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Il caso Mortara al cinema con Marco Bellocchio

Il regista piacentino al lavoro per raccontare la storia del rapimento di Edgardo Mortara da parte dello Stato Pontificio

La storia di Edgardo Mortara divenne un caso internazionale. Perché in gioco c’era la volazione dei diritti dell’uomo, prima e sopra tutto il resto. Entro il suo primo anno di età, il piccolo Edgardo venne battezzato all’insaputa dei genitori, entrambi ebrei, dalla domestica, che credeva così di salvarlo dalla morte per una malattia che aveva contratto. Siamo a Bologna nel 1852 e a sei anni da quel battesimo occulto, la famiglia subì un vero e proprio rapimento. Il 23 giugno 1858, la polizia dello Stato Pontificio, che all’epoca comprendeva ancora Bologna, preleva il sesto degli otto figli di Salomone Momolo Mortara e Marianna Padovani per portarlo a Roma e farlo crescere dalla Chiesa. Quel battesimo occulto lo aveva reso cristiano cattolico a tutti gli effetti e secondo le leggi dello Stato pontificio una famiglia ebraica non poteva allevare un cristiano. Per i genitori, non ci fu nulla da fare: il ragazzo crebbe a Roma e venne ordinato prete in Francia.

Le reazioni internazionali parlarono di violazione dei diritti umani e molte furono le proteste per interrompere i poteri temporali dello Stato Pontificio, ma nulla convinse Papa Pio IX che si limitò a rispondere che nulla di diverso poteva fare per quel ragazzo e che certamente avrebbe rifatto la stessa identica cosa.

Questa la storia in sintesi, ma la sceneggiatura non è priva di altri lati oscuri, di dinieghi e rifiuti e di un’enorme violenza. Un film perfetto. Tanto che il regista americano Steven Spielberg ci ha lavorato per cinque anni, con sopralluoghi in Italia e la scrittura di una trama a partire dal libro di David Kertzer, Prigioniero del Papa. Ma poi… ha desistito, pare per questioni di casting: non avrebbe trovato un attore – ragazzino adatto. E ora il compito di narrare sul grande schermo le vicende di Edgardo Mortara e della sua famiglia se l’è assunto Marco Bellocchio, fresco di David di Donatello per il suo Il traditore.

Una ricerca d’archivio e un’indagine approfondita con la storica Pina Todaro costituiscono gli elementi essenziali della sua sceneggiatura, che vede al lavoro Stefano Massini (all’esordio come sceneggiatore) e la regista Susanna Nicchiarelli. Il film, presentato come una ricostruzione storica, è atteso per la fine del 2021, prodotto da IBCmovie di Beppe Caschetto, Kavac Film con Rai Cinema. Ma intanto Bellocchio ha raccontato qualche anticipazione sulla stampa. A Il fatto quotidiano infatti ha svelato il suo punto di vista sulla questione: Al centro sarà “Il mistero della conversione”. “Si parte dalla indubbia violenza terribile perpetrata verso un bambino e dovuta al fanatismo religioso, l’idea che in nome di una fede si possa fare tutto. Non sarà possibile farlo ma si potrebbe immaginare il nostro Mortara che si ritira in Belgio e muore nel ’40, avendo visto le croci uncinate, il nazismo, la nuova violenza contro il popolo ebraico”. La storia infatti si ferma prima degli anni a Liegi dove Edgardo morirà novantenne, per concentrare la vicendo entro la Presa di Porta Pia.

Ma chi è Edgardo in tutta questa vicenda? A Repubblica, Bellocchio risponde: “Il piccolo Edgardo, preso a simbolo da Pio IX che diventa un co-protagonista, è come un baluardo contro liberali, massoni, ebrei, contro il progresso, da cui è sconfitto”. Un’indagine interiore dell’Edgardo ormai adulto, ma anche della famiglia e dei genitori che cercano di riavere in ogni modo il loro figlio. Un’analisi del potere della Chiesa e una critica alla religione. Che parte da un’immagine, raccontata da Bellocchio sempre al quotidiano La Repubblica, quasi un trailer a parole di quel che potremmo vedere al cinema: “Il bambino, già in Vaticano, che sogna di schiodare Gesù dalla croce. L’immagine nasce dalla mia lunga esperienza del Cristo deposto, deposto morto e che poi risorge. Invece è come se Edgardo, figlio del popolo accusato di deicidio, sognasse di toglierlo dalla croce. Il bimbo racconta il sogno al Papa che quasi piange dalla gioia pensando: “L’ho conquistato””.


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