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Cultura
Israele tra identità, inclusione e cittadinanza

Analisi della società israeliana a partire dai fatti di cronaca che coinvolgono i Beta Israel

La morte di un giovane di origini etiopi, Solomon Tekah, colpito da un poliziotto fuori servizio, ha originato in Israele una serie di tensioni, proteste e manifestazioni durate più di due giorni. In particolare, si sono succeduti blocchi stradali, lanci di pietre, copertoni bruciati, ingombri temporanei e discontinui ma in grado di creare disagi nella mobilità urbana ed extraurbana. Benché la famiglia abbia chiesto di rispettare la Shiva, il periodo di lutto di sette giorni, ottenendo così l’attenuazione degli scontri, non tutti hanno aderito ad una tale richiesta. Il presidente Reuven Rivlin, che sempre più spesso assume in pubblico il ruolo, a tratti quasi paterno, di genitore della nazione, ha avuto modo di affermare che «Dobbiamo […] pensare insieme a come andiamo avanti da qui. Questa non è una guerra civile. È una lotta comune di fratelli e sorelle per la loro casa comune e il loro futuro comune. Chiedo a tutti noi di agire in modo responsabile e con moderazione. […] Siamo fratelli e sorelle. Siamo venuti qui, tutti noi, nella nostra patria, che è la patria di ciascuno di noi, e siamo tutti uguali in essa. Combatteremo per i nostri valori e lotteremo per garantire un futuro sicuro per ogni bambino che cresce qui. Non accetteremo una situazione in cui i genitori non fanno uscire di casa i figli per paura di essere feriti a causa del colore della pelle o dell’origine etnica».

I fatti di cronaca

Nel complesso, le forze dell’ordine hanno eseguito 136 arresti mentre più di centocinquanta, tra manifestanti e agenti, sono rimasti feriti. Questo, almeno, per il momento. Ad essere interessati, sono stati diversi centri urbani del Paese, a partire da Tel Aviv. L’uccisione del diciottenne, infatti, ha fatto saltare il coperchio di una pentola da tempo in ebollizione. Che non è solo quella di alcuni “neri d’Israele” ma, più in generale, di quanti si sentono esclusi dallo sviluppo sociale, dai benefici che da esso dovrebbero derivare per l’intera collettività, da un’integrazione che è promessa come la radice stessa su cui si fonda il Paese ma che deve molto spesso confrontarsi con le diseguaglianze di fatto che invece lo attraversano. Al di là dello specifico delle violenze di questi giorni, rimangono quindi inevase alcune fondamentali questioni di fondo. Che hanno a che fare con la specificità storica, culturale e sociale d’Israele ma che, in realtà, rimandano ad ordini di considerazioni che possono essere estese a buona parte dei paesi a sviluppo avanzato. Poiché il fuoco delle riflessione ruota intorno al nesso tra l’essere cittadini, i processi di inclusione degli individui nella comunità nazionale e l’identità collettiva.

Cittadinanza, inclusione e identità collettiva

Sono tre poli che costituiscono l’ossatura dello Stato moderno ed Israele non si sottrae alle dinamiche e alle dialettiche che da questa tripolazione derivano. L’essere cittadini non rimanda solo ad una condizione formale, sancita dalle leggi e riconosciuta dalle pubbliche amministrazioni: semmai è parte di un più generale percorso, che interessa la singola persona, così come il gruppo (locale, culturale, linguistico, sociale e così via) di cui essa si sente parte integrante, in ragione del quale le sue personali differenze non sono tali da offuscare o comunque diminuire il senso di una comune appartenza, per l’appunto quella ad una comunità collettiva chiamata «nazione», «Stato», «patria» e così via. Questa comunità di omologhi è tale non perché costituita da persone che sono fatte nello stesso modo; semmai sono da individui differenti che, tuttavia, condividono i medesimi diritti e gli stessi doveri. Gli uni nei confronti degli altri. Si è cittadini a pieno titolo quando ci si sente riconosciuti per la propria soggettività, ottemperando tuttavia ad una sorta di patto di lealtà reciproca, basato su norme che prescindono dall’individualità e dalle precedenti appartenenze di gruppo. I moderni sistemi costituzionali funzionano sulla base di questo presupposto ed Israele, che pure non ha una Costituzione scritta, attraverso il sistema delle Leggi fondamentali ha dato corso nei settant’anni della sua esistenza ad un regime costituzionalistico che incorpora e pratica tali principi. I processi di inclusione – e siamo al secondo passaggio di questa riflessione – sono quell’insieme di pratiche concrete che debbono garantire agli individui la possibilità di sentirsi per davvero parte integrante di una comunità nazionale. Comportano la traduzione dei principi in fatti. Sono quindi i molteplici strumenti, le diverse procedure, i distinti elementi che fanno di un individuo un vero cittadino. In linea di principio, l’inclusione avviene attraverso pratiche culturali (valorizzare le differenze ma fare in modo che non diventino ostacolo alla condivisione di una comune identità nazionale) e materiali (creare opportunità affinché gli individui siano parte attiva della società). Se l’una cosa, quella di ordine culturale, implica una generalizzata disposizione d’animo a riconoscere l’altrui identità, la seconda rimanda all’uso delle risorse pubbliche, attraverso la leva fiscale e le politiche di Welfare. L’identità nazionale, alla fine dei conti, deriva da questo insieme di cose. Non è mai un dato precostituito o preesistente. Né una “essenza”, o sostanza indecifrabile, destinata a sopravvivere alle trasformazione dettate dai tempi. Un Paese non ha una sua identità definita una volta per sempre ma piuttosto un insieme di idee guida che lo accompagnano, in base anche alla sua mutevole composizione sociale, culturale, demografica. Poiché tali indirizzi raccolgono e rappresentano gli interessi di coloro che ne fanno parte. Inevitabile, pertanto, che poste questo insieme di premesse l’equilibrio nel pluralismo sia un impegno per nulla semplice.

Israele, una creazione politica recente

Israele si deve confrontare con alcuni dati di fondo, che ne accompagnano la sua storia peculiare, e che si riflettono sulla condotta nei riguardi dei diversi gruppi che ne compongono la società odierma. Per comodità, li raccogliamo in alcuni punti. Lo Stato d’Israele è una creazione politica recente. Il riscontro che le sue radici culturali, morali, spirituali e storiche siano antiche, nulla toglie al fatto che la loro traduzione in un progetto politico compiuto avvenga nell’età contemporanea, confrontandosi quindi con il sistema di valori tipico della politica dall’età risorgimentale in poi. Va sempre ricordato, poiché confondere i diversi piani (quello storico e quello ideologico-simbolico), invece, non aiuta di certo a capire la complessità del presente che stiamo vivendo. La legittimazione storica d’Israele riposa nel suo essere Stato in una società mondiale composta di stati nazionali, al netto dei convincimenti di altro ordine che possono poi essere avanzati. Il secondo punto, per capire il senso di quanto sta avvenendo, rimanda al fatto che alla radice dell’Israele contemporaneo c’è la diaspora, la dispersione, Galut-Golah. Il fatto che il sionismo si contrapponesse a quest’ultima, nulla toglie ad un altro riscontro capitale, ossia che la totalità di quel popolo d’Israele, quindi della Torah, che si sarebbe poi trasformata in popolo israeliano, abbia origini o radici diasporiche. Quanto meno fino alla prima generazione sabra, che non fu quella degli ebrei orignari della Palestina ottomana, ma dei figli degli immigrati nati in terra d’Israele. Tutte le nazioni nascono dall’incontro tra un nucleo di autoctoni e flussi di immigrati che si alternano e si sovrappongono nel corso del tempo. Costituisce un falso storico il negare questa dinamica. Peraltro, non sussiste nessuna valutazione d’ordine morale, in senso positivo o negativo, nel riconoscere un tale stato di cose. Dopo di che, la costituzione di una società unitaria sulla base anche dei diversi flussi migratori, implica costi ed effetti il più delle volte molto onerosi. È uno sforzo di contrattazione continua, alla ricerca di un punto di sintesi. La vicenda degli Stati Uniti, precedente quella della nascita d’Israele come società nazionale contemporanea, la dice lunga al riguardo. Anche se spazi e risorse disponibili all’America di Jefferson, Washington, Lincoln e dei loro successori, poco o nulla hanno a che fare con le dimensioni, e soprattutto le ristrettezze materiali e i condizionamenti politici, nei quali lo Stato degli ebrei si è trovato ad operare fino ad oggi. Qualsiasi processo politico nazionale è comunque basato non solo sulla ricerca della concordia ma anche sulla persistenza di differenziali di potere, sulla base dei quali alcuni gruppi possono fare valere più agevolmente la loro forza. Nelle società contemporanee – ed Israele non sfugge a tale riscontro – il pluralismo nella differenza implica anche la persistenza di differenziali di integrazione. Per una molteplicità di ragioni che, in sé, non costituiscono un limite della democrazia ma, piuttosto, alimentano la sua natura intrinsecamente conflittuale. L’alternativa, altrimenti, è quella di trasformarsi in società totalitaria, dove il concetto stesso di differenza è messo anticipatamente al bando.

I Beta Israel

Questo insieme di considerazioni di cornice, al pari di altre che risparmiamo al lettore, va tenuto in considerazione se si vuole ragionare sul difficile presente degli ebrei etiopi. I Beta Israel, circa 135mila, convenzionalmente conosciuti anche come falascia, sono una comunità ebraica (tralasciando le polemiche di una parte di quella ultraortodossia che non ne ha voluto riconoscere l’aderenza religiosa) che vive le difficoltà che una società come quella israeliana presenta nei confronti di chi proviene da ambienti tradizionalisti quali erano quelli di origine, in Etiopia, e poi nel Sudan, paese quest’ultimo dove buona parte di essi cercò di trasferirsi alla fine degli anni Settanta. Il ponte aereo, durato un intero decennio (le tre operazioni Mosè, Giosuè e Salomone), che portò in Israele buona parte dei membri di quei gruppi, organizzati in clan e sottocomunità, nel breve periodo non poteva risolvere altri problemi che non fossero quelli dell’immediata sopravvivenza. Il repentino passaggio da una condizione di sostanziale immobilismo ad un ambiente di forte movimentazione, da un’economia rurale e di autosostentamento ad una società postindustriale, da un ritualismo vivace – ma anche senza tempo – ad un trend di forte secolarizzazione, hanno quindi generato una vera e propria dissonanza emotiva e cognitiva in un intero gruppo umano. Ossia, uno scarto incolmabile tra il come ci si pensa e il come si è visti dal resto della popolazione. L’inserimento dei Beta Israel è riuscito meglio laddove sono intervenute le strutture pubbliche, cercando di praticare politiche di inclusione che non si riducessero alla sola cessione, senza contropartita, di risorse. Le scuole e l’esercito hanno quindi avuto un ruolo importante. Ma ciò che si è al medesimo tempo verificato è stato anche e soprattutto l’inevitabile sgretolamento delle strutture tradizionali, patriarcali e claniche, sulle quali per lungo tempo si era retta l’esistenza in Etiopia. Per le generazioni meno giovani si è trattato, non infrequentemente, di un autentico dramma. Per i più giovani, laddove non si sono manifestati percorsi di integrazione, comunque svolti perlopiù a titolo personale, si è consolidata la propensione, già preesistente, alla marginalità. La quale ne è purtroppo uscita rafforzata anche dal confronto con la forte stratificazione sociale che caratterizza Israele. La sottoscolarizzazione, la minore propensione ad utilizzare le strutture pubbliche, una diffidenza reciproca con il resto della popolazione, sono tra gli elementi che hanno concorso a rafforzare la collocazione degli ebrei di origine etiopie nei gradini più bassi del competitivo mercato nazionale del lavoro. I critici hanno voluto leggere in questo scenario la volontà, da parte delle autorità di Gerusalemme, di dare corso ad un processo di assimilazione forzata, cercando di cancellare forzatamente la specificità identitaria e i legami con la tradizione africano-ebraica. Lo svantaggio iniziale per non pochi si è quindi tradotto in una condizione di insuperabile minorità. Inutile nascondersi dietro al solo richiamo dei principi insindacabili: tra l’identità originaria degli ebrei immigrati in Israele e il Kibbutz Galuyot, l’unione delle parti disperse attraverso l’introiezione della cittadinanza, in uno Stato sovrano è la seconda ad avere comunque la meglio. Non si diventa israeliani per coltivare il proprio particolarismo; lo si è per rafforzare una comunità nazionale. Di cui si diventa parte, formalmente egualitaria, sul piano dei diritti, ma con i vincoli dettati da una società segmentata, al limite del pluralismo conflittuale, quello che deriva dai diversi rapporti di forza vigenti. Poiché solo in apparenza le società contemporanee sono omogenee, ossia unitarie, mentre al loro interno sono invece attraversate da faglie di divisione legate alla diversa distribuzione delle risorse, materiali e culturali, ai differenziali di accesso alla ricchezza prodotta comunemente e così via.

Una questione identitaria

La vicenda dei Beta Israel è la cartina di tornasole di questi processi, piaccia o meno. Più che segnalare un diffuso razzismo tra gli israeliani medesimi, indica la forte torsione identitaria che è presente in società dove l’immigrazione è un tratto ancora significativo nei percorsi di mutamento che le attraversano. L’essere ebrei, da questo punto di vista, non è per nulla garanzia di una preesistente – e quindi persistente – reciprocità. Anzi, a volte è più facile che le divaricazioni siano maggiormente accentuate laddove, alla rivendicazione di un tratto identitario comune, si accompagna nei fatti il riscontro di differenze di pensiero e comportamento apparentemente inconciliabili. Se questo può costituire un riscontro di ordine culturale, c’è poi la differente collocazione all’interno del mercato del lavoro. Che è per sua natura estremamente divisiva. Il lavoro, la sua retribuzione, le posizioni ruolo e la loro assegnazione, l’accesso (o l’impedimento) alle funzioni più ambite, sono una proiezione del grado di mobilità sociale esistente. Che è tanto più accentuato per i segmenti più forti della società, mentre propende ad essere cristallizzato verso il basso, fino all’immobilismo, per quelli più deboli. Tra questi, senz’altro una parte degli ebrei etiopi. Bisogna quindi partire dalle diseguaglianze polarizzate delle società contemporanee, e dalla loro funzione nella stratificazione economica e sociale – più che dalla sola specificità d’Israele – per intendere le dinamiche che chiamano in causa i differenziali di integrazione e, con essi, la considerazione, anche umana, di cui i diversi gruppi sono fatti destinatari in un Paese fortemente competitivo e quindi estremamente eterogeneo al suo interno. Solo dopo essere partiti da ciò si può poi quindi iniziare a ragionare sulla reale natura dell’accettazione, e del rifiuto, delle persone in quanto appartenenti, in origine, ad un gruppo culturale specifico, come tale giudicato dal resto della collettività all’atto di relazionarsi reciprocamente.

 

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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