Cultura
“Il cortile del mondo”, voci contemporanee dal ghetto di Venezia

La recensione al volume curato da Shaul Bassi e pubblicato da Giuntina

Se è vero che la storia dei ghetti e dei loro abitanti va sempre letta “al di fuori di narrazioni univoche”, come scrive Shaul Bassi nell’introduzione, questo libro, Il cortile del mondo, ne è la prova. Ma attenzione: non si parla di ghetti in epoche antiche, bensì del ghetto di Venezia oggi, precisamente nel 2016, anno in cui diversi scrittori sono stati ospiti dei suoi palazzi, dei suoi campi e delle sue calli con l’obiettivo di raccontare quel luogo oggi. O forse di farlo parlare, perché le case, le strade, le piazze, per non dire delle sinagoghe e dei musei, custodiscono storie antiche, capaci di farne scaturire di nuove.

Il 2016 naturalmente non è stato scelto a caso: in quell’anno il ghetto ha compiuto mezzo millennio. Allora Shaul Bassi con Sara Civai e Lucio De Capitani si sono interrogati sul perché la letteratura moderna abbia sempre evitato il ghetto. Se Shakespeare ne Il mercante di Venezia mette l’elemento ebraico al centro della vicenda senza nominare mai il ghetto ma dandolo come presupposto, autori successivi come Thomas Mann, Jesph Brodsky o Marcel Proust non hanno mai sfiorato questo luogo. Rimosso all’indomani dell’emancipazione, il ghetto torna a far parlare di sé dopo la Shoah, attraverso un lungo lavoro sulla memoria. Così si arriva al progetto che ha permesso di confezionare questo prezioso volume: reimmaginare il ghetto per il ventunesimo secolo. Ovvero, scrittori internazionali che in cambio dell’ospitalità nel ghetto di Venezia e di una immersione nella sua lunga storia, avrebbero prodotto un testo capace di rivisitare, appunto, l’idea di ghetto.

Il risultato è Il cortile del mondo, un titolo che è anche un manifesto. Perché ghetto, nella parlata ebraico veneziana veniva detto hasèr, la versione veneziana dell’ebraico chatzèr, cortile. Quel luogo di incontro, di chiacchiere e pettegolezzi, dove tutti si conoscono. Nel nostro cortile si incontrano autori come Amitav Gosh, Stanley Gazemba, Anita Desai, Doron Rabinovici, Marjorie Agosìn, Laura Forti e altri. Ma quel cortile è aperto, quasi fosse un palcoscenico le cui quinte sono il ghetto.

Si comincia con la sezione Paesaggi che si apre con Un rifugiato nel Ghetto di Venezia di Murray Baumgarten che descrive il primo impatto con il ghetto. O meglio, il confronto tra l’idea che un rifugiato in arrivo a Venezia possa avere del ghetto e la realtà: “Se cerchi il ghetto, i cartelli ti indirizzano verso il ponte. Dal canale irradiato dal sole ti inoltri nel buio tunnel del sotoportego, aspettandoti delle rovine – quello che hai letto del Ghetto di Varsavia, raso al suolo dai nazisti affinché non restasse un mattone sopra l’altro – e davanti a te ecco spalancarsi la sorpresa del Ghetto Novo. (…) qui ci sono famiglie, gruppi, persone che esaminano lapidi che commemorano la Shoah (…) Arrivano gruppetti di turisti curiosi e rumorosi… sono consapevoli di essere la dimostrazione che Hitler non ha vinto?”. Anita Desai immagina uno scenario alternativo per il protagonista del suo Notte e nebbia a Bombay, romanzo del 1988 che narra le vicende dell’ebreo tedesco Hugo Baumgartener e il suo vagare per la città di Venezia. Si viaggia poi lungo le parole di Agata Tuszynska nel suo Bambole, dove dalla vita nel libro come popolo nomade, gli ebrei imparano a non sentirsi a casa in nessun luogo. Poi compare il ghetto: “Nella primavera del 1516 vennero confinati dietro un muro per la prima volta. Nell’ospitale Venezia, città sull’acqua, galassia senza radici e pertanto aperta a tutti. È proprio qui che viene coniato il termine ghetto per indicare un luogo di reclusione. (…) Rilke racconta di un palazzo nel Ghetto che era cresciuto sempre di più, fino al punto in cui gli abitanti riuscivano a intravedere il mare. Ma questa è una leggenda. In realtà le finestre si affacciavano sul cortile interno proprio per non poter guardare troppo lontano”.

A Venezia ci si perde. Non accade solo se ci si sposta con il vaporetto, senza addentrarsi a piedi in quell’intricato sistema di calli, tante volte pronte a lasciarci senza scampo davanti all’acqua di un canale: bisogna tornare indietro. E nel reimmaginare il ghetto i nostri scrittori hanno immaginato anche di perdersi da qualche parte non ben precisata nella città a forma di pesce. Così si incontrano le persone. Come Mario Balotelli, descritto come un rapper più che come un calciatore da Caryl Phillips che si imbatte nel giocatore davanti alla fontana di una piazza deserta, intorno a mezzanotte. Balotelli allora veste i panni di un gentilissimo e premuroso Virgilio, pronto a condurlo nella selva urbana di quel luogo lagunare. Il ghetto poi assume anche altre forme. Diventa quello statunitense, un luogo di salvezza dove gli emarginati possono riunirsi ed esprimere se stessi, come dice Daniel Mendelsohn nel suo I miei ghetti, una riflessione sull’identità (“essendo io americano, ho identità molteplici e mi riconosco in più credi. (…) Non sono solo ebreo. Sono anche gay), fino a Nairobi dentro e fuori, un testo di Stanley Gazemba creato a distanza, perché allo scrittore è stato negato per due volte l’ingresso in Italia. La Nairobi che descrive è quella del ghetto ricco del quartiere di Lavington, fatta di prati ben curati, appartamenti di lusso, cancellate in ferro battuto e terribili cani da guardia. Ci era andato per lavoro, credendo che lì sarebbe riuscito a scrivere nella quiete. Ma si sbagliava: le sue storie non abitano a Lavington. “Sono una creatura della strada. Le storie prendono vita nella mia testa nel bel mezzo di una strada gremita”, dichiara Gazemba, “Le mie storie semplicemente non vengono dai prati ben curati di Lavington”.

Un dettaglio non trascurabile e che forse chi conosce Venezia da per scontato, è che il ghetto è abitato ed è abitato dagli ebrei. Lo nota Molly Antopol: “Vi parlerò dell’ultima cosa che mi sarei aspettata di vedere nell’accostarmi al Ghetto ebraico di Venezia per la prima volta: gli ebrei”. Nelle prime righe descrive la scena di un padre con il figlio, payot ben curate che spuntano dai cappelli neri, in barca, pronti a sfatare qualsiasi barzelletta sull’agilità (o ridicolaggine in cerca di assimilazione) dei personaggi in questione: la coppia si muove al pari dei portuali di Boston, pronti a scaricare e caricare merce con la stessa disinvoltura. È la vita nella città lagunare, bellezza! E quel cortile sul mondo racconta anche questo, il presente. Che ben si definisce in uno scambio epistolare tra Laura Forti e Motti Lerner a proposito di Venezia, da loro esplorata e pensata.

 

Il cortile del mondo. Nuove storie dal Ghetto di Venezia - copertina

Il cortile del mondo, a cura di Shaul Bassi, Giuntina, pp. 287, 18 euro

Micol De Pas

È nata a Milano nel 1973. Giornalista, autrice, spesso ghostwriter, lavora per il web e diverse testate cartacee.


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