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Cultura
I sionismi tra perfezione e realtà

Cosa succede a un sogno quando deve confrontarsi con il reale?

Sionismo o sionismi? Già ai tempi del primo congresso sionista, che si svolse a Basilea nel 1897, era a tutti evidente l’inesistenza di un unico, monolitico sionismo. Negli anni successivi molto è cambiato, non però la pluralità dei sionismi, che anzi è semmai aumentata mentre cresceva la presenza ebraica nella Palestina prima ottomana e poi mandataria: dal sionismo tolstojano di Gordon, che invitava al ritorno alla terra delineando una figura di intellettuale agricoltore sulla scorta del Levin di Anna Karenina a quello culturale e antinazionalista di Buber, a quello antiassimilazionista fondato sullo studio delle fonti di Gershom Scholem eccetera. C’è chi dice che il sionismo, o meglio i sionismi, si siano esauriti con la fondazione dello stato nel 1948 e chi pensa che oggi, in condizioni diverse, descrivano lo stato stesso oppure l’anelito alla convivenza o alla pace o ancora la spinta all’annessione delle regioni bibliche di Giudea e Samària. Vorrei prendere in considerazione solo quelli che hanno avuto più successo e riflettere sulla relazione tra questi e una realtà che spesso li ha contraddetti, a volte anche in modo clamoroso, fino a cambiarli dall’interno.

Herzl: uno stato tra gli stati – La visione che Theodor Herzl sviluppa nello Stato ebraico affonda le radici da una parte nell’idea ottimista del progresso con cui gli uomini sanno migliorare la propria condizione, dall’altra in quello che ai suoi giorni veniva chiamato “concerto delle nazioni”, cioè l’insieme complesso delle relazioni diplomatiche tra stati che nell’Ottocento svolgeva un ruolo nuovo e centrale. Secondo Herzl, come per quasi tutti i suoi contemporanei, esiste un problema ebraico, ma – ed è qui l’originalità della riflessione del giornalista ungherese – questo problema è di asimmetria. Mentre il popolo italiano ha uno stato, l’Italia, quello francese la Francia eccetera, il popolo ebraico non ne ha alcuno, ed è questa mancanza a generare l’odio verso il popolo senza terra, cioè l’antisemitismo. In un mondo di stati nazione, il giorno in cui gli ebrei avranno uno stato l’antisemitismo si esaurirà naturalmente perché è questa mancanza a generarlo. Per questo non fa differenza se lo stato ebraico nasce in Medio Oriente, in Uganda o altrove.

Rav Kook: riunire l’anima al corpo – Rav Avraham Yitzchak HaCohen Kook deve parte della popolarità di cui ancora oggi gode in Israele e altrove al fatto di essere stato tra i pochi rabbini sionisti della prima ora. Kook condivide con Herzl l’idea che esista un “problema ebraico”, ma la descrizione che di questo traccia non ha a che fare con l’umanesimo ma con la mistica. C’è secondo Kook un rapporto essenziale ed esistenziale tra il popolo ebraico e la Terra di Israele, cioè le regioni bibliche. La terra, in altre parole, non è un oggetto esterno che si può desiderare o respingere, ma una parte del popolo, cioè della sua identità. Qui è interessante l’intreccio tra temi della cultura romantica europea e il misticismo. La diaspora è scissione dell’anima (il popolo) dal corpo (la terra d’Israele), e questa separazione violenta comporta la mortificazione dello spirito, l’oscurità dell’esilio. Obiettivo degli ebrei per riguadagnare la propria identità divisa, cioè se stessi, è allora riunirsi alla terra di Israele come l’anima si unisce al corpo.

Il kibbutz: la vita totale – Quelli di Herzl e rav Kook non sono gli unici sionismi che si pongono l’obiettivo della soluzione di un affermato “problema ebraico”, e non sono gli unici a pensare questa soluzione nei termini di una redenzione in grado di terminare l’esilio (esilio dall’umanità, secondo Herzl; da se stessi, secondo Kook). Un terzo sionismo di grande successo che ha posto la questione in termini analoghi è quello del kibbutz, per decenni modello guida per gli ebrei sotto il mandato britannico e poi sotto lo stato di Israele. Secondo la cultura del kibbutz, largamente influenzata dal socialismo europeo, è indispensabile per gli ebrei muoversi dal non luogo della diaspora verso la terra e qui cominciare una vita nuova attraverso il lavoro manuale. Molti kibbutzim prevedono un modello di vita totale, cioè autosufficiente. Un modello, anche in questo caso come in quelli di Herzl e Kook, che aspira alla perfezione.

Tre storie di fallimentiLa nascita dello stato nel 1948 ha segnato il fallimento dei sionismi di Herzl e di rav Kook. L’idea umanistica di Herzl, secondo cui la fondazione dello stato avrebbe decretato la fine dell’antisemitismo, è stata contraddetta non appena, a poche ore dalla dichiarazione di indipendenza, gli eserciti dei paesi arabi circostanti hanno mosso guerra a Israele; e continua a essere contraddetta oggi, in un rovesciamento paradossale della dottrina del “padre del sionismo politico moderno”, quando uno dei volti dell’antisemitismo è proprio la delegittimazione dello stato ebraico (è sufficiente una scorsa alle risoluzioni Onu contro Israele per rendersene conto). Ma nel 1948 anche l’idea mistica di rav Kook ha subito uno scacco, quando lo stato è nato non sulle terre di cui narra la Torà, ma in gran parte su quelle che la Torà e i profeti descrivono come abitate da popoli idolatri: non sulle alture di Giudea e Samària, ma sulla striscia litoranea. Dopo il 1967, quando in seguito a una fulminea guerra difensiva Israele ha occupato le regioni bibliche, i seguaci di rav Kook hanno sì visto la possibilità di realizzare quel sionismo, ma nei decenni successivi non hanno potuto fare a meno di constatare una realtà che non poteva essere ignorata: quelle terre non erano e non sono vuote bensì abitate da altri. E il sionismo del kibbutz? Oggi sono poche le tracce che lo ricordano, la maggior parte dei kibbutzim si è trasformata o si sta trasformando insieme alle trasformazioni economiche e sociali dello Stato.

Ben Gurion: il rifugio – Complice l’impatto devastante della Shoah sugli orizzonti di pensiero degli ebrei sopravvissuti, ma anche il protrarsi del rifiuto da parte araba, con la fondazione dello stato nel 1948 il sionismo cambia. La pluralità di idee, cioè di sionismi, che aveva segnato i decenni precedenti viene rarefatta dall’imperativo di cui si fa portavoce David Ben Gurion: tempo di edificare. Negli anni cinquanta e sessanta non c’è tempo per discutere, occorre costruire un paese quasi dal nulla. In questo contesto il sionismo assume il significato di assicurazione sulla vita per gli ebrei, e il nuovo stato di Israele viene pensato e si propone attivamente come rifugio dalle persecuzioni e dall’antisemitismo diffusi in Europa orientale, nei paesi arabi e altrove. Un po’ per volta i sogni di rigenerazione e redenzione sbiadiscono e vengono sostituiti dall’idea che lo stato stesso, in quanto esiste, sia il sionismo e che nel sionismo, così pensato, risieda la realizzazione dell’ebraismo.

Il principio di Amos Oz ovvero di sogno e realtà – Amos Oz diceva che i sogni sono indispensabili perché è da questi che la realtà origina. Con i sogni è possibile dare una forma alla materia informe, organizzare le indistinte possibilità attraverso un’idea, plasmare il caos originario del tohu vavohu con un’azione creatrice, demiurgica. Oz però continuava dicendo che il sogno da solo non basta perché nel momento stesso in cui da questo nasce la realtà, il primo è già tradito. Il paradosso del sogno è che proprio quando si realizza svanisce e il suo posto viene preso dalla realtà, che a differenza del sogno è sempre imperfetta. Forse anche i sionismi, che a lungo sono stati sogni per molti ebrei, andrebbero considerati come tutti i sogni: modelli di perfezione solo fino a quando sono sogni, inevitabilmente imperfetti quando scelgono di confrontarsi con la realtà.

Giorgio Berruto
collaboratore
Cresciuto in mezzo agli olivi nell’entroterra ligure, dopo gli studi in filosofia e editoria a Pavia vive, lavora e insegna a Torino. Ama libri (ma solo quelli belli), musei, montagne

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