Voci
Il suono delle sirene nelle notti di Tel Aviv

Sette donne si raccontano

Quando si parla di Tel Aviv normalmente si pensa alla vita notturna, alle spiagge, al Gay Pride e alla pacifica convivenza tra arabi ed israeliani. A differenza dei centri del sud, esposti ordinariamente agli attacchi di Hamas, Tel Aviv, fino a martedì, era stata attaccata da Gaza solo due volte, durante le operazioni militari del 2012 e del 2104. Quando nelle scorse settimane sono cominciati i primi scontri urbani a Gerusalemme, nessuno si aspettava che sarebbero degenerati al punto di raggiungere, con i raid, la città più internazionale e cosmopolita di tutta Israele. Tra le diverse comunità che vi ci abitano, ho raccolto le testimonianze di alcune mie connazionali che, come me, oltre ad aver scelto di vivere qui, come madri, hanno anche deciso di mettere al mondo e di far crescere i propri figli in un Paese in cui la guerra è sempre nascosta dietro l’angolo. E quando si presenta non bussa alla porta, la sfonda. Ho chiesto a loro di raccontarmi, con le loro parole, come hanno vissuto, da donne, da madri e da italiane, l’arrivo dei primi missili su Tel Aviv.

Rebecca Galante

La prima lunga sirena di martedì sera mi ha colto impreparata soprattutto perché mia figlia grande si è agitata tantissimo. Ed io ho potuto solo abbracciarla. Nello stesso tempo sono aumentati gli scontri in strada tra arabi ed ebrei, che mi hanno rattristato profondamente.

La mia più grande paura è che questa ferita profonda non si rimarginerá più. Questa guerra è più che mai vicina alle nostre case, perché vivo a Jaffa, il quartiere arabo di Tel Aviv. Ma non vorrei essere altrove in questo momento. Nonostante sia italiana, penso che il mio compito, all’interno  della societá israeliana, sia  quello di educare i miei figli alla pura e semplice idea di uguaglianza.

Giordana Grego

Non sapevamo  ancora se Tel Aviv sarebbe stata attaccata o meno per cui siamo andati a dormire abbastanza tesi. Poco dopo che le mie bambine si sono addormentate è suonata la prima sirena. Per una persona cresciuta in Europa, la sensazione di angoscia che ti assale quando l’allarme comincia a suonare è molto difficile da immaginare. Ho svegliato le bambine e siamo corse verso le scale e dopo qualche secondo è uscita anche la mia vicina anziana che ho aiutato a camminare con noi verso il rifugio. Nel giro di qualche secondo abbiamo iniziato a sentire fortissimi esplosioni e tra gli adulti ci siamo guardati negli occhi domandandoci se fossero le intercettazioni dell’Iron Dome o se uno dei razzi fosse caduto proprio vicino a noi. Tutto questo è durato più di mezz’ora. Gli attacchi sono poi ripresi in mezzo alla notte. Ricordo solo gli occhi confusi delle mie figlie, in pigiama, strette insieme ai nostri vicini.

Giusi Introcaso

Al primo attacco il cuore ci è schizzato in gola. Viviamo in un vecchio palazzo senza rifugio anti-missili e l’unico rifugio che abbiamo è la tromba delle scale,  tutto fuor che sicura, per via dei lucernari in stile Bauhaus, per cui Tel Aviv è  stata riconosciuta patrimonio dell’umanità da parte dell’Unesco. Il nostro palazzo tremava come se stesse per crollare. I bambini in shock, soprattutto la più grande. Giorno dopo giorno ci siamo abituati, se non fosse che ora nella zona  sud di Tel Aviv, dove viviamo, stanno cominciando gli scontri interni tra arabi e israeliani. Si parla giá di “guerra civile”. Non sappiamo se rimanere o cercare rifugio dai parenti di mio marito che vivono al Nord di Israele, quando scopriamo che proprio ora sono cominciati gli attacchi anche dal Libano.

Gaia Molco

Ero stata invitata ad una serata di beneficenza, molto combattuta sull’andarci, visto l’escalation di tensioni in tutto il Paese, ma motivata dalla causa: una raccolta fondi a sostegno dell’educazione per bambini nelle fasce socio-economiche più vulnerabili della popolazione. L’evento si teneva in un hotel al centro di Tel Aviv, a pochi minuti da casa.

Poco prima di uscire raccolgo i miei tre bambini in salotto per spiegar loro  che, nel caso in cui suoni la sirena, devono saltar giù da letto seguendo la babysitter e scendere due piani a piedi per arrivare allo shelter. Hanno solo 90 secondi per farlo. I piccoli di 5 e 7 anni annuiscono con sicurezza, il grande di 9 mi guarda con i suoi occhi di velluto e le pupille dilatate, confermando di seguire le istruzioni, ma allo stesso tempo condividendo qualche ansia.

Non immaginavo, nonostante le altre guerre che ho vissuto negli ultimi 15 anni, che Tel Aviv sarebbe stata sotto assedio in tempi così brevi.

Mostro il Green Pass all’ingresso dell’Hilton e mi avvio nella sala di ricevimento, all’interno della quale ci sono 350 ospiti. Dopo qualche minuto scatta la prima sirena. Comincia l’incubo di una madre che sa che i propri figli, invece di fare la guerra ai cuscini, si trovano in una guerra reale.

Lascio immediatamente l’albergo e inizio a correre senza sosta fino a casa per ritrovarli spaventati, confusi e tremolanti, appena usciti dallo shelter.

Ho dato loro un abbraccio forte e lungo, pieno d’amore come solo un genitore sa dare. L’unica arma con la quale ci si può difendere durante una guerra.

Manuela Procaccia

Sapevamo che uno dei pregi di Hamas è la puntualità. Per cui io e mio marito eravamo psicologicamente preparati a uscire sulle scale del palazzo, non avendo il mamad, il rifugio.  Abbiamo raccontato ai bambini che fuori c’erano i fuochi d’artificio, e non i missili, e che scoppiavano in alto per cui si sentivano ma non li potevano guardare. Un po’ in stile Roberto Benigni.

I miei bambini sono israeliani con triplo passaporto: italiano e americano. Cresceranno con il principio della difesa della propria esistenza. Perché Israele non smetterà mai di proteggere i propri figli. Golda Meir disse: “Avremo pace con gli arabi solo quando ameranno i propri figli più di quanto odiano i nostri.”

Judith Sisa

Mentre centinaia di missili cadono a raffica sul cielo di Tel Aviv mi sento privilegiata a dormire in una stanza che è già un mamad. Il giorno dopo mi sveglio con le foto delle mie amiche sulle scale, di notte, con i loro figli e i cani. Così ho deciso di aprire casa mia a chi un rifugio non ce l’ha. Da ieri vivono qui un’altra mia amica, che come me vive da sola, ed un’intera famiglia, anche loro senza shelter in casa. Tutti assieme siamo una grande famiglia e questo è il mio piccolo contributo per sostenere il Paese in cui ho scelto di vivere e che ora si trova in stato di assedio.

Rebecca Treves

Un’altra guerra, un altro conflitto. La vera differenza per me è che questa volta sono madre e quindi ho più paura, non per me, per le bambine. Ho paura in mezzo alla notte quando dobbiamo prenderle dai lettini e scendere per le scale al suono della sirena. Ho paura pensando a questa guerra inutile. Penso alle altri madri, quelle al sud di Israele dove le sirene suonano tutta la notte e che dormono con i bambini nei rifugi. Ho paura per le mamme a Gaza, che sono sotto i bombardamenti e i rifugi non ce li hanno. Vivo in Israele per scelta e oggi più che mai sono triste nel vedere tanta rabbia nelle persone. Da madre israeliana credo sia nostro compito insegnare ai nostri figli che un’altra vita è possibile. Deve essere possibile.

 

Fiammetta Martegani
collaboratrice

Curatrice presso il Museo Eretz Israel, nasce a Milano nel 1981 e dal 2009 si trasferisce a Tel Aviv per un Dottorato in Antropologia a cui segue un Postdottorato e nel 2016 la nascita di Enrico: 50% italiano, 50% israeliano, come il suo compagno Udi. Collaboratrice dal 2019 per l’Avvenire, ha pubblicato nel 2015 il suo primo romanzo “Life on Mars” (Tiqqun) e nel 2017 “The Israeli Defence Forces’ Representation in Israeli Cinema” (Cambridge Scholars Publishing).


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