Cultura Cinema
“Incitement”, il film sull’assassino di Rabin, in gara agli Oscar

Chi era Yigal Amir? Il suo ritratto in una storia che indaga l’animo umano. E che in ebraico è intitolata Yamim Noraim, in riferimento ai giorni dell’introspezione che separano Rosh Hashanà e Kippur

Si dice che in Israele non si può mai stare da soli e in un certo senso questo è molto vero. Ai tassisti bastano poche informazioni generiche sul passeggero per elargire consigli di vita, uno sconosciuto sul treno ti spiegherà perché non capisci niente di politica dopo aver adocchiato il giornale che stai leggendo, il cassiere del supermercato commenterà i prodotti che compri e ti chiederà se sei proprio convinto perché lui ne avrebbe scelti altri. Naturalmente, questi sono esempi caratteristici di una società particolare, ma è vero a tutte le latitudini che non siamo mai soli. Le nostre azioni, le nostre decisioni, i nostri pensieri, difficilmente sono il frutto di un processo compiuto nell’isolamento, sono di solito il risultato di interazioni, suggerimenti, impulsi che in modo attivo o passivo accogliamo e facciamo nostri. Fino a dove si può spingere questa dinamica?

Sembra essere questo il nodo di Incitement, l’ultimo film di Yaron Zilberman che il 22 settembre si è aggiudicato il premio Ophir (il cosiddetto “Oscar israeliano” assegnato dall’Accademia Israeliana del Cinema e della TV) ed è perciò stato selezionato per rappresentare Israele nella sezione Miglior Film Straniero alla prossima notte degli Oscar. Presentato per la prima volta in agosto al Festival Internazionale del Cinema di Toronto, il film racconta il processo che culminò nell’assassinio del premier Yizhak Rabin (4 novembre 1995) dalla prospettiva di chi lo commise, lo studente venticinquenne Yigal Amir.

La prima cosa interessante del film è il doppio titolo. Perché se in inglese è Incitement, in ebraico è Yamim Noraim, proprio come il periodo di dieci giorni tra Rosh Hashanà e Yom Kippur. Un periodo che chiama all’introspezione, all’indagine dell’anima, proprio come quella – spiega il regista in questa intervista – che Israele non ha mai fatto completamente riguardo quegli accadimenti. Zilberman chiarisce le ragioni del doppio titolo. Yamim Noraim in inglese non avrebbe funzionato: non sarebbe stato possibile conservare questo riferimento così forte alla tradizione ebraica, tanto più che nessuna traduzione rende giustizia all’espressione. Quella letterale, “Giorni Terribili” smarrisce il senso di solennità del periodo che di per sé non ha una connotazione unicamente negativa. E così si è pensato a Incitement: una scelta, precisa il regista, appropriata e contemporanea, perché interroga anche e soprattutto le nostre società.

Il film – arricchito da materiale filmico originale sugli accordi di Oslo – è ambientato nell’anno che precede l’assassinio e segue il processo di radicalizzazione di Amir. È la sua storia, ma anche la storia di molti altri. Degli ambienti, delle amicizie, degli esempi di vita all’interno dei quali i suoi propositi sono maturati. Dei poster che ritraevano Rabin con la svastica e del pensiero che ucciderlo fosse un compito religioso, una via per onorare la Torah. Una storia sulle divisioni della società, sul ruolo degli influencer su una personalità fragile e alla ricerca di un’opportunità di riscatto: famiglia yemenita, nella vita nulla di regalato, una fidanzata, Nava, che lo lascia dopo pochi mesi per uno dei suoi amici (e lo invita pure al matrimonio) a causa del suo non essere ashkenazita.

L’epifania di Amir (interpretato da Yehuda Nahari Halevi) ha luogo, racconta il regista, nella scena in cui assiste al funerale di Baruch Goldstein, l’estremista che il 25 febbraio 1994 aprì il fuoco sui musulmani raccolti in preghiera Alla Tomba dei Patriarchi a Hebron, uccidendone 29 e ferendone 150. Nel momento in cui il feretro viene sollevato, Amir pensa che anche lui, forse, potrebbe essere un eroe, anche per lui può esserci la possibilità di contare, di liberarsi del peso dell’insignificanza. Un’operazione non priva di rischi, quella compiuta da Zilberman. Raccontare la storia dal punto di vista dell’assassino inevitabilmente apre se non una porta, almeno uno spiraglio all’empatia. E forse proprio qui sta la questione: nessuna chiamata all’indulgenza o alla giustificazione, ma una “indagine dell’anima” collettiva, seria e profonda come il periodo degli Yamim Noraim richiede: come si diventa Yigal Amir?


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