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I primi 50 anni de “L’asso nella manica”, il film di Billy Wilder

Analisi di un film capolavoro, ancora decisamente attuale

Bad news sells best. Good news is no news. Tatum (il solito grande, grandissimo Kirk Douglas) ne sa qualcosa. Ha cominciato vendendo giornali all’angolo delle strade, altro che master. E poi ha raggiunto le redazioni più prestigiose degli States. Chicago, Philadelphia, New York. Soprattutto New York. Però è sempre finita male, vuoi per qualche bicchiere di troppo, vuoi per le lusinghe nei confronti della madre del direttore. E l’ultima volta, New York appunto, è terminata con sedie che volavano e pedate nel sedere.

È per questo che Tatum adesso deve accontentarsi del “Sun Bulletin” di Albuquerque, New Mexico, un posto dove la cosa più sensazionale che possa capitare sotto mano è una rattlesnake hunt, una caccia ai crotali. Sulla strada verso questa singolare forma di corrida sorge però un vecchio pueblo, uno di quei posti apparentati con l’Overlook Hotel di Shining dove aleggiano le maledizioni degli antichi abitanti e la topografia parla di avvoltoi. Un uomo, si chiama Leo, è rimasto semisommerso da un crollo in fondo a una galleria: nulla di rotto, ma non è possibile tirarlo fuori prima di sera.

Un’occasione che il nostro non si lascia scappare. D’altra parte non è difficile corrompere lo sceriffo – miracoli del quarto potere – e convincere la consorte dell’intrappolato, non esattamente il prototipo della moglie in lacrime non appena intravede la possibilità di vendere tonnellate di hot dog e birre fresche ai turisti che accorreranno a frotte sulla scena del delitto. Perciò viene deciso di liberare Leo perforando dall’alto la collina del pueblo, anziché rinforzando semplicemente il tunnel in fondo al quale il malcapitato giace, in modo da tenere in pugno la macchina dell’informazione d’America per una settimana intera. Già, perché Tatum scatena un caso che dall’assonnata Albuquerque raggiunge in un batter di ciglia le due sponde del Grande Paese, dal Golden Gate alla Statua della Libertà. Esclusiva, sonny boy. Altro che master.

E i turisti arrivano. Avetrana, Garlasco, Cogne, Albuquerque. Tutto il mondo è paese. In breve intorno al pueblo, il cui ingresso adesso è a pagamento con tariffe che raddoppiano di giorno in giorno, giungono individui e famiglie da ogni dove, e dalle sabbie di un deserto fino al giorno prima dimora unicamente di serpenti a sonagli, cactus e maledizioni indiane sorge un accampamento, un carnevale in cui non mancano giostre, canzoni (We’re comin’, we’re comin’ Leo / so Leo don’t despair…) e spettacoli per tutti i gusti. Venghino siore, venghino siori. Non c’è quasi testata tra San Diego e Cape Canaveral, tra il Rio Grande e lo Yellowstone che non accorra a elemosinare qualche briciolina. Ma Tatum niente, lui ancora se la ricorda quella scrivania a New York, ricorda pure le sedie che volavano e le pedate nel sedere. E gli piacerebbe parecchio tornarci, magari senza pedate questa volta. Altro che master.

Come finisce non ve lo diciamo (del tutto), però finisce male. Leo ci rimette la pelle, insomma, e a Tatum non lo danno il Pulitzer Prize. The circus is over, o per dirla all’italiana tutti a casa. Nell’ultima scena Tatum torna nel luogo dove il film era cominciato, la redazione del “Sun Bulletin”, in cui campeggia appeso a una parete un quadretto ricamato decisamente naif con le parole Tell the truth, di’ la verità. La prima volta Tatum si era messo a sghignazzare per l’ingenuità della scritta. Ora no, mentre il cerchio è vicino a chiudersi, però non perché il protagonista abbia cambiato idea, ma perché noi spettatori ci rendiamo conto che quella frase non conteneva un principio istruttivo e forse un po’ banale, bensì un avvertimento.

L’asso nella manica compie oggi settanta anni. Quando Samuel “Billy” Wilder lo diresse, nel 1951, gli Stati Uniti erano usciti da poco dalla seconda guerra mondiale e quasi immediatamente entrati in quella fredda, e infatti nel film non mancano riferimenti indiretti al clima di sospetto e caccia alle streghe scatenato dal senatore McCarthy, il maccartismo, che investì il regista in prima persona. Nell’opera di Wilder la pellicola rappresenta il meeting point dei due generi del noir (La fiamma del peccato [Double Indemnity], Viale del tramonto) e della commedia (A qualcuno piace caldo, L’appartamento). L’ironia si mescola al grottesco, l’inquinamento della cultura al cinismo dilagante non solo di Tatum, ma anche di uno sceriffo in cerca di visibilità con l’avvicinarsi di nuove elezioni e della moglie di Leo, disposta a sfruttare le sofferenze del marito per fare qualche soldo vendendo panini e cocacole. L’inganno, soprattutto, si unisce facilmente al desiderio di essere ingannati dei turisti che si precipitano al pueblo appena la notizia finisce sui giornali, perché è quello il luogo di cui tutti parlano, il luogo in cui bisogna essere these very days, prima di sbaraccare trasferendo i carrozzoni altrove, in un posto diverso eppure formalmente identico. E di carrozzoni è il caso di parlare perché nel film si vedono, con il pueblo sotto le cui macerie giace la vittima inconsapevole trasformato da un giorno all’altro in lunapark. L’asso nella manica, conosciuto negli Stati Uniti anche con il titolo The Big Carnival, mostra i risvolti grotteschi e inumani della spettacolarizzazione della cronaca. Uno dei temi è l’ambizione sfrenata, che nel suo libero corso diventa presto spietata, a condizione di considerarla problema non solo individuale ma collettivo, ed è per questo che il film è satirico ma è soprattutto amaro. Quando si vive immersi nel flusso delle notizie non è facile distinguere la foresta con tutti gli alberi che ti sfrecciano davanti, al contempo però Wilder è chiaro nell’indicare la radice del male nel cuore umano proteso tanto facilmente verso un’attenzione voyeuristica, per nulla empatica e molto distruttiva. Quelli lì, dice Tatum al suo assistente fotografo indicando la prima famiglia di turisti che arriva al pueblo, per me sono Mr. e Mrs. America.

Tatum cerca una storia in cui si mostri un human interest, perciò il dramma di un singolo con cui il pubblico sia in grado di identificarsi risponde ai suoi fini molto meglio di quello di un gruppo anonimo. E’ lo stesso principio di individuazione – di realismo, direbbe il filologo Erich Auerbach – che troviamo nella carrozzina che precipita lungo la scalinata di Odessa nella Corazzata Potëmkin e nella bambina in rosso di Schindler’s List, qui però rovesciato perché è paradossalmente proprio la ricerca ossessiva dell’interesse umano a condurre alla disumanizzazione, con Leo che per gli uni – Tatum, la moglie, lo sceriffo – è un’opportunità da sfruttare, per gli altri – la folla osannante davanti al pueblo come in un rave – niente più di un simbolo. Oggi il mondo dei media è cambiato perché i media sono cambiati, le dinamiche di fondo sono però ancora quelle rappresentate da Wilder, il regista nato nello shtetl galiziano di Sucha nel 1906 e morto a Beverly Hills nel 2002 dopo aver fatto la storia di Hollywood con almeno una decina di film indimenticabili. Sotto la direzione di Wilder, a impersonare Tatum, ecco il signor Issur Danielovič Demskij, Kirk Douglas al secolo del cinema, nato a Amsterdam nello stato di New York da immigrati ebrei provenienti da un villaggio che oggi è in Bielorussia, all’epoca invece nell’impero dello zar. Inutile dire che Mr. Demskij è mattatore assoluto della scena e che non ci vengono in mente attori più grandi. Non segue dibattito.

Giorgio Berruto
collaboratore
Cresciuto in mezzo agli olivi nell’entroterra ligure, dopo gli studi in filosofia e editoria a Pavia vive, lavora e insegna a Torino. Ama libri (ma solo quelli belli), musei, montagne

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