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Il Villaggio Rosso: il più antico Shtetl dell’Asia centrale

Apre i battenti il museo dei Mountain Jews a Krasnaya Sloboda, in Azerbaijan

All’ombra dei grattaceli della capitale Baku, l’Azerbaijan può vantare una miriade di piccoli insediamenti rurali con più di 50 gruppi etnici e 40 lingue diverse.
Nelle montagne al nord delle rive del fiume Kudyal, uno di questi villaggi ospita 2.000 ebrei da circa altrettanti anni: si tratta di Krasnaya Sloboda, il villaggio Rosso, uno dei pochi ‘shtetl’ o insediamenti a quasi totalità ebraica al di fuori di Israele. Chiamato in passato Yevreyskaya Sloboda, “villaggio ebraico”, sotto regime sovietico la città cambiò il proprio nome in onore dei suoi tetti di colore rosso o, secondo altri, come richiamo all’armata sovietica.
Il villaggio è la culla delle tradizioni di un gruppo che prende il nome di Mountain Jews, gli ebrei della montagna. Ad oggi sono circa 9.000 e vivono nell’area del Caucaso, soprattutto in Azeirbajan, tra Baku, Guba e Krasnaya Soboda, Dagetan, Makhachkala e Buisnasks.

Il nome può trarre in confusione. I mountain jews non sono una comunità propriamente nativa delle montagne del Caucaso, bensì si pensa siano migrati da Israele passando per l’attuale Iran nel VIII secolo a.e.v per stabilirsi principalmente nelle montagne dell’Azerbaijan e della Georgia. Per precisione, sebbene il termine ‘mountain jews’ possa indicare entrambe le comunità della Georgia e dell’Azeirbajan, i due gruppi sono diversi per tradizioni, lingua e pratiche culturali.
In particolare, i mountain jews azeri non sono né sefarditi né ashkenaziti, ma persiani con delle influenze mizrahi. Per secoli hanno mantenuto come loro lingua il ‘Judeo-tat’, una lingua che mischia il farsi parlato nelle aree sudest dell’antica Persia ad altre lingue semitiche come l’ebraico, l’aramaico o l’arabo – per esempio, il Judeo-tat mantiene il suono dell’ayin” (ע), assente dalle altre lingue dell’area.
Protetti dalle montagne, i mountain Jews sono stati in grado di mantenere le loro tradizioni nonostante le ondate storiche di repressione anti-ebraica: l’Asia centrale fu meno colpita dai pogrom russi o dall’odio nazista. I numeri sono in ogni caso crollati. Molti infatti lasciarono l’Azerbaijan dopo la fondazione d’Israele, dopo la dissoluzione dell’unione sovietica o a seguito della prima guerra cecena.
Per mantenere il ricordo di queste tradizioni millenarie, nel 2019 si sono conclusi i lavori del Museo dei Mountain Jews, un luogo dedicato alla storia della comunità. Igor Shaulov, direttore del museo, ha dichiarato di essere emozionato all’idea di poter finalmente aprire i battenti dopo una lunga pausa legata alla pandemia. “Se fossimo insieme dal vivo, inizierei questa intervista con del buon tè azero– ma quello che posso fare per il momento è mostrati delle foto e parlarti delle nostre tradizioni”, spiega Shaulov mostrando dei video del villaggio rosso.
Continua: “Vedi, il museo è unico al mondo, contiene documenti storici, oggetti domestici e l’arte della comunità”. Alcuni degli oggetti: un bicchiere del kiddush del XIX secolo con iscrizioni in Judeo-tat, lettere clandestine inviate dai soldati ebrei negli anni 20 sui fronti europei, medaglie dalla guerra del 1992 dell’Azerbaijan contro l’Armenia”.

In che modo la posizione così particolare della comunità ne ha influenzato lo sviluppo, in particolare in campo professionale? “Come altrove nell’impero russo, gli ebrei non potevano possedere terreni, così si specializzarono nell’allevamento di bachi da seta e nella tintura di tessuti. A volte venivano concessi dei terreni per la coltivazione del tabacco e del vino, ma erano lontani da Krasnaya Soboda e scomodi da raggiungere in una società senza automobili. Gli ebrei azeri si specializzarono in una tintura chiamata ‘marena’, utilizzata per la tintura dei tappeti”.
“La posizione permise anche di mantenere delle tradizioni che è possibile trovare solo in quest’area, creando un miscuglio di cultura delle montagne del Caucaso e di cultura ebraica. Altre tradizioni invece sono uniche a causa dell’assenza di contatto con altre comunità”.
Nel primo caso, un esempio è una varietà di hoshalevo, un dolce a base di miele, fiori di girasole, noci, tipicamente preparato per Purim.
Il Pesach azero, chiamato Nisonu in Judeo-tat, riflette l’isolamento geografico della comunità. I mountain jews per Pesach non consumano alimenti sottoaceto, lo zucchero e il formaggio: si crede che questa tradizione derivi dai tempi in cui gli ebrei azeri non avevano accesso a un controllo rabbinico per quei prodotti, escludendoli quindi del tutto dal consumo. Durante Pesach è inoltre vietato visitare cimiteri e per la cena del Seder è tradizione mangiare il kisani burochoi, un piatto fatto di spine: questa tradizione si basa sulla leggenda rabbinica secondo cui i bambini egiziani erano soliti buttare delle spine nel fango degli schiavi ebrei.
Il Museo contiene le informazioni sulla comunità che potrebbero altrimenti andare perdute: “come in altre aree rurali, anche nel villaggio Rosso stiamo andando incontro a un calo demografico. I giovani vogliono trasferirsi in città – a Baku, ma anche a New York o a Tel Aviv”.
La speranza di Shaulov è che il museo possa invece spronare un nuovo interesse nella vita a Krasnaya Sloboda.

A questo link è possibile visitare virtualmente il museo e curiosare tra il prezioso materiale conservato. Su YouTube una breve storia dei Mountain Jews.

Micol Sonnino
collaboratrice

Micol-con-la-emme Sonnino, da pronunciare tutto d’un fiato, nasce a Roma nel 1997. Studia tutto ciò che riguarda l’Asia dell’Est all’Università di Bologna e vive tra Italia, Austria e Giappone per una magistrale in sviluppo sostenibile, con focus su sviluppo urbano e rurale. Le piace cucinare con la nonna e mangiare carciofi di stagione.


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