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Cultura
Il Tel Aviv Museum of Art? Ha lo stesso ruolo sociale dell’agorà nella polis greca…

Parola della direttrice Tania Coen Uzzielli, che in questa intervista spiega perché

Romana per nascita ma gerolosomitana di adozione, una formazione transdisciplinare che copre dalla storia dell’arte all’archeologia. Una vita professionale che ha spaziato dall’accademia alla diplomazia, passando da Roma a Gerusalemme e da San Francisco a Torino. Sono solo questi alcuni dei tasselli che mettono assieme il mosaico professionale di Tania Coen Uzzielli, Direttrice del TAMA (Tel Aviv Museum of Art) che in questa intervista ci racconta alcuni dei punti cardinali nella sua formazione e quali sono le nuove sfide nel dirigere quello che, oltre a essere un Museo, rappresenta sicuramente uno dei più importanti poli culturali in Israele, su scala internazionale.

photo: Amit Geron

Cominciamo dall’inizio, prima di arrivare al TAMA, qual è stato il percorso formativo in Italia che ha portato la sua continuazione in Israele?
Tutto è cominciato dopo il liceo classico, con quello che doveva essere solamente un anno di hachshara – ovvero di “formazione” – presso il Kibbutz Ein Hantziv, a Beit Shean. Alla fine di questa esperienza ho deciso di continuare i miei studi in Israele, presso l’Università di Gerusalemme. Inizialmente volevo studiare biologia e archeologia, ma siccome i due campus erano separati e seguire entrambe i corsi sarebbe stato incompatibile, alla fine ho scelto – oltre ad archeologiastoria dell’arte, anche per la mia passione per questa materia coltivata dai tempi del liceo, grazie ad un’eccezionale insegnante che ha sicuramente lasciato un segno.
Dopo aver proseguito la ricerca accademica in arte e archeologia – continuando a lavorare in università – mi sono ritrovata per alcuni anni ad insegnare in California, dove ho anche lavorato per il consolato israeliano di San Francisco, come attaché agli affari culturali. Questo ha aperto ulteriormente i miei orizzonti al di fuori dell’accademia mettendomi a contatto diretto con un pubblico di potenziali fruitori culturali. È stato sicuramente un momento di importante formazione, assieme al periodo trascorso a Torino presso l’Archivio Terracini delle tradizioni e dei costumi ebraici: una breve ma intensa esperienza attraverso una piccola mostra sul matrimonio ebraico. È in questi anni che è maturata in me l’idea di costruire un “ponte” attraverso la cultura, perché non rimanesse arginata nelle torri d’avorio dell’accademia, ma potesse raggiungere un pubblico più largo. Forse questo è stato lo stimolo che mi ha fatto lasciare l’accademia per entrare, nel 2000, all’Israel Museum di Gerusalemme, dove ho lavorato per quasi vent’anni.

Come si possono riassumere questi 20 anni all’Israel Museum e quali sono stati i momenti cruciali di questa esperienza?
È un vero e proprio museo del “sapere”, quasi enciclopedico, dove la mia specializzazione in arte ebraica mi ha consentito di realizzare uno dei progetti dei quali vado più fiera: la “Synagogues Route” – “il viale delle sinagoghe” – che permette al visitatore l’accesso a quattro sinagoghe originali (provenienti da Germania, Italia, India e dalle Americhe) per mostrare, attraverso la loro architettura, come l’ebraismo abbia assorbito l’influenza estetica delle culture nelle quali si è sviluppato, pur mantenendo al tempo stesso le sue radici, che si svelano attraverso questi quattro templi, riuniti uno accanto all’altro, in questo luogo – unico al mondo – di storia, arte e cultura. Altro turning point nel mio percorso è stata senz’altro la mostra A Brief History of Humankind, basata sull’omonimo manoscritto di Yuval Noah Harari. La lettura di questa breve storia del genere umano – in cui l’autore ci accompagna passando continuamente dal passato al presente al futuro, con momenti di grande ironia – ha acceso la mia fantasia: la collezione enciclopedica dell’Israel Museum poteva diventare un’illustrazione del libro – in un percorso tra preistoria, storia delle religioni e del progresso scientifico, fino ai giorni nostri – grazie ai manufatti archeologici, le sculture e le opere di arte contemporanea del Museo che, collocati uno accanto all’altro attraverso una specifica contestualizzazione, riecheggiavano il percorso narrato nell’opera di Harari.
Ma la mia scuola più grande è stata sicuramente affiancare James Snyder come Deputy Director for Curatorial Affairs, una vera formazione di management museale che non si può studiare in nessun altro contesto se non sul luogo: la visione di insieme, lo sguardo alla programmazione, la strategia di lungo periodo e l’attenzione alla crescita della collezione. Il tutto, parallelamente allo sviluppo dei programmi educativi, del marketing e di tutto il resto. Questo è quello che mi ha consentito di fare il grande passo, nel 2019, quando mi hanno offerto di dirigere il Tel Aviv Museum of Art.

Quali sono state le maggiori sfide da affrontare con questo nuovo incarico al TAMA?
Il TAMA è parte integrante della vita e della cultura della metropoli di Tel Aviv e il mandato del Museo è quello di preservare e presentare arte moderna e contemporanea locale ed internazionale. Se dovessi paragonare l’Israel Museum con il TAMA li definirei come i due poli che caratterizzano la polis greca. Il Museo di Gerusalemme è un’acropoli, un luogo quasi sacro, “super partes”, che si colloca al di sopra della cultura circostante e racconta la storia con la S maiuscola, la storia universale dagli albori a oggi. Il TAMA, invece, è un’agorá integrata nella compagine urbana, una piazza culturale che interagisce con le istituzioni circostanti: dalla biblioteca municipale, al teatro, all’opera. A due passi dal tribunale, dall’ospedale, dai negozi, i bar, e i ristoranti. Come un’agorà, è il luogo di impulso della città: il luogo dove le cose succedono, una piattaforma interdisciplinare dove nei nostri spazi, insieme alle mostre, si può andare anche al cinema, assistere a spettacoli teatrali e a concerti di musica classica. Il TAMA riflette e risponde agli impulsi che la società gli trasmette, creando mostre di vario genere che rispecchiano il contemporaneo come modo di interpretare la realtà.

Quando si parla di Made in Italy lo si associa quasi sempre ad un prodotto e raramente ad uno state of mind, come è nel caso della curatela. Cosa, avendo un background legato all’Italia, ha contributo e influenzato il modo di essere prima curatore e poi direttore di un museo, all’estero e, nello specifico, in Israele?
Sicuramente il fatto di essere italiana, con tutto il patrimonio artistico che caratterizza il nostro Paese, ha avuto un ruolo cruciale nella mia carriera e, prima ancora, nella mia formazione.
Mio nonno, prima che decidessi di iscrivermi al liceo classico, mi disse che il mondo si divideva in due categorie: tra chi ha studiato e chi non ha studiato il greco antico. Solo dopo ho capito che quello a cui si riferiva era l’apertura mentale che ci veniva richiesta, quotidianamente, a partire dall’atto creativo di traduzione – ed interpretazione – durante le versioni di greco.
La mia esperienza liceale è stata incredibilmente formativa, sia sul piano accademico che sul piano umano, e questo, in parte, mi lega e mi legherà per sempre all’Italia, che in questo senso è un vero e proprio state of mind, come quello dell’essere italiana, e prima ancora romana. Forse questo mi ha anche consentito di trovarmi in risonanza con una città come Gerusalemme, per via della mia passione per l’arte in quanto stratificazione di periodi storici, in cui ogni pietra ha un suo significato. In questo senso Roma e Gerusalemme sono due città che permettono di ricongiungere il passato con il presente, attraverso un processo di tipo ermeneutico.

Il ruolo del curatore e di direttore di un museo, è cruciale nel “mediare” tra arte, artista e pubblico. In particolare, quando si tratta di collocare le opere all’interno di un involucro museale. Quali sono le caratteristiche del TAMA come location site specific?
Lo spazio museale è stato spesso definito come una wihte box e per questo il lavoro tra artista, designer e curatore è fondamentale per creare l’esperienza del visitatore, prima ancora che entri al museo: si dice che l’esperienza di una mostra comincia con il comprare il biglietto, a partire dall’accesso al sito internet. Tutto questo fa parte di un processo di “mediazione”: più l’esperienza è mediata più facile è l’accesso all’opera d’arte. Pur senza mai cadere troppo nell’approccio didattico, per lasciare al visitatore il libero arbitrio di trovare la sua strada seguendo delle traiettorie – attraverso un gioco di equilibri tra artista, curatore e direttore – in modo che si senta accolto in un contesto a misura d’uomo, e non in una cattedrale gotica. Poiché l’esperienza stessa è, in fondo, il fulcro di ogni mostra.

Oggi nel contesto dell’arte contemporanea si aggiunge anche il paradigma dei social media. In che modo è possibile integrarli?
Bisogna sempre distinguere il fine dal mezzo. Il social media in quanto tale è sicuramente uno strumento di comunicazione fondamentale per tenere alta la conoscenza del Museo anche quando si è lontani, per esempio rivolgendosi ad un pubblico internazionale. Oppure, in momenti estremi come durante le chiusure dovute alla pandemia, i social ci hanno consentito di svolgere mostre digitali, virtual tour e conversare con artisti da qualunque parte del globo.
Sono quindi uno strumento importante e utilissimo, ma mai uno scopo. Non possono e non devono sostituire l’opera d’arte – che può essere vissuta solo attraverso l’esperienza fisica – ma certamente possono arricchirne la fruizione. Detto questo io, personalmente, come sono un’amante dello slow food, prediligo sicuramente la slow art e ritengo che il modo migliore per fare davvero esperienza di un’opera d’arte sia senza telefoni, senza foto e senza selfie.

Infine, quali sono i progetti futuri del TAMA?
Nel 2022 in Museo compie 90 anni, e uno dei nostri scopi principali è portare avanti il lavoro iniziato da Meir Dizengoff, primo sindaco della città e uomo visionario che fin da subito capì quanto fosse cruciale creare, parallelamente alle istituzioni politiche, delle istituzioni culturali, tanto che nel suo testamento chiama il Museo “figlioccio” chiedendo che, dopo la sua morte, la città se ne prenda cura al posto suo.
È quindi per noi una straordinaria occasione per ribadire quali sono i principi su cui si fonda il Museo. Perciò quest’anno daremo grande importanza all’arte israeliana e al padiglione di arte moderna che, grazie ad un’importante donazione, verrà ristrutturato e interamente riallestito.
Ma i progetti non finiscono mai. Stiamo proprio ora attivando una collaborazione con il Guggenheim e sempre di più, oltre a dedicare un’attenzione speciale all’arte locale, dedicheremo i nostri sforzi per creare sinergie virtuose con altre istituzioni internazionali, come è vocazione del TAMA.

photo: Amit Geron
Fiammetta Martegani
collaboratrice

Curatrice presso il Museo Eretz Israel, nasce a Milano nel 1981 e dal 2009 si trasferisce a Tel Aviv per un Dottorato in Antropologia a cui segue un Postdottorato e nel 2016 la nascita di Enrico: 50% italiano, 50% israeliano, come il suo compagno Udi. Collaboratrice dal 2019 per l’Avvenire, ha pubblicato nel 2015 il suo primo romanzo “Life on Mars” (Tiqqun) e nel 2017 “The Israeli Defence Forces’ Representation in Israeli Cinema” (Cambridge Scholars Publishing). Il suo ultimo libro è Tel Aviv – Mondo in tasca, una guida per i cinque sensi alla scoperta della città bianca, Laurana editore.


2 Commenti:

  1. Bella e Bravissima Tania Coen Uzielli, hai scandito un percorso di archeologia, arte, direzione museale, a partire dal Liceo classico in Italia, l’esperienza in America, i musei di Jerushalaim e Tel Aviv; vi si aggiunge lo splendore della famiglia. Hai ricordato degnamente il nonno Ettore. Un tuo prozio, lieto e soddisfatto, ti saluta e ti benedice. Un saluto e un augurio anche a Fiammetta Martegani.


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