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Hebraica
Il concetto di popolo eletto#2: la spiegazione di Rav. Cardozo

Da “popolo” a “umanità” eletta: storia e significato del sogno ebraico

Cosa significa “popolo eletto”? Per prima cosa, pungolare gli altri. Almeno, stando a Rabbi Dr. Nathan Lopes Cardozo (fondatore e preside della  David Cardozo Academy e del Bet Midrash of Avraham Avinu a Gerusalemme) che ne parla in questo articolo.

Una delle affermazioni più inquietanti è quella che fanno gli ebrei quando, citando la Torah, si definiscono “il popolo eletto”. Per quasi quattromila anni, gli ebrei hanno sostenuto la convinzione di essere gli eletti di Dio, la “luce dei suoi occhi”, la sua nazione più amata e favorita. Questa affermazione suona come pregiudizio del più alto ordine, trasformando la grande maggioranza dell’umanità in cittadini di seconda classe.

A parte i riferimenti biblici, la tradizione sottolinea la particolarità ebraica. Gli ebrei non devono sposare non ebrei. L’ebraismo non punta a conquistare persone da convertire; piuttosto scoraggia tutti, tranne i più sinceri. Le leggi alimentari kasher limitano l’interazione sociale. Anche quando vivono in mezzo ai loro vicini non ebrei, gli ebrei hanno sempre cercato di vivere da soli, vestendosi in modo diverso, parlando la propria lingua e rispettando i propri costumi, le preghiere e la cultura. Il famoso autore inglese George Bernard Shaw accusò gli ebrei di arroganza e disse che finché insistevano sulla loro scelta non avevano alcun diritto di opporsi al modo mostruoso con cui i tedeschi avevano ucciso sei milioni di loro: ne erano stati loro stessi la causa. H. G. Wells definì la “pretesa” ebraica “un ostacolo per l’unità mondiale”. I teologi protestanti parlarono della “superbia della fede ebraica”.

Detto ciò, potrebbe sembrare paradossale che l’ebraismo tradizionale continui a sottolineare la dignità dell’intera razza umana. In Bereshit (molto prima che gli ebrei entrassero in scena), la Bibbia ci dice che tutti gli uomini sono creati a immagine di Dio. Le parole del profeta sono chiare: “Non abbiamo tutti un solo Padre, un solo Dio che ci ha creati? “(Malachia 2:10). Nel periodo talmudico, Rabbi Meir affermò che Adamo fu creato dalla polvere che era stata raccolta da tutti gli angoli della terra, in modo che nessuna nazione potesse rivendicare la distinzione di essere migliore o di avere cullato l’umanità.

Pur non incoraggiando la conversione, l’ebraismo insiste sul fatto che tutte le persone possano diventare ebree. Alcuni dei più grandi ebrei della storia erano convertiti o discendenti di convertiti: il grande re David viene dalla linea di Ruth, forse il caso di conversione più famoso di tutta la storia. Rabbi Akiva, Shemayah e Avtalyon, alcuni dei più grandi saggi nella tradizione ebraica, discendono da antenati convertiti. La cosa più sorprendente è l’insistenza della tradizione ebraica nel consentire ai membri della nazione degli Amalec, l’arcinemica degli israeliti, di convertirsi quando dimostrano un sincero desiderio di farlo.

Unicità vs uguaglianza?

La contraddizione è ovvia. L’ebraismo vuole assicurare l’unicità e la scelta del popolo ebraico. Ma vuole anche sostenere l’uguaglianza di tutti gli uomini, la dignità di tutti gli esseri umani. In realtà, dichiara che questo paradosso è la pietra angolare su cui poggia tutto l’ebraismo tradizionale.

Prima di tentare di affrontare questo paradosso, dobbiamo porre una domanda importante: la realtà storica conferma lo status unico del popolo ebraico? La risposta è chiara: sì. I fatti storici dimostrano che il popolo ebraico si distingue perché:

Ha vissuto una sopravvivenza miracolosa.

Ha dato incredibili contributi alla civiltà, totalmente sproporzionati rispetto al suo numero.

Ha compiuto un ritorno senza precedenti nella propria terra d’origine dopo quasi duemila anni di esilio

[…] Quindi, gli ebrei sono davvero “una nazione a parte”. Ma questo ha qualcosa a che fare con la pretesa, di origine biblica, di essere i prescelti?

Per rispondere a questo, dobbiamo rivolgerci alla Torah stessa, Bereshit capitolo 11. La generazione della Torre di Babele rappresenta uno dei punti più bassi nella storia umana. L’umanità cerca di costruire una torre abbastanza alta da raggiungere i cieli e sfidare Dio. Per la prima volta, un’intera generazione si è ribellata a Dio per una questione di principio. Le generazioni precedenti magari si comportavano anche peggio, ma poi riconoscevano i propri errori. Quella della torre, tuttavia, portò una nuova ideologia nel mondo, quella di un secolarismo estremo in cui Dio fu deliberatamente ignorato in favore del male. Questo nuovo sistema di credenze non vedeva nulla di sbagliato nell’immoralità, ma lo elevava al nuovo ordine mondiale.

Il primo ebreo

Un uomo capì i pericoli intrinseci di un’ideologia simile, dove l’immoralità, la corruzione e la depravazione sessuale divennero la norma. Divenne nel mondo come “Abramo l’Ivrì”, l’Ebreo. Contrastando (che è uno dei significati del termine Ivrì) e opponendosi a quella realtà, “sfidò” il mondo e divenne il primo ebreo della storia. Un eterno manifestante morale che ha insegnato ai suoi simili ciò che non volevano sentire, ma hanno dovuto sapere: quel che conta non è ciò che si ha, ma ciò che si è. Non è ciò che l’uomo vuole fare, ma ciò che dovrebbe fare, che trasforma l’uomo in un essere di suprema grandezza. Assistito da Sara sua moglie e in seguito da suo figlio Isacco e dai suoi nipoti, Avraham costruì un impero di ambasciatori spirituali il cui compito era quello di rivoluzionare la prospettiva dell’uomo su se stesso, portando a un ordine mondiale migliore. In questo modo, e non senza grossi ostacoli e fallimenti, il “popolo eletto” nacque con il compito specifico di salvare e sostenere l’onore dell’umanità.

La nazione che stava per essere costruita doveva diventare la coscienza delle colpe del mondo. Come ha osservato Jacques Maritain, “Gli ebrei non danno pace al mondo, vietano il sonno, insegnano al mondo a essere insoddisfatti e irrequieti finché il mondo non ha Dio”. Esclusività etica. Essere una forza d’ispirazione richiede la necessità di costruire una forza-guida della spiritualità dentro di sé. Richiede una sorta di dedizione senza compromessi verso un impegno comune che è possibile solo attraverso l’accettazione di uno speciale modo di vivere. Questo è il giudaismo per gli ebrei. Fare la propria strada significa rifiutare la via degli altri. Perché gli ebrei vivono la loro vita e perché stanno insieme, erano e sono in grado di offrire al mondo un’ideologia di massima. Non c’è bisogno che gli altri vivano quella vita: è la pluralità intrinseca dell’uomo che offre molte comunità di fede. Finché si osservano le norme di base della morale insegnate da Abramo, ogni uomo o donna ha il proprio contributo da dare. L’esclusività degli ebrei è quindi di un tipo insolito: da nazionale si trasforma in etica. E abbandonare l’esclusività nazionale significa abbandonare il messaggio etico verso tutti gli uomini. Ma Israele è una nazione che trasforma il mondo. Il suo compito è riportare l’umanità al suo pieno potenziale morale e religioso.

In questo senso, gli ebrei vivono in costante tensione spirituale. Sognano un’umanità eletta che ha riscoperto la sua via verso Dio e la giustizia. Come tale, si confronta con un paradosso sublime: lottano per sopravvivere con la speranza che un giorno saranno in grado di scomparire.

Si può leggere il testo originale cliccando su questo link.

 


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