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Cultura
Il sionismo, allora ed oggi – Terza parte

Il sionismo politico ha puntato tutto sulla nazione, l’elemento in cui si estrinseca la coscienza collettiva, il soggetto storico da costruire, l’obiettivo da raggiungere

È all’interno di una complessa intelaiatura che si inserisce la riflessione sull’antisemitismo, portata avanti da Theodor Herzl, il quale ritiene che il pregiudizio ha colpito e colpirà tutti gli ebrei, indistintamente, che si tratti di una minoranza estranea alla società di residenza o che siano individui che si ritengono completamente inseriti in essa. L’unica risposta possibile, quindi, è di naturapolitica: la costituzione di uno Stato indipendente con il concorso delle grandi potenze internazionali. Non è rilevante dove tale comunità politica verrà creata (nella storia del movimento sionista verranno avanzate più ipotesi, alcune anche stravaganti, dall’America Latina, ed in particolare l’Argentina, al Mediterraneo, ovvero Cipro, poi Al Arish nel Sinai, per finire con l’Uganda): non si tratta di una questione geografica ma di un problema eminentemente politico.

La contrattazione delle condizioni necessarie per generare lo Stato degli ebrei dovrà necessariamente precedere ogni altro genere di iniziativa, a partire dalla colonizzazione delle terre.  A tale riguardo l’autore preconizza alcune istituzioni che avrebbero dovuto accompagnare quanti avessero scelto la via sionista nel momento della sua realizzazione. Lo Stato degli ebrei potrà comunque esistere solo se sarà moderno e occidentale. Herzl pensava che lo strumento più importante per raggiungere tale obiettivo fosse la diplomazia. In quest’ottica diventa egli stesso ambasciatore delle sue idee, destinate comunque ad avere maggiori riscontri tra i correligionari che non tra le autorità coloniali; soprattutto tra quegli ebrei dell’Est che, arrivati dopo una migrazione coatta dai paesi d’origine in Europa occidentale, diventano i destinatari elettivi della sua proposta. Il Congresso di Basilea del 1897, prima assise ufficiale del movimento, sancirà il progetto nella sua reale dimensione, appellandosi pubblicamente agli ebrei di ogni luogo per ottenere la loro adesione ideologica, come ai non ebrei per avere la benevola sanzione politica. Al congresso svizzero seguirono, con scadenza annuale e poi biennale, altre assise. Nella quinta, tenutasi ancora una volta a Basilea, emerse la netta divergenza che intercorreva tra i sionisti politici, ancora ancorati ad un progetto “dall’alto”, fatto di trattative diplomatiche e di mediazioni politiche, da certuni oramai viste come inconcludenti, e i sionisti «pratici», le cui file erano costituite perlopiù da giovani ebrei dell’Est, che volevano mordere i freni, dinanzi alla galoppante crisi sociale dei paesi di origine.

La critica che questi ultimi muovevano ad Herzl e ai suoi sostenitori era svolta sia nei termini di un’accusa di eccesso di astrazione delle posizioni del movimento che di una sostanziale indifferenza verso il vero nucleo dell’ebraismo, identificato con quanto già Ahad Ha-am (al secolo Asher Ginzberg, esponente di un sionismo morale ed etico) aveva definito come «nocciolo spirituale». Lo Stato era infatti visto come un obiettivo troppo lontano mentre si voleva di nuovo privilegiare la costruzione di una nazione attraverso l’attività di colonizzazione. Tra di essi vi erano uomini come Martin Buber e Chaim Weizmann, destinati a contare nelle sorti future del movimento e di ciò che da esso sarebbe scaturito. Dopo la morte di Herzl, avvenuta a giovane età nel 1904, il sionismo conobbe una trasformazione al suo interno. La fase di pionierismo ideologico si stava chiudendo, per lasciare spazio ai concreti pionieri sul campo, ovvero a quanti dalle parole stavano passando ai fatti. La politica di colonizzazione, pur tra innumerevoli incertezze, stava dando i suoi primi, timidi frutti. L’opzione palestinese chiudeva quindi la discussione sul «dove», mentre rimaneva aperta la questione del «come» pervenire all’obiettivo finale dello Stato.

A partire dal 1907 il pensiero di fondo del movimento sionista fu di fatto «sintetico» (così Chaim Weizmann), ovvero ispirato ad una sintesi tra chi, come Herzl, andava cercando prima di tutto una legittimazione da parte delle grandi potenze e chi – invece – riteneva che fosse il lavoro di colonizzazione a costituire la priorità. Al di là dell’impostazione di fondo su quel che dovesse venire prima (è la società che fonda lo Stato o lo Stato a costituire la società?) il dibattito iniziava a ruotare intorno a come farlo comunque succedere. Oramai si era giunti ad una situazione per la quale le precedenti discussioni erano state superate dall’evoluzione delle cose; le quali, in buona sostanza, avrebbero dettato le scelte di fondo (e non più viceversa). L’atteggiamento pragmatico si confaceva quindi a questa seconda generazione di pensatori sionisti.

Gli esponenti erano perlopiù dei giovani emancipati che intendevano il movimento al quale partecipavano non solo come una risposta all’antisemitismo bensì come un’opportunità di inserimento nelle discussioni politiche dell’Europa liberale e, oramai in parte, anche socialista. L’accento sull’aspetto spirituale, condiviso con Ginzberg, non costituiva quindi il ritorno ad una concezione ancestrale della tradizione giudaica ma la concreta formulazione del nesso tra politica ed etica, ritenendo che l’impresa palestinese avrebbe avuto poche opportunità se non si fosse ispirata a dei valori di fondo innervati nel corpo culturale e morale del pensiero ebraico. Da questo punto di vista, la Torah, il Talmud e il lascito dei Padri coesistevano con Mose Maimonide e Baruch Spinosa non meno che con le moderne scienze e la filosofia del nuovo secolo.
I passi successivi avrebbero ben presto ricondotto l’intera percorso sionista all’interno delle vicende mediorientali. Le rivendicazione arabe, corroborate delle promesse avanzate a tale riguardo dalla diplomazia britannica, una volta rimaste disattese si sarebbero scontrate con le aspettative degli ebrei di Palestina. Peraltro, il fuoco del cambiamento non era comunque nella Palestina ottomana ma nell’Europa dell’Est. L’ebraismo orientale, infatti, subì profonde trasformazioni tra il 1881 e il 1917. Parte di esso maturò la consapevolezza che necessiti intervenire attivamente nello stato delle cose per creare le condizioni favorevoli a sé. Tale cognizione era espressa dagli intellettuali che avversano ogni pozione assimilazionista. Partendo, come faceva Léon Pinsker, da quelli che erano ritenuti due dati di fatto, ossia l’antisemitismo come elemento strutturale della società contemporanea e gli ebrei in quanto nazione senza Stato, condizione che li esponeva alle continue intemperanze degli altri popoli.

L’unica soluzione possibile, quindi, rimaneva la costruire una società ebraica con istituzioni politiche proprie. Se anche per i protosionisti come Hess o Pinsker quel che contava non era il «dove» ma il «come» e il «quando», per altri pensatori, come il rabbino Zevì Hirsch Kalisher di Poznan si poneva invece fin da subito una meta precisa, Eretz Israel, ovvero quella terra d’Israele che aveva sempre avuto una comunità ebraica locale e che costituiva il traguardo, quanto meno spirituale, per tutti gli ebrei. Almeno fino a quel momento. Le fortune del sionismo ad Est, a partire dal movimento degli Amanti di Sion, furono pertanto legate allo svilupparsi di una motivazione supplementare alla scelta di lasciare il proprio paese d’origine per le sole ragioni economiche o sociali. Si trattava non più di abbandonare una “patria matrigna” ma, soprattutto, di cercare una patria d’elezione. A ciò si coniugava comunque la grande spinta all’emigrazione che indusse poco meno di tre milioni di ebrei askhenaziti a lasciare la Russia e, in successione, l’Europa orientale. In realtà, la natura dei flussi migratori ebraici nel secondo Ottocento continuò ad avere prevalentemente a che fare con la sopravvivenza fisica, sia in quanto ricerca di migliori condizioni di vita che come risposta agli atteggiamenti antisemiti delle autorità nazionali. È quindi un’emigrazione esistenziale quella che si consuma, poiché implica la completa rescissione dei legami con le terre d’origine.
La scelta palestinese aveva implicazioni non semplici, obbligando chi la compiva a rimettersi in discussione e ad avventurarsi verso un destino assai incerto. Buona parte dei migranti cercava invece delle sicurezze, alcune garanzie tanto elementari quanto essenziali, che la proposta di una patria ebraica non poteva al momento soddisfare. Il conflitto tra il sionismo herzliano, molto legato alle esperienze politiche dell’Europa centro-occidentale e quello orientale di Ginzberg, pur sembrando legato a sfumature di ordine culturale, in realtà recepiva questa situazione, ovvero la discrasia tra intenzioni e fatti, tra desideri e priorità. I fatti a seguire avrebbero compiuto giustizia delle diverse posizioni, nella loro apparente inconciliabilità, sovrapponendosi al dibattito ideologico.

Gli anni a cavallo tra i due secoli sono peraltro un periodo strategico nella trasformazione dell’Europa. A partire dalle rivoluzioni russe del 1905 e del 1917, che avrebbero trasformato per sempre il volto del continente. Le migrazioni ebraiche si inseriscono in questo quadro, in parte mantenendo i presupposti originari – la fuga dall’antisemitismo così come la ricerca di una vita migliore – in parte facendo proprie le motivazioni che si andavano affermando, tra tutte quella di una rinascita nazionale che, dopo duemila anni di Esilio, avrebbe costituito il primo, concreto tentativo di riunificate le parti disperse di un popolo tra le nazioni. Dunque, emigrare verso la Palestina ottomana – poi britannica – divenne una delle concrete possibilità a disposizione per quanti intendessero trovare una risposta ai problemi che li attanagliavano. All’inizio del Novecento, tra la prima e la seconda Aliya (nell’arco di anni compreso tra il 1882 e il 1914), la questione di una terra diventò, per il movimento sionista, «la questione delle terre». Identificata nella Palestina la meta dei migranti si poneva il problema di come insediarli. Ossia di dove e a quale titolo collocare quanti si trasferivano dall’Europa orientale in Eretz Israel.

La situazione dell’Impero ottomano era al contempo complessa e fragile. Crogiuolo di gruppi e di minoranze, affetto da una elefantiasi territoriale che ne minacciava l’integrità, preda delle ambizioni imperialistiche delle potenze europee, controllava la regione mediorientale, strategica nella rotta per le Indie. Il progressivo tracollo dell’Impero, oramai vetusto e anacronistico rispetto agli assai più agili Stati nazionali che si muovevano sulla scena mediterranea, più che alle imprese coloniali di Gran Bretagna, Germania e Francia va attribuito alle politiche di penetrazione nei suoi territori da parte dei capitali europei. Che se da un lato ne trasformarono in poco tempo gli equilibri economici interni dall’altro fecero sì che lo Stato ottomano finisse con il dipendere dalle finanze altrui. La colonizzazione ebraica della terra palestinese non fu quindi osteggiata dal governo turco, a patto che avvenisse gradatamente.

Dopo la morte di Herzl, in un momento in cui l’accelerazione della storia si poteva misurare in una guerra mondiale che aveva ridotto l’Europa ad un solo, immane campo di battaglia, insieme alle rivoluzioni che ne stavano trasformando la morfologia politica, il sionismo conobbe un’ulteriore trasformazione al suo interno. La fase di pionierismo ideologico si stava chiudendo, per lasciare spazio ai pionieri sul campo, ovvero a quanti dalle parole stavano passando ai fatti. La politica di colonizzazione, pur tra innumerevoli incertezze, stava dando i suoi primi, timidi frutti. L’opzione palestinese chiudeva quindi la discussione sul «dove», mentre rimaneva aperta la questione del «come» pervenire all’obiettivo finale dello Stato. Nella classica bipartizione dell’asse ideologico novecentesco tra classe e nazione il sionismo politico optò per il secondo termine. La nazione è l’elemento in cui si estrinseca la coscienza collettiva ed è anche il soggetto storico da costruire, l’obiettivo da raggiungere, senza il quale non ci sarà nessuna società ebraica degna di essere considerata tale – poiché emancipata dalle servitù del passato  – né, tanto meno, uno Stato indipendente. La nazione è intesa come una meta e non una premessa data, da cui partire. Poiché se esiste un popolo ebraico, diasporizzato e quindi estremamente differenziato al suo interno, il cui comune denominatore è dato dalla condivisione di una cultura monoteista, il resto pare ai sionisti mancare del tutto, o quasi. Non si tratta di raccogliere qualcosa che già c’è, pertanto, bensì di costruire ex novo. Ancora una volta il debito nei confronti della vulgata nazionalista è palese. Quel che invece fa sì che per molti sionisti l’indirizzo di fondo del proprio ideale nazionale non assumesse i contorni di una opzione regressiva è il rifiuto di considerare tale identità in chiave strettamente etnica e, soprattutto, il legame che viene stabilito tra nazione e uguaglianza sociale. In altre parole, alla radice nazionale si coniuga fin da subito una particolare attenzione al problema della ripartizione della ricchezza prodotta. Nella consapevolezza che il «nuovo Yishuv» non avrebbe retto alla prova dei fatti se non si fosse basato su un modello redistributivo capace di integrare migranti perlopiù poveri se non indigenti. Elemento, quest’ultimo, che si riprodurrà nella cultura politica e nelle istituzioni dello Stato d’Israele, assimilandone per molti aspetti lo sviluppo a quello delle socialdemocrazie europee.

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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