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Israele, la grande transizione

Commento alle elezioni appena svolte (ma prima dei dati definitivi), con un occhio rivolto già alla prossima tornata elettorale

Israele, quando si parla di elezioni, assomiglia sempre più spesso ad una sorta di ottovolante, dove i carrelli dei viaggiatori-elettori si muovono costantemente dall’alto in basso e viceversa, in una sorta di percorso tanto vertiginoso quanto inesorabilmente prevedibile nel suo tracciato. I dati di voto di questo ulteriore passaggio alle urne, mano a mano che arrivano, sembrano confermare lo stallo che è all’origine stessa della nuova prova elettorale. Gli exit poll inizialmente sembravano dare a Benjamin la possibilità di assicurarsi una maggioranza, ancorché esigua, qualora Yamina, di Naftali Bennett, si fosse unito a lui. Il loro successivo aggiornamento, tuttavia, sulla base dello spoglio delle schede e della progressione dei risultati reali (al momento in cui scriviamo siamo oltre l’80% dei voti espressi), stanno invece dimostrando che il premier uscente non avrebbe comunque la maggioranza. A breve, il verdetto definitivo verrà quindi pronunciato.

La lista del Sionismo religioso (HaTzionut HaDatit), un’alleanza di partiti radicali composta da kahanisti (seguaci e sostenitori dell’eredità del rabbino Meir Kahane, sostenitore di rigide posizioni suprematiste), dal partito omofobo Noam e da Tkuma-Unione nazionale, dovrebbe raggiungere un buon risultato, al momento calcolato in sette seggi. Si prevede che Kahol Lavan, i laburisti e Meretz possano inoltre garantirsi rispettivamente otto, sei e cinque scranni alla Knesset. Per i partiti arabi, ossia la Joint List e l’United Arab List di Mansour Abbas, si delinea invece una vera e propria débâcle, passando dai precedenti quindici seggi agli attuali sei, senza che la scissionista UAL riesca ad entrare in parlamento. Al riguardo, la novità che questi ultimi avevano costituito nella precedente legislatura, si è consumata nel giro di pochissimo tempo, senza produrre alcun effetto significativo. Il Likud supera la soglia fatidica della trentina di seggi, garantendosene forse trentadue.

Lo spoglio finale confermerà o meno un risultato che era comunque in linea con le aspettative del partito. New Hope, costola dissidente del Likud, si assesta sui sei seggi, mentre Yisrael Beiteinu viaggia intorno ai sette, Yamina invece agli otto, Yesh Atid ai diciassette. Le formazioni religiose, Shas e United Torah Judaism si dovrebbero aggiudicare rispettivamente dieci e otto seggi. La forbice di varianza, tuttavia, fa sì che per ogni partito ci possa essere una oscillazione di un seggio in più o in meno.

Al netto dei risultati definitivi, se si guarda agli elettori più che sofferenza sarebbe meglio parlare di insofferenza. Soprattutto disillusione. Per la quarta volta, in poco meno di due anni, gli israeliani si sono recati alle urne. Una vera e propria overdose, in un Paese che svetta negli esiti della migliore campagna vaccinale al mondo (più di 110 dosi per 100 abitanti, contando i richiami) ma che fatica a trovare un minimo comune denominatore per l’identificazione di una solida maggioranza parlamentare in grado di garantire agli esecutivi la possibilità di operare per un’intera legislatura.
Gli aventi diritto al voto erano 6.528.565. Sono stati istituiti 409 seggi speciali, per persone affette dal Covid o positive alla prova del tampone, insieme ad altri 342 seggi per chi è in quarantena. Riguardo agli uni e agli altri, è stato inoltre implementato un sistema di trasporti in sicurezza, per permettere agli elettori di muoversi senza entrare in contatto con altre persone. A queste strutture, si sono aggiunti 38 seggi istituiti nei reparti ospedalieri per infetti e dei drive-through dove si può votare dalla macchina. Nel complesso, il numero di seggi complessivo è aumentato del 30%. Va da sé che la grande maggioranza di coloro che si sono recati alle urne lo abbia fatto con i propri piedi, rispettando le norme di profilassi che, anche dinanzi all’elevato numero di vaccinati, debbono comunque essere mantenute. Un totale di 4.420.677 elettori israeliani, pari al 67,2% degli aventi diritto, avevano votato alle 22.00, ora di chiusura dei seggi. Si tratta di una diminuzione di circa il 4,3% rispetto alla precedente prova elettorale.

La soglia di sbarramento per le liste era del 3,25%. Fondamentale, quindi, è stata la coalizione tra partiti minori, per superare il vincolo dei voti catturati dalle singole liste che, da sole, non si sarebbero comunque garantite il quorum per superare il filtro numerico per l’accesso alla Knesset. La campagna elettorale, peraltro, è stata decisamente sottotono. Il vero banco di prova era comunque la campagna di vaccinazioni nella quale, il premier uscente, si è speso ripetutamente, cercando di ottenere il maggiore numero di dosi possibili da distribuire tra la popolazione. I ripetuti investimenti, di centinaia di milioni di dollari, soprattutto con Pfizer, insieme ad un’organizzazione logistica invidiabile, hanno prodotto i loro effetti. Plausibile che Benjamin Netanyahu ne abbia ricevuto un beneficio elettorale, anche se i conti sui seggi conquistati dal Likud – di cui ne è non solo il leader incontrastato ma una sorta di novello “padre-padrone” – non sono al momento ancora definitivi. Poiché il voto è stato, per l’ennesima volta, una sorta di referendum sulla sua persona. Politico tra i più longevi in assoluto nella vita del Paese, spesso in difficoltà su molti passaggi, soprattutto della sua vita personale, con le inchieste e i giudizi della magistratura che pendono sul suo capo, ma comunque capace di baricentrare e polarizzare sulla sua stessa persona (ovvero, alternativamente, contro di essa) le opinioni collettive, da almeno due anni a questa parte ha giocato la carta della divisività, chiedendo agli elettori di pronunciarsi sul suo premierato.

Le previsioni bilanciate della vigilia davano una trentina di seggi al Likud, 18 a Yesh Atid (con Yair Lapid), 10 a New Hope (di Gideon Sa’ar) e altrettanti a Yamina (di Naftali Bennett), otto sia alla Lista unificata araba così come allo Shas, sette all’United Torah Judaism, sei ad Yisrael Beiteinu Avigdor Lieberman), sei ai laburisti (di Merav Michaeli), cinque ai sionisti religiosi, quattro al Meretz (con Nitzan Horowitz) così come a Blu e Bianco e a Ra’am (Mansour Abbas). I sondaggi offrivano una divisione in due degli schieramenti alla Knesset: la somma dei seggi del Likud, della destra nazionalista di Yamina, dei partiti religiosi e della coalizione estremista da una parte; dall’altra, i partiti che si sono pronunciati conto Netanyahu (il cosiddetto «blocco del cambiamento»), dalla destra di Tikva Hadashah e di Yisrael Beiteinu fino alla sinistra laburista, al Meretz, ai partiti arabi e al centro di Yesh Atid. Il premier ha lavorato a lungo per dividere i suoi avversari, sapendo che invece aveva ben meno risorse per potere unire sotto la sua persona un’alleanza certa di sostenitori. Fino all’ultimo, infatti, i contendenti si sono mantenuti fluidi rispetto alle ipotesi di coalizione a venire, per non sentirsi troppo vincolati davanti ai loro elettori.
Non di meno, proprio perché divisiva, la figura del leader del Likud, se è gradita ad almeno un terzo dell’elettorato, è rifiutata dal 51% degli israeliani, che vedono in lui – al governo per quindici anni complessivi, di cui dodici ininterrottamente – l’esponente di un potere fortemente abbarbicato su di sé e sulle sue prerogative. Netanyahu ha prima neutralizzato il suo grande “nemico” nelle elezioni trascorse, Benny Gantz, di fatto obbligandolo al suo gioco, per poi adoperarsi nella divisione della già fragile Joint List araba, frantumatasi tra inappetenza al governo, incapacità di creare coalizioni ed isolamento politico. È certo che il premier uscente debba navigare costantemente controcorrente, tuttavia, la sua vera forza è che al momento non ha ancora contendenti in grado di contrastarne la figura pubblica.

Possibile ma ben poco probabile, quindi, che si formi un altro governo di coalizione, questa volta con Naftali Bennett, sancendo di nuovo il principio della rotazione al premierato nel nome di un «governo di destra stabile». D’altro canto, che l’asse politico israeliano ruoti intorno alla destra è un dato che è venuto affermandosi negli ultimi vent’anni, dal fallimento degli ultimi tentativi di negoziazione con la controparte palestinese in poi. Anche se le dinamiche del sistema politico nazionale rispondono oramai solo in parte minore ai temi dell’agenda cisgiordana, semmai legandosi ad altri dossier ritenuti prioritari, dalle minacce iraniane alla crisi sistemica del Libano, della Siria e di altre parti del Medio Oriente, dagli effetti positivi degli Accordi di Abramo alla transizione che sta conoscendo una economia a forte componente di digitalizzazione.

In realtà, Netanyahu raccoglie sotto di sé, incapsulandone le evoluzioni, umori e malumori di una parte importante della società israeliana. Di fatto cristallizzandone le dinamiche elettorali. Per i suoi contendenti, l’unica alternativa politica plausibile è la sua estromissione dall’esecutivo con una secca e definitiva sconfitta ai suoi danni. Non è quindi un caso, allora, se molti competitori abbiano partecipato a questa tornata elettorale pensando già a quella successiva, la quinta, che si potrebbe tenere già nell’autunno di quest’anno qualora, per l’ennesima volta, le trattative per formare un governo con una comunque risicata maggioranza parlamentare, dovessero impietosamente fallire. In altre parole, ciò che gli avversari intendono raggiungere è l’esclusione definitiva del premier uscente dai giochi politici, mettendo la parola fine alla sua lunga carriera, durata almeno tre decenni.
Queste elezioni sono semmai servite a mettere meglio a fuoco i rispettivi posizionamenti da parte delle diverse formazioni politiche che intendono competere senza l’ingombrante presenza di Bibi. Bennett ha cercato comunque di coprire una parte dell’elettorato della destra nazionalista, anche a rischio di ottenere un seggio in meno, pur di presidiare l’area politica, non lasciandola quindi in mano all’egemonia del solo Netanyahu. Allo stesso modo, il centrosinistra guarda al futuro. Piuttosto che lanciare e sprecare un candidato – potenzialmente più forte di quelli altrimenti presentati – in una lotta impari, e quindi impossibile da vincere, ha lasciato a Yesh Atid di Yair Lapid l’incomodo compito di consumarsi contro lo stesso Netanyahu, ben sapendo che le possibilità di ottenere un risultato promettente fossero ridotte al lumicino. Il leader laburista Merav Michaeli ha parlato apertamente del ricorso a queste elezioni per ricostruire il partito e l’indirizzo politico laburista, in modo da essere pronti per la prossima tornata. Ma il miglior esempio in tale senso è forse quello manifestato dall’ultimo potenziale grande antagonista del premier, Gadi Eizenkot. Ha visto quello che Netanyahu aveva fatto nel mentre al suo collega, l’ex capo di stato maggiore dell’esercito Benny Gantz, e ha quindi preferito restare fermo un giro in una tale gara al massacro politico, aspettando l’era post-Netanyahu. Anche i futuri candidati alla leadership del Likud, come Nir Barkat, hanno volutamente mantenuto un basso profilo, in attesa di “tempi migliori”. L’eccezione alla regola è semmai quella del leader di New Hope, Gideon Sa’ar. Vederlo crollare da 21 seggi, la stima elettorale iniziale attribuitagli, quando la campagna era appena iniziata, agli attuali cinque o sei, ha dimostrato la validità dell’assunto formulato dagli strateghi dei partiti: bisogna attendere che il premier uscente si logori e si consumi da sé, per poi iniziare il vero conflitto tra le altre forze in campo.

 

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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