L'agenda di Joi
Cultura
Il fantasma di Hitler – seconda parte

Viaggio nelle pieghe di una storia poco nota: nell’estate del 1941 il ruolo che i nazisti affidarono da subito ai nazionalisti ucraini fu quello di concorrere attivamente alla disgregazione delle forze armate sovietiche e alla persecuzione degli ebrei

Con il 27 settembre del 1939 (e a seguito delle successive deliberazioni assunte nei due mesi successivi), dopo la spartizione dei territori polacchi tra Germania e Unione Sovietica, l’intero territorio dell’Ucraina storica venne unificato nella già esistente Repubblica socialista sovietica Ucraina. Di fatto la Galizia orientale, che fino ad allora era stata parte della Polonia, veniva ora incorporata nell’Urss. Per la popolazione ebraica le implicazioni furono non indifferenti. Mentre gli ebrei che erano già parte dell’Ucraina sovietica da prima del 1939 avevano conosciuto un discreto livello di esistenza, al netto degli effetti delle purghe staliniste, i correligionari della parte occidentale, ora annessa, erano invece vissuti in condizioni di estremo disagio. I conflitti tra la popolazione polacca e quella ucraina li avevano spesso visti come vittime predestinate, trovandosi tra l’incudine e il martello in quanto componenti di una minoranza nazionale non organizzata, quindi priva di uno Stato “protettore”. In generale, l’intera regione si trovava in uno condizione di forte disagio economico e sociale. La guerra aveva poi innescato il fenomeno dei profughi, con la redistribuzione della popolazione in vasti territori e lo smembramento di molte comunità locali. Gli stessi nuclei famigliari ne furono in parte travolti, rimanendo divisi, e quindi poi definitivamente separati, in quelle che erano ora nuove linee confinarie.

La sovietizzazione della regione galiziana comportò l’espropriazione e la nazionalizzazione delle imprese così come delle banche, la concessione del passaporto sovietico ai nuovi “cittadini” – ma anche la loro classificazione secondo l’origine sociale, identificando nei “borghesi” i soggetti deportabili e quindi da reinsediare in altre regioni dell’Urss – la progressiva abolizione della proprietà privata degli immobili e la regolamentazione centralizzata dei mercati. La rigida svolta economica incrementò il disagio già esistente. Nella società ebraica gli effetti si fecero sentire, abbattendosi su un tessuto sociale e culturale che in Galizia, così come in Volinia (il territorio che comprende le regioni storiche dell’Ucraina occidentale situate tra i fiumi Pryp”jat’ e Bug occidentale fino alla Galizia e alla Podolia; l’area costituisce, nel suo insieme, uno dei più antichi insediamenti degli slavi d’Europa), si era lungamente caratterizzato per il suo sostanziale conservatorismo. Ovvero, per un immobilismo che nel corso dell’Ottocento e del primo Novecento aveva in qualche modo contribuito a segnarne la marginalità politica, a fronte – invece – della indiscutibile consistenza demografica. Mentre le comunità rurali e di minore consistenza erano governate di fatto da un’oligarchia che univa il notabilato secolare al rabbinato, l’ebraismo urbanizzato, maggiormente sensibile ai processi di modernizzazione, si era in parte avvicinato alle correnti del sionismo revisionista, ibridandosi con lo spirito nazionale presente nelle altre società locali. La presenza di bundisti, di sionisti socialisti e di comunisti era invece molto contenuta poiché, contrariamente a quanto era avvenuto nei Paesi baltici, in parte della Bielorussia e nella Polonia, la politicizzazione e la partiticizzazione delle élite ebraiche era stata meno intensa.

Notevole era tuttavia la diffusione di scuole ebraiche, non poche delle quali ispirate alle correnti religiose ortodosse. Il nuovo regime sovietico provvide al progressivo smembramento soprattutto di questo circuito, che faceva anche da collante ad una ricca produzione culturale e al mantenimento dell’identità di comunità. Non lo fece abrogandolo in un’unica soluzione ma trasformandolo in un sistema educativo dove venivano impartiti in lingua yiddish insegnamenti ispirati ai principi bolscevichi. Al medesimo tempo, il pluripartitismo fu vietato, con l’eccezione del locale partito comunista che, tuttavia, fu sottoposto a sua volta ad un processo di marcata omologazione agli standard stalinisti. Un’ondata di arresti si accompagnò a questo processo di “normalizzazione”, che venne accentuandosi nella prima metà del 1940, quando i dirigenti e i responsabili dei partiti non comunisti furono bersagliati dalla repressione moscovita. I movimenti giovanili ebraici continuarono in parte le loro attività, ma clandestinamente. Un allenamento, quest’ultimo, che sarebbe tornato molto utile quando, con l’arrivo dei nazisti, tutta la società ebraica galiziana venne sconvolta alle sue radici. Peraltro, le tensioni con le componenti ucraine e polacche, nel mentre erano andate ulteriormente esacerbandosi. Queste ultime, infatti, ritenevano gli ebrei beneficiari esclusivi del nuovo regime, additandoli non solo come suoi corresponsabili bensì in quanto burattinai di tutte le trasformazioni che stavano investendo la società ucraina occidentale. L’invasione dell’Unione Sovietica, iniziata il 22 giugno 1941, portò entro la fine di quell’anno al completo controllo tedesco dell’Ucraina (Kyiv era stata già occupata il 19 settembre, nel mentre si stava verificando un vero e proprio disastro militare a danno dei sovietici, con la resa di più di mezzo milione di soldati), quando gli ultimi aneliti di resistenza, nella zona litoranea di Odessa, terminarono definitivamente.

Prima che i tedeschi, passo dopo passo, entrassero nei territori che andavano velocemente occupando, le autorità moscovite avevano organizzato un’evacuazione di parte della popolazione, accompagnata dalla politica della distruzione di tutte le industrie e dei materiali che avrebbero potuto fare gli interessi dell’occupante. Più in generale, lo sgombero di persone e di beni sovietici era parte della più generale strategia di ammortizzazione degli effetti, già di per sé devastanti, dell’aggressione nazista. In realtà, la traduzione di questa intenzione in atti concreti, tra di loro coordinati, avrebbe richiesto ben altre risorse rispetto a quelle, assai più modeste, messe effettivamente in campo dalla dirigenza sovietica. La rapidità dell’avanzata tedesca, lo scoordinamento dei reparti dell’Armata rossa (numericamente sovrabbondanti ma in grave difetto di capacità operativa), l’accavallarsi della fuga dei civili con le ritirate dei militari, le incertezze, le convulsioni, le crisi che si accompagnarono allo sfondamento continuo delle linee del fronte, furono tra i fattori che incisero negativamente rispetto alle iniziali intenzioni di Mosca. Quando ci si adoperò concretamente per spostare quella parte della popolazione che era a rischio, l’esercito di Hitler aveva già acquisito il controllo dei territori dell’Ucraina occidentale, dove maggiore era la presenza di ebrei. Se il Consiglio supremo per l’evacuazione dei territori occidentali fu costituito il 24 giugno 1941, sotto la presidenza di LazarMoiseevič Kaganovič, braccio destro di Stalin (come tale tra i corresponsabili della grande carestia dei primi anni Trenta) ed egli stesso ucraino di origini ebraiche, solo tre mesi dopo, ossia il 26 settembre, fu istituita un’amministrazione per la tutela dei profughi (che peraltro operò solo per pochi mesi). Nel mentre, se l’azione delle autorità fu rivolta perlopiù allo sgombero dei beni ritenuti strategici, insieme agli individui indispensabili per la continuità dello sforzo bellico, la popolazione si mosse come poteva dinanzi alla travolgente avanzata delle truppe germaniche.

Nella condotta delle comunità ebraiche, laddove buona parte di esse decise di non abbandonare i luoghi di residenza, pesarono molti fattori: l’assenza di un piano generale di evacuazione, se si fa eccezione per quegli ebrei che avevano assunto ruoli politici ed istituzionali nel reticolo dei diversi poteri sovietici; il ricordo della precedente occupazione tedesca, durante la Prima guerra mondiale, quando i rapporti furono ispirati perlopiù da una paternalistica benevolenza da parte dell’esercito guglielmino; la convinzione che, malgrado le voci ricorrenti sulla brutalità germanica, parti di esse non fossero fondate; l’idea che, avendo già subito la violenza dei nazionalismi ucraino e polacco, le cose non sarebbero state necessariamente peggiori con i tedeschi; l’impossibilità materiale, per i più, di lasciare i propri beni, peraltro molto modesti, ed il lavoro, alla ricerca di un difficile se non improbabile rifugio ad Est; il timore verso la sistematica diffidenza nutrito nei loro confronti dalle altre popolazioni, dinanzi ad una dispersione che, nella migliore delle ipotesi, sarebbe stata sopportata con difficoltà da parte di queste ultime. Non di meno, quand’anche si tentasse di fuggire, lo stato di collassamento delle linee di trasporto e comunicazione faceva sì che una parte dei fuggiaschi rimanesse fortemente rallentata nei suoi movimenti, con il rischio concreto di essere raggiunti dalle truppe tedesche. Nel suo insieme, la percentuale di quanti, tra la popolazione ebraica dell’Ucraina occidentale, tentarono di portarsi ad oriente, seguendo i sovietici in ritirata, non superò l’8% degli originari gruppi stanziali. Nelle regioni orientali, invece, il maggiore tempo a disposizione per organizzare la fuga, insieme al rallentamento di passo che nel primo autunno l’offensiva tedesca dovette scontare, permise a circa il 30% degli ebrei di cercare di mettersi in salvo. Al netto di quelle aree urbane (come Kyiv e Odessa) o di quelle regioni come la Crimea che caddero progressivamente in mano ai nazisti con manovre di accerchiamento che riducevano la mobilità della popolazione locale, il 70% degli ebrei delle altre province riuscì a spostarsi verso quello che stava diventando l’unico orizzonte di salvezza possibile.

Nel complesso le istituzioni dell’Ucraina sovietica cercarono, pur in assenza di un efficace coordinamento centralizzato, di aiutare i profughi e, tra questi, le comunità ebraiche. Nei confronti delle quali da subito l’occupante tedesco adottò condotte criminali. Il Kommisarbefehl, ossia le «Linee guida per il trattamento dei commissari politici»(Richtlinien für die Behandlung politischer Kommissare) ufficializzate il 6 giugno 1941, imponeva alla Wehrmacht che ogni commissario politico sovietico identificato fra le truppe catturate, fosse sottoposto da subito ad esecuzione sommaria in quanto esponente e diffusore dell’ideologia giudaico-bolscevica nelle forze armate sovietiche. Più in generale la disposizione era quella per cui tutti quei prigionieri che potessero essere identificati come «profondamente bolscevizzati o come rappresentanti attivi dell’ideologia bolscevica»dovessero essere uccisi. Vale la pena di richiamare il contenuto delle disposizioni delle«Linee guida»: «nella battaglia contro il bolscevismo, non si deve contare sull’adesione del nemico ai principi dell’umanità o del diritto internazionale. In particolare ci si può aspettare che quelli di noi che vengono fatti prigionieri saranno trattati con odio, crudeltà e disumanità dai commissari politici di ogni tipo. Le truppe devono essere consapevoli che: 1) in questa battaglia la misericordia o le considerazioni di diritto internazionale sono false. Sono un pericolo per la nostra stessa sicurezza e per la rapida pacificazione dei territori conquistati; 2) gli artefici dei metodi di guerra barbarici e asiatici sono i commissari politici. Pertanto, contro di loro devono essere intraprese misure immediate e senza esitazione. Quando vengono catturati in battaglia sono quindi […] da trattarsi con armi da fuoco. Si applicano inoltre le seguenti disposizioni: 3) […] i commissari politici, come agenti delle truppe nemiche, sono riconoscibili dal loro distintivo speciale: una stella rossa con una falce e un martello intrecciati d’oro sulle maniche […]. Devono essere immediatamente separati dai prigionieri di guerra, vale a dire già sul campo di battaglia. Ciò è necessario per togliere loro ogni possibilità di influenzare i soldati catturati. Questi commissari non devono essere riconosciuti come soldati; la protezione dovuta ai prigionieri di guerra secondo il diritto internazionale non si applica per loro. Quando sono stati separati, devono essere finiti».

In realtà, dentro quella che era rappresentata da Berlino come una «Weltanschauungskrieg», una guerra tra opposte concezioni del mondo e del valore della vita umana, l’obiettivo era duplice: disgregare l’ossatura politica, istituzionale e militare della società sovietica e procedere alla progressiva liquidazione della presenza ebraica. A tale riguardo, in territori così vasti, per potere portare efficacemente a termine questi compiti necessitava il concorso di una parte delle società locali.

Fu così nel caso dei nazionalisti ucraini, ferocemente anticomunisti. Già prima della guerra Berlino, al pari di Roma, aveva intrapreso un’ampia azione per costruire sodalizi con i movimenti irredentisti, illiberali, ultraconservatori e nazionalisti presenti in tutta l’Europea. In particolare l’attenzione si era rivolta nei confronti dell’area orientale del Continente, sia in funzione antisovietica che con l’obiettivo di consolidare zone di influenza attraverso la sollecitazioni di spinte eversive, o comunque disgregatrici, nei confronti dei poteri costituiti. Il confronto ideologico tra democrazie liberali, in sé peraltro fragili poiché attraversate da spinte centrifughe, e dittature totalitarie faceva da cornice a queste attività, sospese tra clandestinità, spionaggio e diplomazia parallela, sul filo delle quali si sarebbe verificata l’effettiva tenuta, o meno, delle istituzioni. La vocazione espansionista del modello nazifascista si misurava anche su questo piano, dove la primazia del nazionalismo razzista si confrontava con il suo bisogno di trovare degli alleati in grado di intervenire materialmente sui processi politici nazionali.

A tale riguardo, l’Organizzazione dei nazionalisti ucraini (OUN – Orhanizacija ukraïns’kych nacionalistiv), vero e proprio partito politico, costituito a Vienna alla fine degli anni Venti, negli ambienti dei fuoriusciti in ragione della rivoluzione russa dell’ottobre del 1917. Già se ne è parlato in queste pagine. L’OUN era stata pensata a ricalco dei movimenti fascisti.

All’ultranazionalismo, all’anticomunismo, all’avversione nei confronti dei polacchi (storici nemici, contendenti le medesime terre) univa un profondo antisemitismo. La sua nascita fu il prodotto della sconfitta ucraina nella guerra contro la Polonia del 1918-1918 per il possesso della Galizia orientale. Di fatto l’Organizzazione costituì il collante tra le preesistenti milizie paramilitari ucraine, elementi della destra estrema antibolscevica e ipernazionalista, intellettuali radicali e il milieu di quel fuoriuscitismo russo definitivamente sconfitto dal consolidamento dell’Unione Sovietica. La guida di Stepan Bandera (esponente del cosiddetto OUN-B, la componente maggiormente radicale), che nel 1942 avrebbe poi costituito in Volinia l’Esercito insurrezionale ucraino (UPA – Ukrains’ka povstans’ka armija), posizionò definitivamente l’OUN, nel suo insieme, sul versante del filo-fascismo più acceso. All’atto dell’invasione tedesca dell’Urss l’OUN – B, attraverso l’«Atto di restaurazione dello Stato ucraino», proclamò l’effimera rinascita di uno Stato ucraino indipendente, con la benedizione del capo della chiesa uniate Andrey Sheptysky, associandolo da subito alla politica espansionista del Terzo Reich. Non era estranea a questa linea politica la teorizzazione di un indirizzo dichiaratamente razzista, laddove si predicava la necessità di dare corpo ad una razza ucraina ispirata alla visione «sangue e suolo» di importazione dalla Germania. Di fatto, l’intero impianto ideologico nazionalista era completamente debitore del calco nazifascista.

Non per questo le cose andarono per il verso giusto, posto che il gruppo dirigente dell’OUN fu per un certo periodo di tempo imprigionato dai medesimi tedeschi (a partire dall’inizio di agosto del 1941, quando la Galizia orientale fu annessa al Governatorato generale di Hans Frank che, invece, fino a quel momento aveva incluso solo i territori della Polonia centrale), salvo poi essere liberato – e quindi utilizzato – come supporto attivo nelle politiche germaniche di occupazione. Le unità paramilitari dell’UPA si adoperarono ripetutamente in attività di pulizia etnica contro i polacchi e gli ebrei, i due gruppi identificati come nemici per eccellenza. I massacri in Galizia orientale e Volinia si succedettero, causando vittime nei termini di decine di migliaia di persone e proseguendo anche nel dopoguerra, almeno fino all’inizio degli anni Cinquanta, con le attività di sabotaggio contro le autorità di Varsavia, Kyiv e Mosca. A tutt’oggi, diversi ambienti del radicalismo ucraino rivendicano l’eredità dell’OUN  e dell’UPA. Così come nel caso del partito Svoboda, di Pravyj Sector, del Congresso dei nazionalisti ucraini, dell’Assemblea nazionale ucraina, in un gioco di rimandi al passato che se da un lato dichiara di volersi emendare del filo-nazismo dall’altro ne celebra la memoria.

Sta di fatto che nell’estate del 1941 il ruolo che i nazisti affidarono da subito ai nazionalisti ucraini, in quanto costituendi battaglioni ausiliari, fu quello di concorrere attivamente alla disgregazione delle forze armate sovietiche, alla realizzazione degli obiettivi previsti dal Kommisarbefehl, alla persecuzione degli ebrei e della presenza zingara, al sostegno delle politiche di occupazione e nella lotta antipartigiana che la progressiva affermazione delle autorità di occupazione imponeva di coordinare tra loro come parti di un unico insieme, legato alle attività di consolidamento della presenza germanica. Un esempio di tale uso strumentale fu proprio il ricorso alla violenza popolare, istigata dai tedeschi e indirizzata operativamente dai nazionalisti locali, contro gli ebrei, accusati di essere totalmente compromessi con il potere sovietico. I pogrom e i massacri che si succedettero si inscrivevano, in un primo momento dell’occupazione tedesca, in questa reciprocità di intenti  – ma non di obiettivi di lungo periodo – tra gli aggressori e l’OUN.

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *