Cultura
Il Tempio di Salomone, o dell’idea di architettura

Dalla Cappella Sistina all’Escorial, storia di un archetipo e delle sue applicazioni umane

L’arca di Noè, il Tabernacolo e il Tempio di Salomone sono tre costruzioni descritte nel Tanakh con dovizia di dettagli. Aspetto non meno importante, le istruzioni che riguardano misure e proporzioni dei tre edifici arrivano nel racconto biblico direttamente dalla voce di Dio. Non stupisce allora che queste opere siano state considerate a lungo come modelli da imitare o addirittura come archetipi perfetti di ogni edificio imperfetto progettato dagli uomini. Quella che ha goduto di maggiore fortuna nella storia dell’architettura, ma anche della teologia, è senz’altro il Tempio di Salomone, probabilmente perché è delle tre l’unica realizzazione stabile e permanente. Le tradizioni ebraica e cristiana ricordano Salomone come buon sovrano e grande costruttore e non a caso, stando alle cronache di cui disponiamo, proprio al re di Gerusalemme si paragonano sovrani come Giustiniano o Carlo Magno nel momento dell’inaugurazione delle costruzioni più ambiziose da loro finanziate.

Nel medioevo, ma anche per gran parte dell’età moderna, gli autori cristiani studiano il Tempio come un modello concreto le cui misure dettagliate nella Bibbia corrisponderebbero a quelle dell’edificio costruito in antico da Salomone. Di conseguenza cercano di disegnare il tempio sulla base delle indicazioni presenti nelle Scritture, ma a questo punto si scontrano con una serie di problemi difficilmente eludibili. Tanto per cominciare, alcune cifre fanno trasecolare chi vuole prendere alla lettera il testo per la manifesta esagerazione: il numero degli operai impiegati è esorbitante e la quantità di oro utilizzato, secondo una stima moderna, corrisponde all’incirca a sei volte tanto il totale della produzione mondiale annua del prezioso metallo. Il Tempio di Salomone, inoltre, viene descritto tre volte in dettaglio – nel primo libro dei Re, nel secondo libro delle Cronache e in quello del profeta Ezechiele – ma le misure contenute nei diversi passi non coincidono. Come se non bastasse, alcuni dettagli evidenziati nei testi sono difficilmente riproducibili in un edificio vero e proprio. Ci sono misure relative all’altezza, per esempio, che renderebbero alcune parti del Tempio simili a un moderno grattacielo, dunque decisamente poco credibili considerando gli standard, le tecniche e i materiali edilizi dell’epoca. E si potrebbe continuare a lungo su questo tono.

A fronte di tante e tali difficoltà, qualcuno nega che il Tempio di Salomone sia esistito come reale struttura architettonica, ma solo nelle immaginarie descrizioni bibliche, tanto più dal momento che l’archeologia ha mostrato che le dimensioni del Tempio contenute nel Tanakh sono del tutto incompatibili con quelle della Gerusalemme del secolo X a.e.v., nel quale viene collocato il regno di Salomone. Gli archeologi Israel Finkelstein e Neil A. Silberman nel volume Le tracce di Mosè. La Bibbia tra storia e mito (Carocci) sono lapidari: le testimonianze archeologiche dei progetti architettonici di Salomone sono inesistenti, nonostante le numerose campagne di scavo condotte intorno al colle su cui dovevano sorgere Tempio e palazzo reale a Gerusalemme. Tuttavia un passo così drastico non è forse necessario: secondo la maggior parte dei filologi è probabile che i testi, composti secoli dopo i fatti che descrivono da parte di scribi che dispongono di modelli diversi da quelli del tempo di Salomone, siano stati arricchiti in epoche successive alla prima stesura con dettagli inverosimili allo scopo di far risaltare la magnificenza della struttura.

In ogni caso non interessa qui più di tanto discutere le dimensioni reali degli edifici costruiti a Gerusalemme tremila anni fa e il loro accordo o disaccordo con le testimonianze scritte. Quello su cui vorremmo soffermarci è il fatto che le descrizioni bibliche sono state fino a non molto tempo fa, e in parte ancora oggi, prese terribilmente sul serio, come descrizioni di un edificio non solo possibile, ma reale. Da qui gli innumerevoli tentativi di disegnare e ricostruire, in ambienti ebraici ma ancora più spesso cristiani, il favoloso Tempio. Oltre al valore di un edificio concreto, all’opera di Salomone viene riconosciuto valore simbolico, perché segno della presenza della divinità, archetipico e ideale. A questo punto l’interpretazione degli esegeti si divide sulla scorta delle letture della filosofia platonica. Da una parte c’è chi ritiene che il Tempio sia solo il modello perfetto a cui guardare e ispirarsi per la costruzione di edifici che, in ogni caso, non riusciranno a raggiungere lo stesso livello di perfezione; dall’altra chi reputa che l’idea di edificio perfetto, cioè il Tempio stesso, partecipi in qualche misura a tutti gli edifici, che dunque inevitabilmente lo conterrebbero anche se in minuscola parte.

In età moderna e contemporanea non mancano studiosi che tentano di disegnare il Tempio di Salomone. Tra gli altri ci prova nel Seicento il rabbino di Amsterdam Jacob Judah Leon con l’opera Retrato del Templo de Selomoh, tradotta in più lingue e che gode di indubbio successo anche fuori dagli ambienti ebraici. Altri non si accontentano e costruiscono modelli plastici dell’edificio, anche se di solito riproducendo una struttura che sembra avvicinarsi più al secondo Tempio di Erode che a quello di Salomone: oggi se ne possono vedere ad Amburgo e Gerusalemme, Amsterdam, New York e Salt Lake City. C’è addirittura chi – dagli insediamenti in West Bank al Brasile – prova a costruire repliche in scala naturale, anche se è stata messa in dubbio l’aderenza alle descrizioni bibliche dell’opera di Salomone, che peraltro, come abbiamo visto, sono divergenti. Più spesso, per motivi simbolici e di prestigio, gli architetti pensano di evocare il Tempio. La Cappella Sistina, per esempio, replica le dimensioni della sua area più interna, il sancta sanctorum. Un discorso analogo vale per l’Escorial, come vedremo a breve in dettaglio. Dalla Turchia agli Stati Uniti, numerose chiese si presentano oggi come repliche del Tempio, che viene evocato addirittura di regola nei templi della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni. Se invece, facendo nuovamente un salto nel passato, guardiamo Lo sposalizio della vergine del Perugino o il quadro omonimo e molto simile di Raffaello, ci accorgiamo che il Tempio viene raffigurato come una versione rinascimentale della Cupola della Roccia: a lungo in Europa si è infatti ritenuto che la cupola edificata in epoca islamica a Gerusalemme replicasse l’opera di Salomone.

Escorial (Shutterstock)

Chi è stato a Madrid ha visitato probabilmente il complesso dell’Escorial, che si trova a qualche decina di chilometri dalla capitale spagnola; pochi sanno però della stretta relazione tra il maestoso palazzo-monastero costruito da Felipe II nella seconda metà del Cinquecento e il Tempio di Salomone. L’architetto Juan de Herrera progetta l’Escorial per adempiere a un voto fatto dal re spagnolo alla vigilia della decisiva battaglia di San Quintino, poi vinta contro i francesi il 10 agosto 1557. La chiesa, dedicata a san Lorenzo, è orientata secondo l’asse del tramonto del 10 agosto, che nel calendario ecclesiastico è il giorno dedicato al santo martire. Viene inoltre scelto l’impianto a griglia per riallacciarsi alla tradizione agiografica, che descrive il martirio di Lorenzo sulla graticola. La serie di riferimenti astrologici e martirologici segna la costruzione dell’intero complesso e delle sue parti in modo tale da non poter essere qui dettagliato. Nondimeno, c’è un altro e non minore modello che influenza il progetto del palazzo, ed è il Tempio di Salomone. La teoria che vede nell’Escorial il nuovo Tempio di un nuovo Salomone – segnatamente il monarca spagnolo, che tra i molti titoli vanta anche quello di “re di Gerusalemme” – viene elaborata dai gesuiti Juan Bautista Villalpanda e Jeronimo Prado nel secondo e dettagliatissimo volume di commento al libro di Ezechiele (1596-1604). In pagine che Umberto Eco definisce lussureggianti e protobarocche (Storia delle terre e dei luoghi leggendari, Bompiani) gli autori rappresentano Felipe II, al pari di Salomone, come un equilibrato monarca, cioè innanzitutto un saggio costruttore. Il Tempio rappresentato nella visione di Ezechiele e riprodotto sulle alture castigliane è immagine dell’armonia universale: i cortili del palazzo fanno riferimento ai pianeti, i dodici portici alle tribù di Israele e ai segni dello zodiaco, mentre la chiesa perfettamente in asse riproduce il sancta sanctorum. Villalpanda, che compila queste pagine, considera il Tempio di Salomone, le cui misure – è bene ricordarlo – vengono direttamente da Dio, come l’atto di nascita della “vera architettura”, cioè dell’architettura in pietra, che quindi non sarebbe stata scoperta dagli uomini ma ottenuta attraverso la rivelazione.

Villalpanda è non solo teologo e ebraista ma anche architetto, e come i suoi contemporanei ritiene che l’unica architettura degna di questo nome sia quella codificata da Vitruvio. Come fare a risolvere la tensione tra l’origine divina dell’architettura e quella che, con Vitruvio, fonda la disciplina sull’esercizio della razionalità da parte dell’uomo? Con una serie di spiegazioni estrose e riprendendo un’idea già presente negli scritti di Giuseppe Flavio, il gesuita sostiene che tutta l’architettura classica della tradizione greca e latina, sistematizzata da Vitruvio, derivi da modelli biblici e in particolare dal Tempio di Gerusalemme. L’architettura secundum ratione di Vitruvio, dunque, non fa che dettagliare l’architettura rivelata da Dio agli uomini. In questo modo le due sorgenti del sapere architettonico sono reinterpretate e conservate. A dimostrazione delle sue tesi e a corredo dell’opera, Villalpanda pubblica una serie di tavole, che il gesuita ritiene identiche ai disegni originali di ispirazione divina. Queste tavole, che riproducono il Tempio/Escorial secondo la visione di Ezechiele, per oltre un secolo esercitano notevole influenza su architetti di tutta Europa, non ultimo Guarino Guarini che includerà l’ordine del Tempio tra i suoi capitelli immaginari. L’ordine descritto e disegnato dal gesuita spagnolo unisce in modo originale e certamente fantasioso elementi corinzi e dorici, di fatto trasformando gli ordini classici nell’archetipo di un’architettura della grazia. Nei dodici portici del Tempio Villalpanda riproduce la disposizione delle tribù di Israele intorno al Tabernacolo nel deserto, incorporando un altro esemplare architettonico di cui Dio detta nella Bibbia le misure. Sulla scorta di Vitruvio le proporzioni della parte più interna del santuario replicano un corpo umano perfetto, che per il gesuita corrisponde al corpo di Cristo. Come sottolinea Joseph Rykwert nella Casa di Adamo in Paradiso (Adelphi), nel giustificare le imprese architettoniche di Felipe II come esercizi spirituali Villalpanda unisce le due tradizioni che hanno segnato la storia dell’architettura moderna: da una parte la capanna primitiva come paradigma di ogni costruzione sulla scia di Vitruvio, dall’altra la rivelazione divina di regole che non possono essere dedotte dal mondo della natura e della storia.

Vogliamo concludere con un’ultima suggestione che mostra la versatilità dell’archetipo del Tempio, che con il suo fascino può portare in direzioni inaspettate. Siamo a Orlando, in Florida. Nel 1989 l’ebreo Marvin Rosenthal acquista un terreno, diventa pastore battista e fonda l’organizzazione Sion’s Hope, dedita al proselitismo. Sul terreno viene costruito un parco a tema cristiano dal nome promettente: The Holy Land Experience. Il parco contiene una ricostruzione della Gerusalemme dei tempi di Gesù con al centro – indovinate un po’? – il Tempio di Salomone. E pazienza se duemila anni fa l’opera del re figlio di David non esisteva già più da oltre cinquecento anni.

Giorgio Berruto
collaboratore
Cresciuto in mezzo agli olivi nell’entroterra ligure, dopo gli studi in filosofia e editoria a Pavia vive, lavora e insegna a Torino. Ama libri (ma solo quelli belli), musei, montagne

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