L'agenda di Joi
Hebraica
Il concetto di popolo eletto#4: la spiegazione di Rav. Jonathan Sacks

L’amore non ha confini e non ammette distinzioni. Dunque, essere scelti non implica un fatto esclusivo.

Il Rabbino capo delle United Hebrew Congregations of the Commonwealth punta sull’amore. Incommensurabile, alieno al confronto e totalmente disinteressato. Ecco perché essere scelti non implica l’esclusione di tutti gli altri.

Nella storia di Isacco, Giacobbe e Esaù, da lettori sentiamo una forte empatia con questi ultimi due. Ci immedesimiamo però anche con Isacco nella sensazione di essere stato ingannato. Ci identifichiamo poi con Esaù, il cui primo pensiero non è il tradimento o il desiderio di vendetta, ma la semplice, acuta e scioccante delusione (“Benedici anche me, mio padre”). Arriva infine il senso di impotenza di Isacco (“Quindi cosa posso fare per te, figlio mio?”) e il pianto di Esaù – tanto più commovente dato quello che sappiamo di lui, che è un uomo dei campi, grezzo per certi versi, impetuoso in altri, non un uomo abituato (come in seguito sarà Giuseppe) alle lacrime. La scena di loro due insieme, padre e figlio, ingannati e delusi, derubati di quello che avrebbe dovuto essere un momento di grande tenerezza e intimità (figlio che nutre il padre, padre che benedice) mette profondamente a disagio.

[…] Le nostre simpatie sono spinte, per tutto il capitolo, verso Esaù piuttosto che verso Giacobbe. Non pensiamo che Esaù fosse l’erede legittimo o che la storia ha preso una direzione sbagliata, che le cose sarebbero dovute andare diversamente. Manifestamente questo non è così. Rivkah favorisce Giacobbe, e in Bereshit le madri conoscono i loro figli meglio dei loro padri. Esaù – il cacciatore, l’uomo che “disprezzava il suo diritto di nascita”, tanto da venderlo – non era chiaramente destinato a essere il fedele seguace di un Dio invisibile e trascendente. L’eredità di Abramo deve sicuramente passare attraverso Giacobbe, il bambino descritto come “un uomo tranquillo, che stava tra le tende”. Perché allora la Torah fa in modo di farci empatizzare e provare simpatia per Esaù, facendoci vedere il suo punto di vista?

[…] L’Esaù che emerge dalla Torah non ha la fede di Abramo, la costanza di Isacco o la persistenza di Giacobbe. È di una pasta più grossolana. Ma non è privo della sua umanità, della sua lealtà filiale e di buone intenzioni, anche se irascibile.

Anche questo fa parte del messaggio della Torah. Proprio come non possiamo predire le azioni di Dio in anticipo (“Sarò chi sarò”, “Avrò pietà e mostrerò gentilezza a chiunque io desideri”), così non possiamo prevedere in anticipo dove l’immagine di Dio brillerà. Erano i settari di Qumran, non i rabbini, che dividevano l’umanità in “figli della luce” e “figli delle tenebre”. Tale dualismo antropologico è estraneo all’ebraismo quanto il dualismo teologico.

La conseguenza della scelta

C’è, tuttavia, qualcosa di molto più ancestrale nella storia di Esaù. Ha a che fare con il concetto stesso di “scelta”. Il libro di Bereshit è, tra le altre cose, una riflessione profonda su questo tema. Non c’è dubbio che la scelta abbia profonde conseguenze psicologiche su entrambi i lati dell’equazione. Essere scelti significa – come scopre Giacobbe – incontrare alte aspettative e grandi difficoltà (“Pochi e cattivi sono stati i giorni della mia vita”, dice al Faraone). Ma anche non essere scelto è profondamente devastante. Lo vediamo ripetutamente – nelle due occasioni in cui viene mandata via Agar, nei rapporti tra Josef e i suoi fratelli, ma più esplicitamente nel caso di Lea e Rachel: “[Giacobbe] sposò anche Rachel, e amava Rachel più di Lea. . . [Dio] vide che Leah era odiata.”.

Lea, ovviamente, non era odiata. Si è semplicemente sentita respinta. Tuttavia, il senso di rifiuto è profondo, così profondo che la Torah non esita a metterlo sullo stesso piano della sensazione di essere odiata. E chi si sente respinto può odiare a sua volta. Questo è il motivo per cui i fratelli “odiano” Giuseppe (il verbo è usato tre volte – una ripetizione significativa – nel capitolo 37).

L’amore sceglie ma la scelta crea estraniamento, che porta alla tensione, che a volte può esplodere in conflitto e talvolta (potenzialmente o effettivamente) violenza. Questo è un tema segnalato quasi all’inizio della narrazione biblica, quando, il fatto che Dio scelga l’offerta di Abele e non quella di Caino, condurrà al fratricidio.

Qualcosa della più profonda conseguenza possibile viene messo in risalto nella storia di Esaù. La scelta di uno non significa il rifiuto dell’altro. Esaù non viene scelto, ma non viene rifiutato. Anche lui avrà la sua benedizione, la sua eredità, la sua terra. Anche lui avrà figli che diventeranno re, che regneranno e non saranno governati. Anche a lui vengono riconosciute le sue virtù, soprattutto il suo amore e rispetto per il padre. Non a caso le nostre simpatie sono attratte da lui, come per dire per sempre a tutta l’umanità – non tutti possono essere scelti per la fedeltà, spirituale ed esistenziale, necessaria nel patto tra Abramo e Dio, ma tutti sono preziosi per Dio, ognuno ha il suo posto nello schema delle cose, ognuno ha le sue virtù, i suoi talenti e doni. […]

Essere scelti non significa che gli altri non siano scelti. Essere sicuri del proprio rapporto con Dio non deve dipendere dal negare la possibilità che anche altri possano avere una (diversa) relazione con Lui. Giacobbe fu amato da sua madre ed Esaù da suo padre; ma che dire di Dio che non è né padre né madre, ma entrambi e più di entrambi? In verità, possiamo solo conoscere la nostra relazione con i nostri genitori. Non possiamo mai conoscere quella degli altri. Sono più amato dei miei fratelli o sorelle? Di meno? Una volta posta, la domanda non può che portare alla rivalità tra fratelli (uno dei temi centrali di Bereshit). Ma la domanda è una domanda non valida. Non dovrebbe essere posta. Un genitore buono ama tutti i suoi figli e non pensa mai “più o meno”.

L’amore non è quantificabile. Rifiuta i confronti. Giacobbe è Giacobbe, erede dell’alleanza. Esaù è Esaù, fa quello che fa, essendo quello che è, godendosi la sua eredità e benedizione. Che semplice verità e quanto meravigliosamente, sottilmente, è trasmessa. È uno dei messaggi più profondi della Torah all’umanità – e quanto profondamente (in un’epoca di “scontro di civiltà”) il mondo ha bisogno di sentirlo oggi.

 

 


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