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Il giorno della memoria, o del rivivere la storia in prima persona

A cosa serve ricordare? E perché farlo il 27 gennaio? Riflessioni di una liceale milanese

“(…) c’è sempre stato uno Stato criminale dietro un genocidio. C’era una burocrazia criminale che non consentiva a nessuno di sfuggire al razzismo. Non ci si poteva dimettere da ebrei, era una questione di sangue, dicevano nazisti e fascisti. E allora no, non si dovevano educare gli studenti alla sola disciplina della memoria. Visitare i lager non poteva essere solo una presa d’atto dell’orrore. Auschwitz doveva insegnare ai ragazzi qualcosa di vivo, avvertirli che anche nella loro società potevano crearsi dei legami tra la criminalità e la normale vita di ogni giorno. Non solo quei legami che coinvolgono i politici negli scandali, ma anche quelli che trascinano nel crimine la gente comune. Non era sufficiente la memoria. Auschwitz doveva insegnare ai ragazzi lo spirito critico verso l’autorità, verso i gruppi di potere, verso lo stesso gruppo di cui ognuno di loro faceva parte. Era spaventata dalla visione di un futuro in cui, affannati nella ricerca di un lavoro dignitoso, i giovani potevano finire prigionieri di una società dominata da nuovi barbari. Una società in decomposizione, nonostante le apparenze brillanti dell’economia e della tecnologia. Lei era finita prigioniera di una società abbagliata dalla modernità. Come risultato, un intero popolo doveva sparire nel vortice della tempesta e con lui tutta la sua cultura. La modernità avrebbe poi costruito nella fortezza Europa, unificata sotto il Terzo Reich, tanti musei dalle architetture avveniristiche. Dentro uno di questi, da qualche parte in una sala lontana, sarebbero stati raccolti i reperti su una razza scomparsa perché inferiore. E l’obbiettivo del piano era far sì che tutti ci credessero.”
La ragazza che sognava il cioccolato – Roberto Olla.

La Giornata della Memoria è sempre molto importante per tutti noi, perché è l’occasione di rivivere il periodo della Shoà, trasmetterne il ricordo alla società circostante e soprattutto educare al dialogo le future generazioni, affinchè la storia non si ripeta.
Trovo che questo sia fondamentale perché ciò che è accaduto è orrore dal punto di vista umano e riguarda tutti, indipendentemente dalla religione.

Ciò nonostante, mi sento personalmente più vicina a Yom Ha Shoà, poiché non ricorda soltanto la vita e la morte atroce di tutte le persone nei campi, ma un momento di ribellione, di azione e fede durante quella che fu la rivolta nel ghetto di Varsavia, il 19 aprile 1943. È vissuto in tutto il mondo ebraico come un momento storico sempre presente nelle nostre vite.
L’Assemblea generale delle Nazioni Unite stabilì il 27 gennaio perché in quel giorno nel 1945, il campo di concentramento e sterminio di Auschwitz fu liberato dalle truppe dell’Armata Rossa e ci si avviava verso la fine dell’inferno. Si dice spesso che sia il giorno della commemorazione delle vittime dell’ “Olocausto”, ma non tutti sanno che questo termine significa “sacrificio consumato tramite il fuoco” e poiché può indurre a pensare che gli ebrei siano stati sacrificati a D-o, sarebbe più corretto utilizzare sempre la parola “Shoà”, dall’ebraico “distruzione”, che non rimanda a quest’idea.
Le minoranze e le persone più deboli sono sempre state il capro espiatorio di coloro che avevano sbagliato, ma essendo potenti potevano permettersi di non assumersi le loro responsabilità ed anche in questo caso la Germania, considerata la nazione più colta e civile, dimostrò l’inganno dell’apparenza. Accusarono gli ebrei di controllare ed inquinare la cultura e la purezza tedesche e li considerarono colpevoli dell’inflazione e della disoccupazione, nonché la causa dell’umiliazione del Paese dopo la perdita della prima guerra mondiale. “Volevano ad ogni costo uccidere l’ultimo ebreo sul pianeta. Oggi ci si potrebbe chiedere: perché la memoria, perché ricordare, perché infliggere un dolore tale? In fondo per i morti è tardi, ma per i vivi no. Se non si può annullare il tormento, si può invece sperare, riflettere, prendere coscienza” disse Elie Wiesel.

Il tempo passa in fretta e presto i testimoni non saranno più qui per continuare la loro missione ed è per questo che sta a noi giovani farne tesoro e continuare ciò che hanno iniziato. Come diceva Ida Marcheria, sopravvissuta alla Shoà e protagonista del libro “La ragazza che sognava il cioccolato”, tutto ciò deve insegnarci ad usare la nostra voce, a combattere e contestare le ingiustizie sui diritti umani, anche se siamo ragazzi, perché il mondo va avanti e quelle di ora sono le basi del nostro futuro.
A scuola ogni anno vengono organizzati programmi speciali per fornirci un briciolo di consapevolezza in più, per condurci alla responsabilità delle nostre parole e delle nostre azioni ed educarci alla gratitudine. Con i miei amici ne parlo a volte: anche loro mi dicono che per informarsi e ricordare usano i mezzi comunicativi più efficaci alla nostra età, come libri, film, serie tv, documentari, trasmissioni televisive ed anche giornali.
L’anno scorso con la scuola ebraica andammo alla prima del docu-film “#Anne Frank. Vite Parallele” e fu davvero emozionante potersi immedesimare almeno per un pò in quelle ragazze e bambine le cui storie furono così drasticamente differenti dalle nostre adesso.
Altre volte c’è stata l’occasione di ascoltare le testimonianze dei superstiti, come per esempio Liliana Segre e le sorelle Andra e Tatiana Bucci, mentre se non era possibile se ne parlava comunque con i compagni ed i professori o al Benei Akiva.

Un’altra cosa che si usa fare è leggere i nomi dei morti durante la Shoà e accendere dei lumi per loro: se nei campi erano stati privati della loro identità e dignità, oggi gli diamo onore ricordandoli come persone e non più come numeri. Inoltre, al quarto anno di liceo, è organizzato il viaggio in Polonia ad Auschwitz, talvolta con la fortuna di essere accompagnati da coloro che ne sono sopravvissuti ed i ragazzi che lo hanno fatto, ne sono sempre tornati cambiati nel profondo e spesso ancora più turbati.

Purtroppo si sente spesso di negazionisti e persone stufe di sentir continuare a parlare della Shoà e delle sue vittime; ebrei, rom, handicappati e prigionieri politici, e questo mi fa paura: se si smette di ricordare, tutto potrebbe ritornare. “La memoria vale come vaccino contro l’indifferenza” disse Liliana Segre nel 2018.

Non c’è dubbio che ci siano stati altri genocidi terribili in altre parti del mondo e ciascuno di essi ha una propria specificità: il ricordo di tutti è imprescindibile per una migliore evoluzione dell’animo umano.

Considero questa giornata una convenzione e credo che la memoria vada conservata ogni singolo giorno dell’anno e gli insegnamenti messi in pratica quotidianamente.
Ma come bisogna ricordare?
Maurizio Molinari, in un suo recente intervento, ha ricordato che Elie Wiesel rispose: attraverso la Haggadà, ovvero il racconto.
Proprio come a Pesach leggiamo la haggadà e ricordiamo l’uscita degli ebrei dall’Egitto, cercando di immedesimarci come se noi stessi fossimo usciti dall’Egitto, allo stesso modo dobbiamo fare con Auschwitz.
Io ricordo perché io sono uscito dall’Egitto.
Io ricordo perché io sono uscito dai campi di sterminio.
Continuiamo a formulare domande, come durante il Seder, interroghiamoci sull’essere umano e sull’incomprensibilità delle sue convinzioni e delle sue azioni. Si tratta quindi più che di ricordare, di rivivere la Storia in prima persona e migliorare quella futura, per mezzo dello studio, della conoscenza e della responsabilità di ciascuno.

Ghila Schreiber


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