, ma certamente non l’ho imparata da lei. Parlo pochissimo yiddish, ma ci sono molte parole che uso qua e là: schlep, tuches, mishpacha, kvetch, oy, plotz, schmuck, kvell, mensch – per esempio. I miei nonni lo parlavano ma non volevano insegnarlo a mia madre perché volevano che fosse “pienamente” americana, un classico nelle storie di immigrazione. Così io ho iniziato a studiarlo un pochino con l’applicazione di apprendimento linguistico Duolingo”.

Perché usare questi termini yiddish? “Per me hanno una potenza linguistica enrome”, continua Rosen, “Heymish ne è un grande esempio, ma ce ne sono altri. Kvell è una parola incredibile – significa scoppiare di orgoglio. Davka è l’unica che è impossibile da tradurre senza scrivere un intero articolo su di essa – davka è usata regolarmente in ebraico moderno, ed è così che ho imparato i suoi molti usi. Schmuck è una grande parola – è come chiamare qualcuno stronzo, ma i suoni della parola schmuck sono ben più soddisfacenti. Penso che molte lingue abbiano parole che sono difficili da tradurre perché sono state create nel contesto di una cultura specifica. Come penso che lo yiddish sia una grande lingua per lamentarsi; e una grande lingua per parlare dell’orgoglio che hai per i tuoi figli; e una grande lingua per raccontare barzellette. Tutto questo dice qualcosa della vecchia cultura ebraica ashkenazita”.

Le fa eco Rosenzweig: “Penso che tutte le lingue abbiano dei termini che i parlanti sentono come intraducibili”, ma non concorda con JoiMag rispetto alla scelta di heymish come parola dell’anno: “Heymish può essere usato per indicare l’ambiente di casa, ma solo quando ci si sta bene e il covid ha trasformato la casa in una prigione – chi ha fatto delle quarantene lo sa bene – e, lentamente, persino in una prigione dalla quale è stato difficile uscire, anche quando è diventato possibile, come se il mondo fuori fosse diventato più estraneo e lontano. Dunque no, heymish per me non è la parola giusta, né saprei quale suggerire. Forse ‘insegnamento a distanza’, proprio perché non evoca niente di vagamente sentimentale“.

Infine, abbiamo chiesto alle nostre due esperte di indicare cinque cose che per loro sono heymish e cinque che proprio non lo sono affatto. Come specifica la giornalista, la scelta chiaramente è assolutamente soggettiva. Certo, ma rende l’idea…

Le risposte di Sara Rosen
Cinque cose heymish:
-I Kugel
-Il salmone e i bagel di New York
-Interrompersi rumorosamente l’un l’altro durante una cena di Shabbat
-Mel Brooks
-Vedere un terapeuta

Cinque cose non heymish:
-Il Prosciutto
-La Maionese
-Il Golf
-Il Plaza Hotel
-Bere invece di vedere un terapista

Le risposte di Claudia Rosenzweig
Cinque cose heymish:
è difficile rispondere, perché in yiddish heymish è legato all’ebraismo e Sarah Rosen lo usa, nelle sue liste, di fatto come sinonimo di Jewish. Dovendo seguire il suo esempio, forse dovrebbe essere qualcosa che mi dona un senso di sicurezza, di conforto, come ad esempio i film di Danny Kaye e dei fratelli Marx, e anche Provaci ancora Sam di Woody Allen, e la torta di Pesah con arance e mandorle che prepara la mia amica Joan (ma è sefardita: va bene lo stesso?), e anche il sabikh che si mangia in Israele: una pita con melanzane, uova, prezzemolo e tkhina.

nisht heymish:
la città vecchia di Gerusalemme
i centri commerciali
i cinema multi-sala

Micol De Pas

È nata a Milano nel 1973. Giornalista, autrice, spesso ghostwriter, lavora per il web e diverse testate cartacee.


1 Commento:

  1. Articolo piacevole e interessante. Amo molto la cultura yiddish, dai racconti di Buber alla musica klezmer, anche se qualcuno mette in dubbio che quest’ultima sia ebraica e non una commistione di più culture.
    Quanto al termine Schmuck lo uso volentieri perché incomprensibile ai più.
    Train de vie è uno dei più bei film che abbia visto e lo spirito comico/ tragico di un popolo quasi scomparso ne viene esaltato. Graxie


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *