Cultura
Di chi parliamo quando parliamo di Curdi?

Dialogo con Antonella De Biasi, giornalista e autrice di un volume sul popolo curdo e Shorsh Surme, giornalista curdo di casa in Italia e fondatore del sito Panoramakurdo.it

Secondo le stime dell’istituto curdo di Parigi, il popolo curdo si compone di circa 40 milioni di persone, pari alla quarta etnia per ampiezza nella regione mediorientale, pur vivendo da sempre nel ruolo di minoranza. Non esiste uno stato curdo e l’identità di questo popolo è definita come transnazionale. “Questo popolo si salva grazia all’adattabilità che lo contraddistingue. Nella sua lunga storia è sempre stato cacciato, represso, sfruttato”, spiega Antonella De Biasi, giornalista e autrice del libro Curdi (Rosenberg & Sellier), “Dall’impero Ottomano ai diversi Stati in cui si trovano a vivere oggi, i curdi hanno mantenuto le proprie tradizioni e la propria lingua, in realtà identificata in due o tre dialetti (che non a caso contano una decina di modi per dire esodo), mantenendo una connessione tra tutti i fratelli curdi”. E oggi questa appartenenza si è rafforzata grazie all’uso dei social network: “i curdi della diaspora, alla terza o quarta generazione”, spiega ancora De Biasi, “li usano per raccontarsi, per dire al mondo: sono curdo e voglio esserlo”. Non bisogna però fare l’errore di considerare questa etnia qualcosa di monolitico. “Al suo interno ci sono e ci sono sempre state divisioni e guerre intestine che hanno caratterizzato la storia dei curdi, parola che significa combattenti. Molti hanno mosso guerra contro di loro senza riuscire ad eliminarli e molti ne hanno conquistato dei territori, senza mai fondere le etnie”, continua De Biasi.

La storia affonda in tempi antichi. “Saladino era un nostro antenato”, spiega Shorsh Surme, giornalista curdo, padovano d’adozione e fondatore della testata Panorama Kurdo, la prima in italia a occuparsi specificamente della questione. “Viene chiamato feroce, ma c’è un documento eccezionale. Si tratta di una lettera che Saladino scrisse a Riccardo Cuor di Leone invitandolo al dialogo. Natuaralmente la Storia poi è andata in un’altra direzione, ma questo documento racconta bene l’identità curda. Un’identità a sé stante rispetto a quella dei popoli limitrofi, mai considerati però come nemici. Semplicemente, non siamo né arabi, né turchi , né persiani. La nostra lingua ha radici indoeuropee, spesso accostata a quella persiana, ma in realtà con caratteristiche ancora differenti. Il primo dizionario di curdo – italiano venne scritto alla fine del ‘700 da una padre missionario che si chiamava Maurizio Garzoni. Capiva e parlava un po’ di arabo e una sera bussò alla porta di un curdo in un paese di montagna. “Chi è?”, sentì dire dall’altra parte. E il padre missionario pensò di avere le allucinazioni. In effetti, in curdo usiamo esattamente questa espressione. Questo fu il motore che lo spinse a studiare e divulgare la nostra lingua. Ma fino ad oggi molto poco si è saputo della cultura curda al di fuori del suo popolo. Che ora si oppone a una politica repressiva dei governi”.

Quella di Rojava è un’esperienza unica. I curdi sono riusciti ad opporsi all’Isis e a costituire una realtà democratica senza i meccanismi dell’organizzazione governativa. “La realizzazione della filosofia dell’ideologo Ocalan in quel territorio della Siria è avvenuto prima di tutto nel rispetto delle altre etnie”, continua Di Biasi, “Mettendo a punto una forma di municipalismo democratico, che ha a cuore i diritti delle donne. Non si parla di uno Stato curdo: il grande Kurdistan non c’è mai stato se non nella retorica del nazionalismo. Ora il progetto è di integrazione nei mondi in cui i curdi vivono già. Tra cui, appunto Rojava, a rischio di estinzione, però”.

I fatti di questi giorni effettivamente hanno un peso enorme sul futuro di questa enclave e non solo. “L’accordo con la Russia è destinato a portare alla disgregazione il sogno di Rojava”, commenta De Biasi, “tenuto in piedi dalla garanzia americana. In più, l’Isis è una minaccia concreta: sono scappati oltre 700 miliziani dalle carceri gestite dai curdi, che da tempo denunciavano, stando entro le convenzioni internazionali, la necessità di occuparsi di questi prigionieri e ancor di più delle loro famiglie. La politica spericolata di Erdogan sta trasformando questa guerra in qualcosa di molto preoccupante, dando alla diaspora dimensioni simili a quella degli armeni”, conclude De Biasi. Surma si interroga anche sul ruolo dell’Europa: perché non interviene sui comportamenti della Turchia? “Cipro è occupata, e l’Europa dov’è?”, commenta il giornalista, “E perché non interviene sulle violazioni dei diritti umani commesse dal governo Erdogan? L’attualità ripete la storia e Trump ha usato una volta di più i curdi”.

Anche questo è già accaduto e ci vorrebbero molte parole per raccontare la storia delle relazioni tra i curdi e l’Occidente. Come per approfondire la storia di un popolo a noi quasi sconosciuto. Ci saranno altre puntate, per allargare e completare questa piccola fotografia, forse la scenografia essenziale in cui inserire i fatti che stanno sconvolgeno il pianeta.

Micol De Pas

È nata a Milano nel 1973 e da quando ha cominciato a scrivere, non ha più smesso (compulsivamente) di farlo. Giornalista, autrice, spesso ghostwriter, lavora per il web e diverse testate cartacee.


1 Commento:

  1. Questo massacro, questo esproprio di terra, questo esodo questa sofferenza dei bambini è la nostra vergogna. Abbiamo visto l’eroismo e il sacrificio delle ragazze e dei ragazzi curdi dopo il vano tentativo di Erdogan di infoltire le file dell’ISIS lasciando passare per lo stesso confine i peggiori tagliagole dell’Europa e sperando nella risoluzione del problema curdo per procura.
    Il piano è fallito e ora deve fare da sè.
    Avere al confine una società evoluta socialmente con una vera uguaglianza di genere sicuramente era ed è il suo peggiore incubo.
    Di sicuro preferiva l’ISIS.
    Oggi garantisce alla Turchia il terrorismo e la guerra per i prossimi decenni.


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