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Il lato ebraico di Stoccolma

Viaggio in Svezia tra storia e attualità

Come tutto appare semplice e chiaro, nella luminosa Stoccolma. O meglio, quanto tutto sembra facile al turista ormai rassegnato a districarsi tra indicazioni spesso ermetiche quando non assenti. Nella capitale svedese, invece, nonostante la complessità di acque e isolotti che ne disegnano la mappa, la visita segue percorsi che sembrano nitidi. E anche il tragitto tra i luoghi ebraici sembra ben scritto, come se qualcuno ti prendesse per mano e ti guidasse.
Se poi si parte dalla Grande Sinagoga , il tempio più importante della città, la via sembra già perfettamente tracciata. Che poi questa strada sia anche lieve è invece tutto da dimostrare.
La comunità di Stoccolma, la più grande di Svezia, conta circa 5.000 membri, ai quali vanno aggiunti, secondo alcune stime, almeno altrettanti ebrei non affiliati. Nata nel 1775, fa risalire la sua istituzione all’arrivo in città, l’anno precedente, del primo ebreo, l’intagliatore di gemme e incisore di sigilli Aaron Isaac. Giunto dai territori svedesi della Germania, l’uomo sarebbe stato il primo ebreo ha ottenere la residenza in Svezia senza dover rinunciare alla propria religione, come invece era avvenuto fino a quel momento.

Concessa dall’illuminato monarca Gustavo III, tanta generosità era priva di interessi. Pare, infatti, che il sovrano vedesse di buon occhio la fama di laboriosità del popolo ebraico e se ne volesse avvantaggiare. Dal canto suo, Aaron avrebbe chiesto che con lui si potessero insediare almeno altri dieci ebrei per il minyan e, fedele agli impegni presi con il governo, per tutta la vita fece da tramite tra gli ebrei tedeschi che intendevano stabilirsi in Svezia, assicurandosi che contribuissero al benessere economico del Paese che li accoglieva. Nonostante questo, nelle sue memorie l’uomo non nasconde di essere stato vittima della diffidenza (quando andava bene) e della persecuzione (molto più spesso) della popolazione locale, sulla quale l’avrebbe comunque spuntata.

Tornando alle note positive, Aaron già l’anno successivo all’istituzione della comunità avrebbe ottenuto un terreno per edificare un cimitero, che prenderà il suo nome e nel quale lui stesso sarebbe stato sepolto, nel 1817. Chiuso nel 1888, Aronsberg si trova in Alströmergatan 47 ed è visitabile solo su appuntamento, così come Kronoberg, in Kronobergsgatan 2, altro luogo di sepoltura non più utilizzato della stessa epoca e fondato nel 1787 da una fazione della comunità che riteneva Aaron troppo autoritario. A questi due cimiteri si affiancano quello Settentrionale, del 1857, e il più recente Meridionale, inaugurato nel 1952, entrambi ancora attivi e visitabili tutti i giorni tranne il sabato, rispettivamente in Judiska kapellets väg 1-3 e in Bogårdsvägen 17-19.
Quanto agli insediamenti originari, in breve tempo alle prime due famiglie di Aaron e del fratello Marcus sarebbero seguite molte altre, con una quarantina di nuclei familiari residenti nella capitale svedese già tre anni dopo l’arrivo degli Isaac e la conseguente convocazione di un rabbino, Levin Hirsch Levi, nel 1780. Per quanto non più costretti a nascondersi e autorizzati a professare la propria religione, gli ebrei svedesi avrebbero dovuto comunque aspettare il 1838 per vedere l’inizio dell’emancipazione, giunta a compimento solo nel 1870, a spese di un processo sempre più evidente di assimilazione e alla perdita dell’autonomia, inversamente proporzionale ai diritti acquisiti.

La Grande Sinagoga

È al culmine di questo processo che si colloca l’inaugurazione della Grande Sinagoga, l’imponente tempio in stile neomoresco che ancora oggi si può ammirare nel centro di Stoccolma, in Wahrendorffsgatan 3, a un passo dalla banchina di Nybrokajen. Progettato dall’architetto svedese Fredrik Wilhelm Scholan, il tempio ha una capienza di quasi mille posti, senza distinzione tra maschi e femmine, come vuole il movimento Masorti a cui è collegato. Guidato dal rabbino donna Ute Steyer, è aperto alle visite guidate su prenotazione, mentre i servizi sono accessibili solo dai membri della comunità.
Nel cortile della sinagoga, lungo il muro che le corre parallelo creando uno stretto vicolo, nel 1998 è stato inaugurato il Memoriale dell’Olocausto. Dalla struttura semplice ed essenziale quanto quella di un cimitero ebraico, il muro è composto dalle 8.500 lapidi che ricordano gli ebrei di tutta Europa assassinati dai nazisti di cui almeno un parente fosse tornato (o comunque andato a vivere) in Svezia dopo la guerra. Voluta dall’Associazione delle Vittime dell’Olocausto per ricordare quanti non avevano potuto ricevere degna sepoltura, l’opera è stata progettata dallo scultore Sivert Lindblom e dall’architetto Gabriel Herdevall e raccoglie nomi e cognomi delle persone che, nate negli anni più diversi e provenienti dai luoghi più lontani del continente, erano state uccise nello stesso lasso di tempo e nello stesso luogo.

Seguendo uno di quei percorsi così chiaramente segnati di cui si diceva, dalla Sinagoga e dall’annesso Memoriale si incappa in quella che è stata indicata con il semplice nome di Vägen, cioè la Strada. Si tratta di un viottolo che, per quanto discreto, è impossibile ignorare. La sua pavimentazione, diversa rispetto a quella circostante, è stata realizzata con il selciato prelevato dal ghetto di Budapest, mentre ai suoi lati corrono delle rotaie ferroviarie.
Anche il suo percorso è particolare, perché partendo dal vicolo Aaron Isaacs si congiunge alla piazza intitolata a Raoul Wallenberg costeggiando prima il Centro Comunitario e poi passando per il parco Berzelii, che taglia di traverso.
Essenziale quanto il memoriale, anche questa piccola via è tanto semplice quanto drammatica nella sua simbologia. Casomai servisse una spiegazione, la si può trovare incisa nella grande sfera che segna l’imbocco del viottolo verso la piazza, posta in un varco della recinzione. La metà superiore del globo ha un testo scritto in 24 lingue, quelle dei paesi da cui i nazisti hanno strappato la popolazione ebraica per portarla alla morte. La scritta recita:

La strada era diritta quando gli ebrei furono portati via per essere uccisi. La strada era tortuosa, pericolosa e piena di ostacoli mentre gli ebrei cercavano di sfuggire agli assassini.

Progettata dagli architetti Aleksander Wolodarski e Gabriel Herdevall, la Strada vuole anche essere un punto di contatto con la città, così come tra gli ebrei e gli svedesi. La connessione è sottolineata dal suo sfociare nella piazza intitolata a Raoul Wallenberg, il diplomatico svedese che durante la Seconda Guerra salvò dai nazisti a Budapest decine di migliaia di ebrei grazie all’emissione di salvacondotti e all’accoglienza in case sicure. Morto si pensa nel 1947 dopo essere stato imprigionato dai sovietici, Wallenberg viene ricordato come Giusto tra le nazioni in mezzo mondo, dall’Ungheria a Israele passando dagli Stati Uniti, con monumenti, targhe e vie a lui intitolate.
La sua terra natale nel 2001 gli ha dedicato un monumento, piuttosto controverso, che occupa un ampio spazio nella piazza che guarda al mare, dando le spalle al parco e, più in là, alla Grande Sinagoga. Consiste in 12 sculture nere in bronzo che, nelle intenzioni dell’artista Kirsten Ortwed, rappresentano altrettante persone sdraiate. L’opera, per quanto approvata inizialmente dalla famiglia di Wallenberg, non è piaciuta a tutti, tanto che la sfera di cui si è già detto, e che riporta scritto bello grande anche il nome del diplomatico, ne sarebbe la significativa risposta da parte della comunità ebraica di Stoccolma.

Per comprendere i rapporti tra svedesi ed ebrei, può essere una buona idea anche visitare il piccolo ma ricco museo ebraico. Fondato nel 1987 dal mecenate Aron Neuman, è una istituzione errante che nella sua relativamente breve vita ha già conosciuto diversi traslochi. Inizialmente collocato in un vecchio magazzino di tappeti di Frihamnen, nel 1992 è stato trasferito a Vasastan, in un edificio in Hälsingegatan 2 nato come scuola femminile. Nel 2016 ha raggiunto finalmente la collocazione attuale, in Själagårdsgatan 19 a Gambla Stan, la città vecchia, negli spazi di un’antica sinagoga del XVIII secolo, dove è stato inaugurato nel 2019. Dopo un’altra chiusura, questa volta dovuta alla pandemia, ha recentemente riaperto i battenti con la presentazione di una nuova mostra.
Ospitata in quella che nella sinagoga originaria era la galleria delle donne, l’esposizione è dedicata ai ritratti degli antichi abitanti ebrei di Stoccolma nonché frequentatori dello stesso tempio e si affianca a una importante collezione di Giudaica e a diverse mostre temporanee di artisti ebrei scandinavi. Gran parte dei documenti qui esposti sono stati digitalizzati e possono essere consultati anche online.

L’importanza della comunità ebraica di Stoccolma può essere letta anche attraverso i numeri. Che non nascondono però anche i problemi. Se infatti la fine dell’Ottocento ha visto l’arrivo di tanti ebrei dall’Europa Orientale e il secondo dopoguerra quello dei norvegesi e danesi che qui avevano trovato rifugio dalla barbarie nazista, l’inizio del XXI secolo ha conosciuto un processo contrario, con il trasferimento di larga parte della comunità in Israele a causa delle periodiche ondate di antisemitismo che, per quanto meno forti rispetto ad altre città svedesi come Malmö, hanno comunque spinto diverse famiglie ad andarsene.
Ai problemi corrispondono diverse risposte, che vanno dalle attività delle altre due principali sinagoghe cittadine, la Adat Jisrael e la Adat Jeschurun, alle iniziative di Bajit, casa in Nybrogatan 19 A dedicata agli studi e alla cultura ebraica. I suoi locali, aperti a tutti previa identificazione all’ingresso per motivi di sicurezza, ospitano una sala riunioni, un asilo, una scuola e una biblioteca ebraica oltre a un ricco punto vendita di prodotti kosher, il Kosherian, e il Café Bajit.
Infine, a livello accademico, di grande rilievo sono i programmi aperti a ricercatori, attivisti e artisti internazionali di Paideia – The European Institute for Jewish Studies in Sweden, centro di studi teso a rivitalizzare l’interesse per la cultura ebraica. Nato nel Duemila dalla cooperazione tra i governi europei, le organizzazioni ebraiche e la comunità imprenditoriale, l’istituto ha come missione quella di «promuovere attivamente il rinnovamento e la fioritura della vita culturale e intellettuale ebraica europea sulla scia dell’Olocausto e del trauma del comunismo, sostenere la diversità culturale e diffondere i valori umanistici», mirando a essere «un’organizzazione in cui tutti sono trattati allo stesso modo e con rispetto, indipendentemente da età, sesso, etnia, religione, orientamento sessuale e capacità fisica».

Camilla Marini
collaboratrice

Camilla Marini è nata a Gemona del Friuli (UD) nel 1973, vive a Milano dove lavora da vent’anni come giornalista freelance, scrivendo prevalentemente di cucina, alimentazione e viaggi. Nel 2016 ha pubblicato la guida Parigi (Oltre Edizioni), dove racconta la città attraverso la vita di otto donne che ne hanno segnato la storia.


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