Hebraica
Sara, o dell’arte dell’accoglienza

Una proposta di lettura interreligiosa della differenza tra ospitare e accogliere

Un tempo sulla Terra una donna sorrise a Dio. Quando Dio si rivelò annunciando che avrebbe partorito il figlio di Abramo, cioè Isacco, ella sorrise.
Il suo nome era Sara.
E mentre suo marito Abramo si occupava dell’ospitalità dei tre ospiti, vagando in quel clima di incertezze e insicurezze di ciò che sarebbe potuto d’un tratto accadere, «là nella tenda» Sara accoglieva quei forestieri.
È Sara – la signora che si occupa di dare ristoro e riposo a quegli ospiti – che riceverà da Dio il dono di quell’incontro, è lei che accoglierà il miracolo di un figlio, Isacco, e non è Abramo; è questa anziana donna, che si è offerta per mezzo dell’acqua, il pane e il ristoro [cfr. Armeni, 2016].

Come?
Se Abramo agisce entro l’ambito dell’ospitalità, camminando lungo la soglia della tenda, Sara compie l’incontro entro il campo dell’accoglienza.

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L’accoglienza è quell’insieme di azioni che vivono – questa volta – dentro la tenda stessae per Sara non sembrano avere un carattere eccezionale, anzi, è abituata a compiere quei gesti fatti di ingredienti che sa ben dosare.
Perciò, non aspettandosi da essi alcun dono, ci ride sopra.

A parlare in questa scena non sarà la voce, ma i modi, che rimandano ad un’accoglienza solerte dove il silenzio è carico di ansie, paure, giudizi e curiosità; pensieri umani che sicuramente l’avranno attraversata e accompagnata [ivi].
È così che un gesto normale trova un senso del tutto differente, sacro, soprattutto quando questo, orientandosi per l’Altro, sconfina nel misterioso volere di Dio; fino ad incontrarlo nello straniero e, da esso, in sé stessi.
Sì, hai proprio riso – dice Dio rivolgendosi alla negazione di Sara – tu riceverai un figlio, Sara, nonostante sia avvizzita e tuo marito vecchio.
E qui la risata assume un ruolo interessante: per Gadi Luzzatto Voghera, traendo dalla radice linguistica del nome Itzhàk («Isacco») la parola «riderà» [cfr. Voghera, 2016], è possibile ascoltare qualche assonanza con il contesto di Gen 18, 15 – difatti – il tema della risata nella tradizione ebraica è centrale per questo annuncio.
In tal modo, secondo Moni Ovadia, uno degli scopi di questa risata è quello di esiliare l’arroganza delle certezze – continua – così da smascherare la violenza del pregiudizio e di sculacciare la stupidità del mondo [Ovadia, 1998: 10-12].
Rifiuto delle certezze come sinonimo di riconoscenza profonda a Dio per il suo dono.

È possibile ripensare l’ospitalità (ri)partendo dal contributo di queste due persone, Sara e Abramo?
Assieme al sostrato universalistico che è stato esposto da questi due articoli, adottando le parole di Luce Irigaray è possibile assumere l’ospitalità non come un semplice obbligo morale, ma come gesto di appartenenza naturale all’umanità [Irigaray, 2014: 32].
E il punto di partenza per ripensare questo ambito è dalla «differenza tra generi – difatti, questo – è un luogo che richiede sia la fedeltà di sé stessi sia l’accoglienza dell’Altro nella sua differenza» [ivi: 40], un luogo all’interno del quale sarà possibile, perciò, tessere quei legami di ospitalità a partire da donne e da uomini indipendentemente dal sesso o l’età, dalle tradizioni o l’etnia [cfr. Irigaray, 2014].
Inoltre, non potendo più tornare alla condizione originaria in cui uomo e donna appartenevano entrambi e indistintamente alla madre, coesistendo così in modo universale, ora c’è bisogno di «costruire una nuova cultura per riuscire a praticare l’ospitalità come coesistenza» [ivi: 7-9]; una cultura che pone le fondamenta nel femminile, proprio perché condizione che più di tutte ha subito il confronto dell’Altro-uomo.

In conclusione: attraverso l’accoglienza è possibile osservare Sara come la prima sacerdote (sacer – dos) che, agendo nel sacro, mette in relazione il cammino dell’Uomo con Dio?
È colei che si cura del percorso del marito medicandolo con operosità e solerzia e tramite ciò: le intenzioni delle sue gesta realizzano il volere di Dio, il percorso di Abramo verso Israele e la promessa di una discendenza, la stessa che oggi abbraccia e raccoglie il destino di circa 4 miliardi di persone, tra ebrei e cristiani e musulmani.
 Nei confronti dei quali, secondo Louis Massignon, una via della pace è possibile solo nell’esempio del completo e fiducioso abbandono del padre, Abramo [cfr. Massignon, 1987], in comune discendenza tra i popoli.

Damiano Pro
collaboratore

Damiano Pro, anno 1994, è uno storico delle religioni che si occupa di dialogo interreligioso, attraverso alcune reti istituzionali e tramite il  Centro Astalli, tra gli enti più vitali della materia.


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