Hebraica
Il vero miracolo di Hannukkah

Una lettura del significato della festività. E un augurio a riconoscere il potenziale creativo in ogni grande sfida

In ebraico la parola Hanukkah significa “inaugurazione”, e la festa celebra infatti la reinaugurazione del Tempio di Gerusalemme dopo che, nel II secolo AEV, i siriani lo avevano profanato nel quadro di una politica di soppressione delle specificità ebraiche.

Una tradizione talmudica racconta che l’olio necessario a far bruciare le luci della Menorah, il candelabro del Tempio, fu trovato in quantità insufficiente, ma bruciò miracolosamente per otto giorni. Personalmente non sono certo del fatto che le leggi della fisica possano essere alterate in tal modo, ma sono convinto che qualcosa di miracoloso avvenne comunque.

Troppo spesso quando si parla di Hanukkah si mette in luce l’aspetto della lotta identitaria degli ebrei contro i siriani per affermare la loro autonomia religiosa. Ma si tende a dimenticare che si trattò anche di una guerra civile, che oppose i sostenitori di un ebraismo più conservatore, che si percepiva come autentico, a coloro i quali invece desideravano rinunciare ad alcuni aspetti della cultura ebraica giudicati come eccessivamente particolaristi, che impedivano l’integrazione degli ebrei nella società ellenistica.

L’aspetto più interessante è che i Maccabei, i puristi che vinsero questa battaglia ideologica, erano alla base una famiglia di sacerdoti, indi appartenenti alla tribù di Levi, che però dopo la vittoria fondò poi una dinastia regale, gli Asmonei, laddove la legge ebraica prevedeva che solo i membri della tribù di Giuda potessero accedere al trono d’Israele. Questo abuso non fu loro mai perdonato dalla tradizione ebraica. Perché nell’incapacità di lavorare insieme ai loro antagonisti, di armonizzare la necessità di autoconservazione con la possibilità di accogliere e integrare in qualche modo le loro istanze, essi preferirono opporvisi duramente, combatterli ed eliminarli. In tal modo però finirono per violare i principi fondamentali che avevano voluto proteggere, e per tradire in tal modo il loro essere più profondo. E ciò accade ogni volta che un’azione violenta viene opposta a un’istanza di rinnovamento e di apertura.

I difensori di una certa idea di purezza, che percepivano le mutazioni proposte dai “progressisti” come una sorta di tsunami distruttore, finirono poi per incorporare anch’essi elementi di rinnovamento, ma solo dopo un sanguinoso conflitto, e le conseguenze furono terribili, giacché fu questo stato di cose a causare l’arrivo dei romani che più tardi avrebbero preso il potere e poi distrutto il Tempio.

Ciò che vale in ambito collettivo, può essere trasposto anche nella sfera individuale. L’essere umano tende a proteggersi con ogni mezzo dalle esperienze e dalle situazioni che possono costituire per lui uno tsunami spirituale che lo getterà in un baratro. Tale processo genera spesso un desiderio di rifiuto, un rinchiudersi nel proprio castello contrapponendoci al resto, provocando conflitti e sofferenze che inevitabilmente si ritorcono contro di noi, perché l’autoconservazione è importante, ma non è sufficiente alla vita. L’incorporare nuova energia, simbolizzata nel caso di Hanukkah dall’olio, comporta sicuramente il rischio di un incendio, ma rappresenta anche un enorme potenziale. Il nostro maestro, il grande direttore d’orchestra Nikolaus Harnoncourt z’l insegnava che la vita, come la musica, inizia ad acquistare senso solo quando si avvicina alla catastrofe. Quello che il Maestro chiamava scherzosamente catastrofe è l’inevitabile destabilizzazione che, lungi dal distruggerci, può portare alla crescita se accettata incorporando sapientemente elementi di questi potenziali tsunami spirituali che istintivamente tenderemmo a sopprimere. Queste sono le arti che permettono crescita e vita, mentre il rifiuto di rinnovarsi e rielaborarsi spesso oscura la possibilità di mettere al mondo un nuovo sé.

E’ forse questo il vero miracolo di Hanukkah. La facoltà di non lasciarsi ottenebrare e paralizzare dalla paura, ma di sorridere a queste sfide spirituali profondamente destabilizzanti senza fuggire, abbracciando con forza e fiducia il potenziale che esse ci offrono. E la luce proiettata su un sé nuovo che si lasci prendere per mano e accompagnare oltre il panico, verso il luogo dove saprà accogliere con amore un divenire e un aprirsi alla vita. Come recita uno dei più bei testi di Leonard Cohen z’l: “Dance me through the panic ’til I’m gathered safely in”.

Così possa essere per ognuno di noi וכן יהי רצון.

Hag Urim Sameach, Gioisa festa delle luci!

Haim Fabrizio Cipriani
Rabbino presso la Comunità Etz Haim

Haim Fabrizio Cipriani svolge il suo ministero rabbinico nelle comunità francesi di Marsiglia e Montpellier, e in Italia presso la comunità Etz Haim. In parallelo svolge un’intensa attività internazionale di violinista concertista e di autore di saggi a tema ebraico.


3 Commenti:

  1. Grazie per l’interessante spiegazione del significato di questa bella festa ebraica.
    La resistenza al cambiamento sembra essere una zavorra di grande “appeal” nel genere umano. L’attenzione ai tanti errori commessi dall’uomo nella sua lunga storia per aver ceduto alla forza di questa pesante catena dovrebbe in effetti insegnarci in tante situazioni della nostra vita individuale a “buttare il nostro cuore oltre l’ostacolo”.
    Come gli Ebrei dovettero imparare a liberarsi dell’Egitto per affrontare l’ignoto di una nuova vita in libertà così anche noi dobbiamo imparare a scorgere le nostre resistenze ad accettare le opportunità che ci sono offerte di crescere e di rinnovarci, per imparare a vivere una vita di pienezza e di vera libertà.
    E che il miracolo delle luci ce lo rammenti sempre.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *