Cultura
I fantasmi del fascismo, un libro di Simon Levis Sullam

Le metamorfosi degli intellettuali italiani nel dopoguerra

Quattro intellettuali, quattro scrittori, quattro vicende e percorsi diversi in un momento della storia italiana molto controverso e discusso. Non è semplice, e non sempre può essere lineare, l’analisi da parte di Simon Levis Sullam, autore del libro intitolato I fantasmi del fascismo, relativa ad un periodo storico attraversato dalle vicende politiche che tutti conosciamo, ma su cui ancora ci si interroga, spesso non trovando alcuna risposta.
Ancora più complesso è cercare di capire quale sia stato il ruolo degli intellettuali in relazione a questo periodo e soprattutto quali siano state le diverse scelte ideologiche e comportamentali riguardo ad un pensiero politico dominante.

Federico Chabod, Piero Calamandrei, Luigi Russo e Alberto Moravia sono stati particolarmente noti e influenti nei periodi esaminati: il primo è, per la precisione, quello del fascismo italiano nella fase della dittatura, tra la seconda metà degli anni Venti e Trenta del Novecento, quando gli intellettuali furono soggetti a forme di pressione o censura, ma mostrarono anche forti tendenze ad adattarsi e infine a conformarsi al regime. Il secondo periodo esaminato è quello dell’immediato dopoguerra fino ai primi anni Cinquanta, in cui si cerca di capire quale sia stato il contributo degli intellettuali alla memoria e alla narrazione del fascismo.

La prima considerazione è che le quattro figure analizzate sicuramente hanno agito e pensato attraverso un condizionamento pesante che ha influenzato il loro destino di uomini e di scrittori, e che anche professionalmente hanno agito nella consapevolezza di dover tener conto in ogni loro scelta di una serie di pressioni e di forzature. Proprio questa fondamentale mancanza di libertà li ha messi di fronte ad una sorta di percorso ad ostacoli, in cui si è avvicendata, nella loro visione della vita, una serie di contraddizioni o di ispirazioni di natura fortemente diversa e perfino opposta. L’adesione alle idee del fascismo, la messa in discussione, la non accettazione e la rassegnazione hanno contribuito a creare stati d’animo così lontani tra loro che hanno funzionato come aghi della bilancia nel muoversi in un equilibrio precario e altalenante.
L’autore mette altresì in evidenza come tutte queste figure fossero in seguito propense a sminuire l’influenza e i condizionamenti esercitati dal fascismo sulle loro attività intellettuali, sottolineando la propria indipendenza critica o creativa dalla dittatura, e come nel dopoguerra questi intellettuali abbiano mostrato differenti gradi di consapevolezza e una diversa disponibilità a riconoscere le motivazioni del loro comportamento in quel contesto. Ma tutti e quattro, pur se in maniera e con procedimenti diversi, sono stati “costretti” a fare i conti col passato, e soprattutto a riflettere sulla loro considerazione di quel passato, e dei suoi fantasmi.
Più tardi sarà l’autore stesso a spiegare come «I “fantasmi” del fascismo non abbandonarono nessuno di loro e come diversi altri intellettuali della loro generazione furono costretti a rapportarsi con, a riflettere e a rappresentare – in forme perlopiù indirette – la propria implicazione e la più generale esperienza degli italiani nella crisi della democrazia tra le due guerre mondiali». (Levis Sullam, p. 17).
Elemento che accomuna i quattro intellettuali è la sofferta riflessione sulla possibilità o sull’impossibilità di agire contro il fascismo e talvolta un atteggiamento rinunciatario che sicuramente non sarà stato indolore. Motivi ed esperienze diverse hanno reso spesso difficile, se non impossibile, ad ognuno di loro separare l’attività professionale ed intellettuale dalle scelte politiche, difficoltà che si è protratta nel dopoguerra, quando essi hanno faticato a cercare una propria collocazione politica nello scenario dell’Italia democratica.
L’autore intraprende questo che non è un semplice viaggio tra le biografie di quattro intellettuali, conducendo un’acuta analisi dei momenti più salienti all’interno della loro intensa attività culturale, non trascurando le interrelazioni tra le figure di cui parla e di cui riporta un’attenta fisionomia culturale e politica con figure di altri intellettuali di spicco dello stesso periodo, in un momento culturalmente intenso e prolifico di scritti e saggi fondamentali nel clima del dopoguerra.

Simon Levis Sullam, riprendendo il pensiero del sociologo Karl Mannheim, dichiara che proprio gli intellettuali sono chiamati ad offrire una forma di “autocoscienza” collettiva ai gruppi sociali con cui essi si legano e di cui diventano inevitabilmente lo specchio, l’espressione più compiuta da restituire alla storia. Ma nel caso di Chabod, Calamandrei, Russo e Moravia l’autore non manca di mettere in evidenza anche l’aspetto della disillusione, che in misura diversa, investe i protagonisti della sua analisi, i quali in diverse circostanze manifestano con chiarezza un’amara delusione e un’assenza di valori o ideologia in cui credere. Insomma, spesso fascisti per interesse o per apatia, in seguito troveranno un modo per pentirsene o addirittura guardare con disprezzo il facile entusiasmo con cui molti di loro avevano aderito all’ideale del fascismo, che sicuramente in una prima fase si era presentato promettente e illusorio, in un momento in cui anche la stragrande maggioranza degli intellettuali italiani e gli italiani in genere, non avevano espresso esplicitamente in pubblico la propria opposizione al regime.

Neanche la successiva militanza nella Resistenza risultò decisiva per una rielaborazione pubblica del proprio passato, anche quando alcuni vissero questa scelta come una sorta di rinascita. Essi sono poi arrivati alla considerazione del fascismo come una malattia o una perversione, trovandosi nella difficoltà di superare la “vergogna” soprattutto nei confronti delle nuove generazioni, ben sapendo quanto fosse ardua l’operazione di rimozione del fascismo dalla coscienza stanca degli italiani, di sminuirne le responsabilità collettive e censurarne i comportamenti comunitari. Tutti questi elementi, questi atteggiamenti contrastanti sono ben evidenziati dall’autore, il quale mostra quanto i “fantasmi” del fascismo, come li aveva definiti anche Calamandrei, siano stati decisivi nella successiva resa dei conti.
Un’opera questa che non si ferma alle ricostruzioni ufficiali, ma che scava in fondo e talvolta rischia di scuotere il lettore, con una narrazione che indaga nel profondo come «La guerra, la guerra civile, la loro conclusione, i primi anni del dopoguerra avevano dato luogo fra gli intellettuali a riflessioni e ricostruzioni autobiografiche in pubblico, dirette e indirette, suscitate da occasioni e motivi diversi. Italo Calvino scrisse più tardi, a proposito del periodo, di una “smania di raccontare”. Nei confronti delle vicende più recenti e dell’esperienza del Ventennio, la nuova stagione portava con sé anche un’inevitabile resa dei conti con il fascismo e i suoi fantasmi». (Levis Sullam, p. 134).

 Simon Levis Sullam, I fantasmi del fascismo. Le metamorfosi degli intellettuali italiani nel dopoguerra, Feltrinelli 2021, 19,00 euro.

Eirene Campagna
collaboratrice

Classe 1991, è PhD Candidate dello IULM di Milano in Visual and Media Studies, cultrice della materia in Sistema e Cultura dei Musei. Studiosa della Shoah e delle sue forme di rappresentazione, in particolare legate alla museologia, è socia dell’Associazione Italiana Studi Giudaici.


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