Voci Strano ma ebreo!
Il Hasidismo? Una controcultura. Almeno a New York negli anni 70…

Gli aspetti rivoluzionari del hasidismo in un racconto biografico e ironico di un’America che non c’è più

Benvenuti nell’enclave hassidica di Boro Park. L’indirizzo: Brooklyn, quel quartiere che nel decennio 1950-60 era popolato da ebrei e italiani. Soltanto dieci anni dopo però Boro Park diventa un regno hassidico, accogliendo anche nuovi religiosi ebrei, attratti dall’aspetto romantico di una vita improntata su quelle regole. E poi. E poi è successo che molti ebrei si sono avvicinati al hassidismo come controcultura.

Già: hassidismo controculturale. Così racconta in prima persona Shaul Magid su The Tablet in un articolo molto interessante circa questa esperienza mistico-lisergica. L’autore si era infatti unito a un gruppo di aspiranti hassidim newyorchesi, attratti dalla componente rivoluzionaria di un’esperienza completamente altra rispetto a quello che la città offriva a poche fermate di metropolitana: un salto spazio-temporale in una realtà aliena.

Così racconta della vita in un appartamento fatiscente di Boro Park, pronto a ospitare persone nuove, ma soprattutto chi faceva pendolarismo tra Gerusalemme e Brooklyn. Fu proprio in una di queste occasioni che, durante i canti di Shabbat recitati tutti insieme, un ladro si intrufolò in una stanza sul retro per rubare lo zaino dell’ultimo arrivato. Fu il furto più grave, tra i numerosi che subirono, perché sparirono le pastiglie di LSD. “Il tributo minimo che potevamo offrire al Re David”, commenta l’autore.

Ma forse quelle pastiglie erano un ingrediente superfluo: l’effetto spaesamento era garantito anche al naturale. Come quando l’autore racconta di una telefonata ricevuta da una ex compagna di scuola che gli chiese come stava festeggiando il giorno del ringraziamento. “Ringraziamento? Ah, non sapevo”, risponde lui, lasciando l’interlocutore allibito: chi in America non sa quando è il Thanksgiving Day? Era la prova del nove: effettivamente aver abbracciato il hassidismo a Boro Park significava aver preso una via alternativa del vivere. “Avevo trovato un’alterità”, spiega l’autore, “Stavo vivendo altrimenti“.

L’interesse però per lo studio era reale e profonda, così Magid si immerge nella letteratura rabbinica, incontra i habad e i lubavitch per studiare, abbraccia però l’idea ancor più stretta di studiare unicamente i testi hassidici.

Poi la storia ha preso altre strade, o meglio, ha imboccato quella della maturità. “Mi sono reso conto che eravamo pieni di hybris, quella tracotanza giovanile che fa credere che protestare sia una virtù in sé. E che Boro Park aveva un suo lato oscuro e convenzionale che abbiamo scoperto molto dopo”.

Per leggere tutto l’articolo, cliccate qui. Per saperne di più, Piety and Rebellion. Essays in Hasidism di Shaul Magid.


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