Cultura
In morte di Zeev Sternhell

Ritratto dello storico che insegnava a leggere il futuro

Nella notte tra il 24 e il 25 settembre 2008 Zeev Sternhell, accademico di vaglia, grande studioso di scienze politiche, sociali e storiche, quello stesso anno già insignito – era il febbraio, per l’esattezza – del Premio Israele, che viene periodicamente conferito a quelle figure pubbliche che si sono distinte nella loro attività, portando vanto e lustro al proprio Paese, ricevette nella sua bella casa di Gerusalemme (per chi non vi è nato e non vi è cresciuto tutte le case di Yerushalaim sono “belle”, in quanto portano al cielo) una sorpresa. Era un pacco bomba. Per fortuna, i danni furono limitati, se così vogliamo dire. Non ci soffermeremo sugli aspetti materiali di questo gesto ma su quelli civili: colpire uno studioso, che si è sempre considerato «arcisionista», per le sue riflessioni critiche, al medesimo tempo cristalline ma pacate, dove non condannava nessuno ma faceva riflettere sul pluralismo di Israele, ossia delle sue culture politiche, nelle quali anche il fascismo entrava in gioco – non solo fuori dal Paese ma in alcune enclave all’interno – costituiva un oggettivo riscontro del fondamento del suo dire.

Nessun anatema, per intenderci, ma la constatazione di quanto il fenomeno fascistoide – poi, ognuno si pronuncerà al riguardo, ovvero sulle sue effettive dimensioni, sulla sua perniciosità, sulle dimensioni quantitative e qualitative – sia trasversale. Ovvero, non costituisca prerogativa di un gruppo, di un ceto, di una nazione, meno ancora di una «etnia», bensì di un’età storica. Pesavano, per Sternhell, i suoi studi di antichissima data, occupandosi da decenni del tema. Come anche e soprattutto il riscontro che dall’assassinio di Yithak Rabin nel 1995, per mano di un colono ebreo proveniente dalla Cisgiordania, il clima politico in Israele si fosse fatto più aspro.

Sono passati nel mentre dodici anni. Zeev Sternhell è morto domenica 21 giugno scorso, all’età di 85 primavere. Pur appartenendo di diritto a quella vulgata che, a torto o a ragione, è stata definita «revisionista» (meglio sarebbe dire dei «nuovi storici»), ovvero ispirata ad una rilettura critica del passato recente della storia d’Israele e del sionismo, era un autore poliedrico, che si è sempre contraddistinto per l’originalità dei suoi approcci ai fenomeni politici e culturali del Novecento. Non meno che allo stesso Israele, ossia alle sue culture politiche e sociali di riferimento, dalla fine dell’Ottocento in poi. Infatti, aveva dedicato pagine sagaci allo studio del fascismo, in particolare di quello francese. La drammatica vicenda del suo ferimento lo testimonia. Sternhell, infatti, è stato tutto fuorché un accademico geloso delle sue prerogative. Del pari a molti suoi colleghi, ha sempre pensato che all’impegno intellettuale dovesse accompagnarsi quello politico e, se così la si vuol chiamare, la testimonianza morale. Quest’ultima è essenzialmente lo sforzo per raccontare e comprendere quello che per i tedeschi è «Zeitgeist», lo spirito del tempo corrente. Lo storico di professione fa di questo, in fondo, una professione, essendo non solo un’antenna di ciò che fu ma anche di quello che potrebbe essere. Il punto di congiunzione tra le diverse anime del suo lavoro era la pubblicistica che, in Israele più ancora che in altri paesi, implica il prendere costantemente posizione attraverso la stampa periodica e i quotidiani. Sternhell, tra i fondatori del movimento «Shalom Achshav» («Pace adesso», oggi in conclamato declino), è conosciuto dal grande pubblico israeliano anche come notista per il quotidiano «Ha’aretz». Ci permettiamo di chiosare sul fatto che solo uno sguardo pregiudizialmente disattento può indurre nell’osservatore quella miopia di giudizio per la quale non si coglie quanto sia ampia nello «Stato ebraico» la continua discussione su di sé e sugli altri, ovvero sulla propria identità (la cui natura storica, ovvero il suo essere anche un costrutto generato dagli equilibri politici dell’epoca, è parte della riflessione collettiva) come su quella degli interlocutori e degli antagonisti. Non è un caso, quindi, se proprio lui – o per meglio dire, la sua figura di intellettuale – sia stata fatta oggetto della violenza di coloro che si reputano invece essenza astorica di un’idea, quei fondamentalisti per i quali il passo dall’intolleranza verbale alla violenza fisica è molto breve. Che tali sono a prescindere da qualsivoglia appartenenza di campo.

Zeev Sternhell si è ripetutamente pronunciato contro la politica di edificazione degli insediamenti ebraici nei Territori palestinesi, così come non ha mai lesinato opinioni sulle ipotesi di un accordo quadro con la controparte palestinese in Cisgiordania. Anche in ragione di ciò, la polizia israeliana, all’epoca, aveva da subito accreditato la pista di un’azione terroristica da parte di elementi di quel piccolo ma pericoloso milieu di razzisti e ultranazionalisti che alligna in alcune «colonie». A ben pensarci, il silenzio con il quale era stata accolta la violenza da lui subita fa il pari con la cacofonica campagna, più volte ripresa anche negli anni scorsi, per il boicottaggio delle università israeliane. Ci si rende conto che se tale scempiaggine fosse passata ora, a essere posti nella condizione di non potere comunicare al di fuori della cerchia scientifica, intellettuale e politica del proprio paese ci sarebbero proprio uomini come Zeev Sternhell? I critici a prescindere d’Israele, ciò non lo colsero, né lo colgono adesso, all’atto della sua morte. Al riguardo, ha scritto sagacemente David Bidussa: «Zeev Sternhell era un simbolo e anche la sua scomparsa, ora, è oltremodo simbolica. Avviene in un forte momento di profondo conflitto politico interno, senza che sia possibile individuare un’unità “mediana”, né di sintesi né di compromesso. Soprattutto avviene senza che esista nei fatti una forza politica capace di ereditarne i contenuti culturali. Semplicemente, la realtà israeliana di oggi indica l’eclissi di una sinistra politica e forse proprio per questo la sua scomparsa è significativa, perché obbliga (a chi abbia davvero voglia di farsi carico di domande tanto imbarazzanti, quanto ineludibili) a fare, senza sconti, un bilancio del Novecento. Di quel secolo Sternhell è per molti aspetti non solo un intellettuale di testimonianza, ma anche una voce essenziale per comprendere il confronto irreducibile che lo ha attraversato e che non ha mai dato luogo a una sintesi». Ed ancora: «Per certi aspetti la freddezza intorno alla morte di Sternhell testimonia di una cosa che tutti sappiamo, ma che ci è difficile ammettere: la letteratura [ad esempio, Amos Oz o David Grossman, n.d.r.] anche quando si carica di intervento civile, riesce a trovare le parole per rompere gli steccati e a costringere anche chi si oppone irreducibilmente allo scenario che fa da sfondo a quella scrittura, a misurarsi con quelle parole, di prenderle in carica – anche solo per replicare – a ciò che quelle parole muovono, che significa quei sentimenti e quelle emozioni. Con la saggistica, in primis con la storiografia, questo processo non può avvenire. Perché ciò che la scrittura storica porta sul tavolo e obbliga a misurare è la distinzione tra concetti, significati, parole. Di questa missione (o forse, più precisamente di questa missione pubblica) dello storico, Zeev Sternhell era estremamente consapevole. E non a caso tutta la sua scrittura storiografica si è sempre mossa in estrema solitudine, con pochissime testimonianze di condivisione, anche dentro la parte politica in cui pure dice di riconoscersi».

Dunque, chi era Zeev Sternhell? Della sua caratura accademica e pubblicistica, già qualcosa si è detto. Aggiungiamo questo: nel corso dei suoi studi, avviatisi in maniera quasi pioneristica tra gli anni Cinquanta (era nato in Polonia nel 1935 ed era sopravvissuto alla Shoah in circostanze al limite dell’incredibile, perdendoci tuttavia l’intera famiglia) e i Sessanta, era poi divenuto un’autorità internazionale nella riflessione sulle radici ideologiche dei fascismi e dei nazionalismi. Figura anch’egli per più aspetti prometeica, in quanto obbligata ad andare oltre la sua visuale “fredda” e distaccata di ricercatore, coniugando semmai riflessione ad esistenza. Viva carne, per intenderci. Da questo punto di vista appartieneva a quella schiera di studiosi che ragionavano di nazionalismo e fascismi avendone subito sulla propria pelle gli effetti. Come tale, si inscrive a pieno titolo a quel grande nucleo di storici che hanno lavorato “sul campo” non certo per distacco intellettuale bensì per adesione morale, civile e poi personale, ai crudi dati di fatto. Come nel caso di coloro che hanno lasciato testimonianza di sé, e del proprio presente, dai ghetti in terra polacca, tra il 1940 e il 1944. In parole povere: poiché costretti dagli eventi in quanto tali non a ricamare bizantinismi ma a raccontare l’impatto della distruzione. Il pensiero si fa tanto più stringente quando si deve confrontare con la potenza di questi ultimo, registrando l’inefficacia delle sole “buone intenzioni”. Come scrisse, con calcolata e feroce determinazione, Bertold Brecht, riguardo all’amico Walter Benjamin, assoluto filosofo del Novecento e destinato a morire suicida ad un passo dalla liberazione: «Tattica di logoramento era quella che ti piaceva usare alla scacchiera, seduto all’ombra del pero. Il nemico che ti aveva scacciato lontano dai tuoi libri non si lascia logorare da quelli come noi».

A modo suo, Sternhell apparteneva a questa schiatta, anche se poté scegliere la vita e, con essa, la lotta. Così, tra gli altri, come per Yehuda Bauer (Praga 1926), per David Bankier (Zeckendorf 1947 – Gerusalemme 2010), per Israel Gutman (Varsavia 1923 – Gerusalemme 2013), «Tutti provenienti dal buio della violenza e della sofferenza, tutti protesi verso l’obiettivo fondamentale di ricrearsi una vita normale in Israele dove esprimere il proprio essere e le proprie idee, tutti decisi a fare domande al passato per trovare spiegazioni per ciò che era successo a loro stessi, alle famiglie, alle comunità ebraiche distrutte» (sempre Bidussa). Va aggiunto: tutti protesi a comprendere il presente alla luce di ciò che fu. Senza aderire alle facili sovrapposizioni tra trascorsi e tempo odierno ma anche risparmiandosi la fallace convinzione che ciò che è stato mai più sarà in alcun modo. Per Sternhell, infatti, il fascismo (quindi, con esso, anche l’antisemitismo) è un lessico profondo della modernità. Non solo per la manifestazione di un’avversione, mai venuta meno, verso gli «ebrei» in quanto tali (l’antisemitismo può fare a meno di qualsivoglia verifica di campo e di merito), bensì per il riprodursi di una situazione dove la politica, in quanto luogo e ambito della mediazione, viene invece meno. Il fascismo è la scimmiottatura della lotta tra interessi materiali contrapposti, sostituiti dalle appartenenze etniche. Il suo impegno intellettuale contro il rifiuto dell’Illuminismo universalista, che attraversa tutte le sue opere, si inscrive dentro questa cornice storica. Si potrà ironizzare sulla non adeguatezza politica di un tale approccio, ma rimane il fatto che l’istanza umanistica, alla quale si ispira, non può essere liquidata tanto facilmente. L’inaccettabilità, al presente, di un tale indirizzo, sta nel fatto che non lo relega a quanto fu – la storia come tale – ma lo proietta sui tempi correnti. Sternhell ci consegna un lascito ineludibile: il fascismo non è mai morto in quanto, spesso, soggiorna in ospiti insospettabili. Rileggerne i libri non placa vecchi timori ma apre orizzonti cogitabondi. Come deve essere l’uomo del presente, informato non al quietistico assenso alla condizione data bensì all’inquietudine feconda di chi cerca senza mai fermarsi.

A suggello di ciò, una nota bibliografia, già pubblicata sulla stampa quotidiana: il percorso di ricerca sulle radici del fascismo si apre con un libro su «Maurice Barrès et le nationalisme français» pubblicato a Parigi nel 1972. A quel testo, introduttivo alla sua analisi, fanno seguito nel 1978 «La Destra Rivoluzionaria. Le origini francesi del fascismo» (uscito in Italia per Corbaccio nel 1997), nel 1983 «Né destra né sinistra. L’ideologia fascista in Francia» (Baldini & Castoldi,1997), nel 1989 «La nascita dell’ideologia fascista» (Baldini e Castoldi, 2002), nel 2006 «Contro l’illuminismo. Dal XVIII Secolo alla Guerra Fredda» (Baldini Castoldi Dalai, 2007), nel 2019 «L’Histoire refoulée: La Rocque, les Croix de feu, et la question du fascisme français» (Éditions du Cerf). Nel 1996 sempre in Francia è uscito «Nascita di Israele. Miti, storia, contraddizioni» (Baldini & Castoldi, 1999). Infine, nel 2014 è apparsa la sua autobiografia, «Histoire et Lumières. Changer le monde par la raison»: una lunga intervista realizzata dal giornalista di «Le Monde» Nicolas Weill (ed. Albin Michel).

 

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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