Cultura
House of One, un edificio per tre religioni. A Berlino

Ospiterà ebrei, cristiani e musulmani sotto un unico tetto

«L’unica religione è…l’Altro», dice il filosofo Emmanuel Lévinas, e ogni reale compimento della relazione interumana significa accettare l’Altro, conferma Martin Buber e – ne Il cammino dell’uomo aggiunge che – «ciascuno deve custodire e santificare la propria anima nel modo e nel luogo a lui propri, senza invidiare il modo e il luogo degli altri».
Ma quando il luogo da custodire e santificare viene condiviso con l’Altro, cosa succede?
Questo scenario, che all’ingresso del terzo millennio sarebbe potuto apparire solo un sogno dei «segni del tempo», riposto in un anfratto del futuro, nel 2021 è realtà. Questo luogo di comunione religiosa e teologica non è più immaginazione idillica, cioè lontana da ansie e paure, ma è convivente di serena armonia, è – ancora una volta – realtà. E dove? A Berlino.

Mentre il mondo ancora combatte contro la violenza e la discriminazione e ancora tante persone vengono perseguitate o allontanate per il proprio credo, a Berlino e nel cuore dell’Europa, vengono poste le pietre a fondamenta della House of One, casa che accoglierà in sé quelle tre comunità monoteiste, ovvero l’ebraismo, il cristianesimo e l’islam. Tutti quei fratelli e quelle sorelle che la storia e il timore dell’Altro hanno diviso. E adesso, tra non molto, l’architettura simbolica dei propri luoghi di culto verrà condivisa. Non ci sarà più quel bisogno “metaforico” di aprire le porte, poiché già nel proprio interno sarà possibile convivere in religiosa fratellanza.

         
Tre rendering mostrano come sarà l’edificio una volta terminato (Foto da ufficio stampa)

Questa architettura e questo desiderio di incontro interreligioso e culturale inizia un lungo periodo di interesse e di studio verso il dialogo e, inoltre, di avvicinamento in preghiera tra tutte le comunità. La risonanza che ha suscitato quest’unico luogo di culto è stata mondiale, nonostante sia partita non dalle principali istituzioni, ma dai referenti delle comunità locali; e tale ha interessato tutto il periodo che va dalla nascita (2011) a oggi (che sarà in costruzione a partire dal 27 maggio 2021) e ancor più sicuramente verso il futuro (dato il calendario già ricco di eventi tra studio e preghiera). Ma non solo: accanto alla curiosità suscitata sia negli «addetti ai lavori» che non, ciò che più interessa di quest’idea iniziata dal pastore Gregor Hohberg, dal rav Tovia Ben-Chorin, poi sostituito dal rav Andreas Nachama, e dall’imam Kadir Sanci, è l’esempio che questo edificio può dare a tutto il mondo; cercando in esso di «unire senza annullare le identità» camminando attraverso gli «interstizi della fede». È per questo motivo che l’edificio non ospiterà alcun simbolo religioso, mantenendo così un’apparenza neutrale, però significante di universalità e rispetto verso tutti; e proprio nel rispetto delle varie esigenze religiose ogni spazio di vita accoglierà le dovute necessità architettoniche. Così: la moschea sarà rivolta verso la Mecca e la sinagoga verso Gerusalemme, ma tutte unite sotto la stessa cupola.

Adesso, avendo inoltre preso in prestito il pensiero di quei filosofi che invitavano al confronto con l’Altro, i suoi modi e i suoi luoghi, è possibile dire che un unico luogo di culto in condivisione potrebbe rendere i suoi “ospiti-fedeli” corresponsabili del proprio vicinato. La responsabilità dei gesti e della storia che sono pronti ad assumersi è una delle volontà mosse dal rav Tovia Ben-Chorin e poi dal suo successore, che sono tra gli iniziatori della House of One. Una responsabilità che porta alla custodia di quella simbolica architettura che appartiene a tutti e che non è proprietà esclusiva di nessuno se non dell’umanità; e tale potrà permettere, un giorno, di occuparsi di dedicare tempo all’incontro. Un luogo dove saremo tutti ospiti e ospitanti, dove i ruoli e i piani di azione non si ergeranno in senso verticale, bensì orizzontale, sullo stesso piano.
Una condizione, quella dell’ospite che si desta all’ascolto e al ritorno di quello scenario abramitico di «stranierità» (stranieri sé e l’Altro allo stesso tempo dell’incontro), che recupera l’origine forestiera del popolo abramitico (Dt. 26,5), memore della condizione nel paese d’Egitto (Es 22,20 e Dt 10,19), e il rispetto dell’Altro (Es 22,20). Un luogo, quello della House of One, dove lo straniero che vi risiede, sarà trattato come colui che è nato fra noi (Lv 19, 34) e, allo stesso tempo, dove essere forestieri e inquilini poiché quella è terra che appartiene a Dio (Lv 25, 23). Una terra che afferma l’incontro con l’Altro – sempre «inevitabile» [Martin Buber] – come nel viaggio di Abramo verso colui che è totalmente Altro, cioè Dio, e che ritroverà esclusivamente nell’unicità di quei tre angeli a Mamre (Gn 18, 3).

Damiano Pro
collaboratore

Damiano Pro, anno 1994, è uno storico delle religioni che si occupa di dialogo interreligioso, attraverso alcune reti istituzionali e tramite il  Centro Astalli, tra gli enti più vitali della materia.


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