Cultura
Israele: quanto è davvero fragile il governo Bennett-Lapid?

Una riflessione sulle prospettive del nuovo esecutivo che può contare su una maggioranza risicata composta da 8 partiti che hanno poco o nulla in comune

Alla fine, l’esecutivo «Frankenstein» tra Naftali Bennett e Yair Lapid, è riuscito a trovare una risicata maggioranza parlamentare, passando attraverso le forche caudine del voto alla Knesset. Beninteso, si tratta di una maggioranza parlamentare non solo precaria (60 voti a favore contro 59 contrari: la differenza è stata garantita da un parlamentare della lista islamista Ra’am, provvidenzialmente uscito dall’aula al momento del voto) bensì destinata a rischiare la frattura ogniqualvolta si dovesse intervenire su materie divisive. Le quali, in Israele, sono molte. La qual cosa fa pensare che per avere qualche chance di durare, il duo Bennett-Lapid escluderà da subito i dossier più spinosi, a partire da quello che riguarda i palestinesi della Cisgiordania, ovvero ciò che resta della loro leadership politica. Anche se il vero collante – e non è cosa da poco, nella condizione attuale – è quello che punta ad estromettere Benjamin Netanyahu dal premierato, possibilmente una volta per sempre.

La vera durata di questo nuovo governo (definito, non a caso, «del cambiamento»), il primo dopo due anni di confuso interregno ed il trentaseiesimo in linea di successione dal 1948, si misurerà, a conti fatti, sulla volontà di rompere con quella continuità sulla quale «Re Bibi» aveva invece costruito le sue fortune di politico navigato d’Israele. Tutta la sua narrazione, infatti, si era basata sulla ripetizione del mantra per il quale al di fuori della sua persona non poteva esserci “salvezza”. «Mister Security», così com’era stato presentato, aveva infatti calato le carte dei politici transitati dalla destra nazionalista a quella sovranista, ovvero qualcosa del tipo: “io sono voi, senza di me voi elettori non avrete identità, oltre di me c’è solo il vuoto”. Ha quindi combattuto fino all’ultimo e si può stare certi che continuerà a farlo anche all’opposizione, ben sapendo che l’articolazione di parlamentari che sorreggono l’attuale esecutivo può essere messa in discussione in qualsiasi momento, a partire dai voti, sulle singole leggi, che dovranno succedersi alla Knesset.

Sicuramente batterà il tasto dell’immotivata esclusione dalla maggioranza di governo: ad oggi, infatti, Netanyahu controlla ancora i circa trenta parlamentari del Likud, un quarto dell’assemblea parlamentare. Bennett è presidente di gabinetto con soli sei voti propri, quelli degli esponenti di una lista – Yamina – che rimane minoritaria alla Knesset, con due defezioni e una competitrice interna, Ayelet Shaked, attuale ministro dell’Interno, che si scalda a bordo campo per raggiungere mete di leadership a venire. Poiché quest’ultima è per la destra ciò che nelle passate legislature fu, in un pallido centro-sinistra, Tzipi Livni, ora completamente estranea ai giochi politici. Nella traiettoria di Bennett, di Netanyahu, di Shaked e di altri ancora, ancorché questi ultimi non menzionabili, in quanto al momento poco o nulla rilevanti, si possono leggere, come si fa con un sismografo, le trasformazioni del vecchio «campo nazionale», quella destra che, dal 1977, ha contribuito attivamente a dettare l’agenda politica israeliana. Ciò al pari di similari processi in atto nei paesi a sviluppo avanzato, dei quali Israele è parte integrante, in tutto e per tutto, da oramai almeno due decenni. Non a caso Netanyahu è divento per la prima volta premier nel 1996, sconfiggendo uno stanco e poco autorevole Shimon Peres, molto distante dalla strategia di rottura che il suo predecessore Rabin aveva invece praticato.

La destra nazionalista, già da allora, aveva coperto un vuoto di progettazione, contrapponendo a quella pace con i palestinesi che era ben lontana dal realizzarsi, un’ipertrofia dei territori: spazio di profondità e di insediamento rispetto ad un mondo arabo ancora percepito ed elaborato come intimamente ostile, incapace di accettare fino in fondo la realtà dello Stato d’Israele. Dopo di che, in venticinque anni molte cose sono mutate. Non solo i precari, intermittenti e sinusoidali equilibri geopolitici della regione ma soprattutto le dinamiche interne ad Israele medesimo. A fronte della chiassosa, irriverente e tracotante claque che al parlamento ha accolto il dibattito per la fiducia al nuovo governo, Naftali Bennett ha infatti contrapposto un messaggio che suono grosso modo così: “siamo impegnati a salvare l’unione tra israeliani, altrimenti messa a rischio dalla frantumazione dei tanti gruppi che compongono la società; chi non dovesse avvedersene, è fuori non solo dalle dinamiche politiche a venire ma anche dalla storia” (il rimando alla virgolettatura indica non una frase precisa del nuovo premier ma il senso delle sue comunicazioni).

La flebile e mutevole maggioranza dell’attuale governo è una sorta di innaturale confederazione di otto partiti che hanno poco o nulla in comune. Fin troppo facile prevederne da subito le endogene conflittualità. Mentre è forse più interessante ragionare sul perché si siano assembrati (e assemblati) per neutralizzare Netanyahu. D’egli, come dei suoi anni, infatti, stanno dicendo le peggiori cose possibili: ne hanno descritto l’immagine come quella non di un federatore bensì di un distruttore, figura tanto carismatica quanto divisiva, disposto a governare su un Paese tanto disunito quanto ripiegato su di sé. In questo, la stessa destra non favorevole al premier uscente – non poca parte, per capirci – ha fatto ricorso a tutte le salve sparate da Bibi per rivolgerle contro la sua medesima persona: gli arabi israeliani come falso obiettivo (il partito islamista Ra’am sta usando attivamente questa issue come elemento, invece, di auto-accreditamento: qualcosa del tipo “sosteneteci e non vi troverete periferie e città miste in rivolta”); i successivi, martellanti richiami di Netanyahu contro la «sinistra», intesa quasi come una specie di figura eterea, parossistica, capace di calamitare e catalizzare un vasto fronte di oppositori, alla quale contrapporre una risposta muscolare, cesarista e autoritaria; una presunta cospirazione delle istituzioni, alla quale avrebbero partecipato magistrati, forze dell’ordine, giornalisti e intellettuali contro la stessa persona del premier uscente e così via. Rispetto a questo quadro, dove il «re d’Israele» ha contrapposto la sua figura a tutto il resto, trasformando il Likud in un partito a base rigorosamente personalista, la coalizione tra diversi e “volenterosi”, da destra a sinistra, si è quindi articolata come una sorta di tanto faticosa quanto necessaria risposta a ciò che è stato ripetutamente denunciato come una deriva bonapartista della politica israeliana. Ed il paradosso, in un tale stato di cose, è che la vera forza a venire di un esecutivo bricolage, diviso pressoché su molto cose ma unito da un nemico comune, possa trovare proprio in quest’ultimo elemento la sua forza intrinseca. Almeno per quell’effettivo lasso di tempo che occorrerà per mettere effettivamente ai margini l’altrimenti global player, neutralizzandone le residue capacità coalittive.

Si può avere infatti buon gioco a continuare a battere il tasto della fragilità del governo Bennett-Lapid ma rimane il fatto che già alcune novità le ha introdotte. La prima di esse, al netto dei corsi e dei ricorsi della storia nazionale, è la partecipazione di un partito arabo ad una coalizione di maggioranza. Il riscontro che la suddivisione dei dicasteri e lo spacchettamento delle deleghe non lo premi, non manifesta alcunché se non della cautela con la quale si permette ad una filiazione della Fratellanza musulmana di occupare uno strapuntino di potere. Per intenderci, il medesimo Netanyahu lo avrebbe probabilmente concesso, ma è stato “bruciato” durante le febbrili trattative per varare il nuovo governo. Non è una differenza da poco rispetto al passato: escono, per così dire, i partiti religiosi, catalizzatori di risorse e di investimenti, ed entra una parte (non tutta) della società arabo-israeliana. Se dovesse andare bene, una tale novità potrebbe costituire la premessa al definitivo scongelamento del voto arabo (poco meno del 20% della popolazione nazionale), altrimenti rigidamente ancorato alla vecchia retorica indipendentista, separazionista e secessionista dei tradizionali partiti arabi; se invece non funzionerà, potrebbe segnare un ulteriore declino del rapporto tra ebrei e arabi israeliani, rispetto al quale per certuni sarà la definitiva conferma dell’inattendibilità dei secondi e per altri il tramonto di qualsiasi progetto di ricomposizione nazionale. Ù

Mansour Abbas, leader di Ra’am, ritiene di avere colto il momento giusto: la controparte palestinese è politicamente disarmata; le autorità di Gerusalemme guardano con preoccupazione alle tensioni intercomunitarie dentro i confini del Paese; le abituali coalizioni di partiti arabi, che raccolgono voti e poi stanno ai margini dei processi decisionali, non soddisfano gli elettori; molti politici sono non solo scettici ma inquieti rispetti alla frammentazione dal campo nazionalista, dove all’unitarismo praticato ancora dalle tradizionali formazioni di estrazione storica, si contrappone il radicalismo delle componenti più esacerbate, a partire dal Tkuma di Bezalel Smotrich, da Otma Yehudit di Itamar Ben-Gvir e da Noam di  Avigdor Maoz. Poiché il transito in atto, in quest’ultimo caso, è quello che intercorre tra il più abituale nazional-liberalismo, di cui Netanyahu rimane il referente, al territorialismo iperconservatore ed etnico di cui la nuova destra israeliana si è fatta promotrice.

La questione di fondo non rimanda esclusivamente al futuro della Cisgiordania ma alla più generale natura della democrazia nel Paese. Tema sul quale il dibattito è al calore bianco. La presenza di Abbas nell’esecutivo, sia pure in una posizione appartata, in quanto viceministro, diverrà una delle pietre dello scandalo, sulla base della quale misurare la conflittualità tra maggioranza ed opposizione. Il leader di Ra’am ha scelto di seguire la strada praticata, a loro volta, dai partiti ultra-ortodossi e non sionisti, quand’essi erano parte di una coalizione: non dicasteri ma risorse, per puntellare la propria base elettorale. Si tratta, a tutti gli effetti, di una politica patrimonialista. Non di meno, il periodo che va inaugurandosi richiama un’altra novità, ancora da misurare nei suoi effetti. Poiché da un lungo periodo, di circa dodici anni, dove ha dominato una figura forte, per l’appunto quella di Benjamin Netanyahu, subentra ora l’esperimento di una colazione dove Bennett sarà essenzialmente primus inter pares, dovendo inoltre garantire la staffetta che nel 2023 lo vedrà avvicendato da Yair Lapid, la guida di Yesh Yatid.

Naftali Bennett è un prototipo dell’israeliano di terza generazione: figlio di due ebrei statunitensi di San Francisco, che si trasferirono in Israele dopo la dirimente e periodizzante Guerra dei sei giorni del 1967, è nato nel 1972 ad Haifa, città portuale e di tradizioni politiche di sinistra. Dopo una formazione sospesa tra secolarizzazione e religiosità, ed il servizio militare come membro della Sayeret Matkal, dove raggiunse il grado di Rav seren (maggiore), completò gli studi in legge all’Università di Gerusalemme. La successiva esperienza professionale a New York, tra finanza e informatica, negli anni in cui la produzione di software si stava rivelando una miniera d’oro, lo rese quindi milionario. Il ritorno in Israele ben presto corrispose all’intervento in politica, che data al 2006. All’epoca, infatti, divenne capo dello staff dello stesso Netanyahu, uscendo poi dal Likud ed infine militando in formazioni politiche di sua creazione, all’interno dell’arcipelago della destra nazionalista israeliana. Più volte ministro, da sempre sostiene l’opzione dell’annessione selettiva rispetto alla Cisgiordania. In realtà, al pari della sua alleata ma anche competitrice Ayelet Shaked, ritiene che il tempo della vecchia destra nazionalista, quella che era transitata dal revisionismo antecedente alla nascita d’Israele all’Herut e quindi al Likud, si sia definitivamente consumato. Se a sinistra le formazioni politiche, a tutt’oggi imbarcate nel governo unitario, rappresentano comunque una porzione minore dell’elettorato, a destra il nazionalismo deve essere in qualche modo rigenerato, soprattutto dinanzi ad alcuni dei nodi da sciogliere, a partire dal futuro dei territori contesi. In tutta probabilità, non lo farà l’attuale esecutivo. Non di meno, per Bennett la scommessa è di poterlo utilizzare anche come palestra sulla base della quale costruire una robusta ossatura di consensi intorno alla sua persona, pur sapendo che Netanyahu rimarrà a lungo un osso duro. Ma, come già qualcuno rilevava, la politica è sempre e comunque il campo del possibile, quindi delle prospettive a venire.

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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