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“Il ciarlatano” di Isaac Bashevis Singer. La recensione

Uscito originariamente solo a puntate sul quotidiano yiddish “Forverts”, appare in forma di libro in anteprima mondiale per Adelphi

A presentare Il ciarlatano di Isaac Bashevis Singer per la prima volta in forma di libro è la casa editrice Adelphi che lo ha appena pubblicato in anteprima mondiale. Si tratta infatti di un romanzo apparso solo a puntate su Forverts, il quotidiano Yiddish di New York, tra il dicembre 1967 e il maggio 1968, firmato dal Premio Nobel con lo pseudonimo di Yitzkhok Warshavski. Della versone in yiddish esiste anche la traduzione in inglese, non definitiva e mai pubblicata, su cui si è basata questa edizione, continuamente confrontata però al testo originale.

Il ciarlatano è un romanzo prezioso. Racconta di un’America vista con gli occhi di Varsavia. Siamo negli anni della Seconda Guerra Mondiale e i protagonisti delle vicende narrate sono esuli polacchi a New York. Nel Vecchio Continente hanno lasciato gli affetti, anche quelli più intimi, e una guerra devastante. Negli Stati Uniti cercano la rinascita. O quasi.

Tutti gli immigrati polacchi appena approdano a New York dichiarano che quel luogo non fa per loro. Ma presto invece si adattano e trovano un modo di vivere non peggiore che a Varsavia. L’America in fondo offre molte chance a chi abbia voglia di reinventarsi. Non va proprio esattamente nello stesso modo al protagonista Hertz Minsker, intellettuale allievo di Freud che nella nuova patria si barcamena in qualche maniera, con la scusa di avere un libro da finire come impiego principale, di fatto vivendo alle spalle di amici ricchi e delle donne che riesce a sedurre.

“Su un punto Hertz era d’accordo con Spinoza: era sufficiente saper estrarre le scintille di verità ovunque, da chiunque e in ogni circostanza. Se Dio gliene avesse concesso il tempo, avrebbe scritto un libro che avrebbe intitolato La verità della menzogna“. Ecco qui il signor Minsker. Un esperto in materia, stando alle pagine composte da Singer. Che accompagna il suo protagonista prima in un classico triangolo amoroso, reso più complesso del solito trio lui – lei – l’altro dal fatto di essere a sua volta sposato e dall’identità degli altri due soggetti: l’amante, Minna, è la moglie del suo miglior amico, Morris. Colui che gli permette di vivere a New York, l’uomo che lo ha sempre soccorso nei momenti più difficili, che lo esorta a passare agli affari, lasciando perdere il lavoro intellettuale: “In America bisogna cambiare”, gli dice, “Qui anche un rabbino deve diventare un businessman. Puoi pure essere un nuovo Aristotele, ma finché te ne stai ad ammuffire in un appartamento in affitto, nessuno si accorgerà di te. Persino il Messia, se arrivasse a New York, dovrebbe mettere un annuncio sul giornale…”.

Poi le vicende si complicano. Perché Minsker si trova a vivere con la moglie nell’appartamento di una medium, una sorta di strega capace di interrogare i morti e gli spiriti, seducente e innamorata di lui. Per irretirlo però mette in piedi un inganno, dando corpo e voce a uno spirito (al femminile, però) che si materializza tra le braccia di lui (e di cui si innamorerà). Nel frattempo Minna ha rivisto l’ex marito, da cui era scappata abbandonandolo insieme all’Europa al principio della Guerra e quello attuale impazzisce di dolore quando all’improvviso capisce della relazione tra lei e il suo migliore amico. E poi. E poi ancora, altre donne, altri intrecci, altre menzogne. O forse una sola evidente verità: Hertz Minsker non può fare a meno della seduzione.

In fondo anche l’America lo seduce, continuamente capace di riservargli un’alternanza tra disastri e belle sorprese, quasi una rilettura dell’American Dream in chiave yiddish, mai priva di ironia e cinismo, con quel tocco di dolcezza che rende l’andamento del racconto irresistibile. Così si srotolano le pagine e i sentimenti che accompagnano le vicende di tutti i personaggi, fino a quando il Ciarlatano riesce a realizzare il suo più grande desiderio: essere riconosciuto come intellettuale, con un ingaggio universitario. Un’altra seduzione, irresistibile. Proprio però mentre quella vita stava finalmente volgendo al meglio, regalandogli anche la tanto agognata notorietà, Bronia, la moglie, abbandonata prima che la buona sorte facesse capolino nella sua vita, si ammala. Bronia, ridotta ai suoi occhi quasi allo spettro di se stessa per il rimorso di aver abbandonato i figli con l’ex marito a Varsavia, era una bella donna. E lui si compiaceva dell’ammirazione che lei suscitava tra gli uomini, anche se non l’amava più. La raggiunge a Miami dove la trova sfinita e dove la storia prende un altro corso ancora.

A sedurre Minsker è anche Dio. Figlio di un rabbino e cresciuto in una famiglia hassidica, ha formalmente abbandonato la religione, sicuramente si è allontanato dalle sue liturgie, in favore della scienza. Della psicologia, anche se poi abbraccia la parapsicologia, tra inconscio e spiritualismo, disciplina descritta con una certa ironia dalla penna di Singer, quasi a voler sottolineare un ulteriore grado di ciarlateneria nel suo personaggio. “La verità è che la religione, come la scienza, è ancora in fasce” dice Hertz a una cena a casa dell’amico Morris, “e tutte le Torah sono piene di contraddizioni. Prendete la nostra, per esempio. Qui dice non uccidere e subito dopo nessuno vivrà” per proseguire con altri esempi dello stesso tenore, quindi concludere: “La mia posizione è questa: Dio, al pari della scienza, non si è rivelato a nessuno”.

Ma è a Dio che si rivolge continuamente, pungolato anche dalle vicende che la vita gli mette davanti. Come, all’inizio del romanzo, quando arriva a casa dell’amico per un invito a cena e al momento di prendere posto a tavola con gli altri ospiti, viene invitato dal padrone di casa a sedere a capotavola: “Questi provò a rifiutare, ma Morris esclamò: “Per me tu sei come il Rabbi di Piltz”. Un Rabbi che va a letto con tua moglie, rispose Hertz silenziosamente. Era turbato, pensò a suo padre”. Il padre lo incontra e lo interpella spesso nelle sedute spiritiche, lo porta con sé ogni minuto, insieme all’idea che tutti, in privato, crediamo in Dio e parimenti siamo eretici.

E il confronto tra eresia e fede fa da controcanto alle vicende dell’Europa, a quelle sentimentali e a quelle più profonde: “Se ti allontani da Dio sei un nazista”, dice Morris a Hertz. E lui, poi ragiona tra sé e sé: “Morris ha ragione. Siamo tutti nazisti. Nazisti circoncisi”. Così l’adulterio, ma anche la menzogna vengono analizzati con la lente della religione, attraverso precetti e convinzioni personali. Per poi portare i due amici, ormai nemici, a percorrere ciascuno la propria strada e giungere alla domanda delle domande sul senso della vita. Se la società umana è fatta per glorificare l’adulterio, come conclude Morris nei suoi pensieri amari, Hertz si interroga sull’esistenza di Dio per poi concludere, nella totale solitudine, che l’autore dei Dieci Comandamenti conosceva l’umanità meglio di tutti gli psicologi messi insieme.

Isaac Bashevis Singer, Il Ciarlatano, a cura di Elisabetta Zevi, traduzione di Elena Loewenthal, pagine 268, 20 euro.

 

 

 

 

 

Micol De Pas

È nata a Milano nel 1973 e da quando ha cominciato a scrivere, non ha più smesso (compulsivamente) di farlo. Giornalista, autrice, spesso ghostwriter, lavora per il web e diverse testate cartacee.


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