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Cultura
Israele riapre al turismo con la mostra di Yayoi Kusama

Grande retrospettiva dell’artista giapponese al Museo di arte moderna di Tel Aviv. Un ponte tra Oriente e Occidente

Il primo novembre, Tel Aviv riapre finalmente al turismo. Nel farlo il TAM – Tel Aviv Museum of Art, apre le porte a una delle più grandi artiste contemporanee: la giapponese Yayoi Kusama, che con la sua arte unica e inconfondibile, è riuscita a farsi conoscere in tutto il mondo. Dalle campagne di Matzumoto, sua casa natale in Giappone, a Tokyo, oggi sede del celebre Museo che porta il suo nome. Da New York, dove è arrivata negli anni Cinquanta – senza un dollaro e una parola d’inglese – ma è riuscita, grazie alla sua tenacia e dedizione, a penetrare il mondo dell’avanguardia artistica, a Venezia dove, durante le Biennali del 1966 e del 1993, ha conquistato l’Europa.


Fino a sbarcare, a 92 anni – e dopo oltre un anno di pandemia – a Tel Aviv, nel Museo di Arte Moderna che, in suo onore, le ha dedicato tre padiglioni, per dare spazio al percorso artistico della grande artista dai primi anni del suo lavoro fino ai giorni nostri, per un totale di oltre 200 opere, provenienti da collezioni di tutto il mondo, alcune delle quali site specific, realizzate appositamente per la prestigiosa sede del museo israeliano.


Anche dal punto di vista stilistico, si parte dagli esordi e il periodo nihonga, ancora influenzato dall’arte locale giapponese, per poi passare all’influenza del surrealismo europeo, in cui l’artista adotta oggetti non convenzionali, inclusa la pasta, per creare opere che hanno conquistato i musei di tutto il mondo, passando per le zucche a pois – segno inconfondibile della maestra giapponese – fino alle infinity room, stanze di specchi in cui ci si riflette insieme all’arte di Kusama: tre installazioni, una per padiglione, lungo tutto il percorso mostra.
Per realizzare questo ambizioso progetto, la stessa artista è stata coinvolta, passo per passo, nella curatela della mostra e, a ridosso dell’inaugurazione, il suo team ha viaggiato dal Giappone a Israele per supervisionare ogni minimo dettaglio.
Un lavoro di squadra iniziato prima della pandemia e che, nonostante l’emergenza sanitaria mondiale e l’età dell’artista, non ha trovato resistenze, soprattutto grazie all’equipe di curatrici che hanno fortemente voluto a lavorato non stop per la realizzazione di tutto questo: Tania Coen Uzzielli, Direttrice del Museo, Mira Lapidot, Chief Curator, Susan Landau, curatrice della mostra – che ha adattato questo percorso alle cornici degli spazi museali – e Shahar Molcho, curatrice associata. Un gruppo di donne per raccontare la storia di una grande donna “in a men’s world”, come ha sottolineato la Direttrice del Museo, che negli ultimi anni ha dedicato numerose retrospettive a celebri artiste, dal Novecento ai giorni nostri, e intende continuare in questa direzione.

Questa mostra, in particolare, vuole esplorare il ruolo cruciale che ha avuto il processo artistico come terapia nella vita personale del genio giapponese: “l’arte come cura era il modo migliore – ha commentato Landau – per riaprire le porte del Museo ai nostri cittadini e ai turisti, dopo la lunga sofferenza dovuta alla pandemia”.
Attraverso la sua arte transmediatica e transgenerazionale Yayoi Kusama è sempre stata un ponte tra culture e questa sua retrospettiva presso il TAM fa di Tel Aviv un pilastro fondamentale nel collegare oriente e occidente, grazie a questa artista poliedrica – poetessa, scrittrice e attivista politica – che ha lasciato un segno indelebile nella storia, non solo dell’arte.

La mostra chiude il 23 aprile 2022, subito dopo le festività di Pesach.

Fiammetta Martegani
collaboratrice

Curatrice presso il Museo Eretz Israel, nasce a Milano nel 1981 e dal 2009 si trasferisce a Tel Aviv per un Dottorato in Antropologia a cui segue un Postdottorato e nel 2016 la nascita di Enrico: 50% italiano, 50% israeliano, come il suo compagno Udi. Collaboratrice dal 2019 per l’Avvenire, ha pubblicato nel 2015 il suo primo romanzo “Life on Mars” (Tiqqun) e nel 2017 “The Israeli Defence Forces’ Representation in Israeli Cinema” (Cambridge Scholars Publishing).


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