Cultura
L’Italia e l’antisemitismo nelle parole di Riccardo Calimani

Il punto di vista dello storico, a partire dalle parole per indicare l’odio verso il mondo ebraico

In seguito alla pubblicazione dei dati della ricerca commissionata dall’Osservatorio Solomon, vi proponiamo una piccola chiacchierata con Riccardo Calimani.

Partiamo dalle parole: antigiudaismo, antisemitismo, antisionismo e negazionismo. Forse vale la pena di definirle scientificamente.
L’antigiudaismo è parola antica e nasce con le ostilità verso il mondo ebraico; l’antisemitismo è invece un termine moderno. Sul finire del 1700 si consolida il termine semita con una connotazione linguistica prima e protorazziale poi. Questa accezione razziale si sviluppa nell’800 con il positivismo e lo scientismo dell’epoca. Ma attenzione: l’antigiudaismo indica un’ostilità verso gli ebrei che finirebbe se si convertissero; l’antisemitismo invece ha connotazioni razziali che colpiscono in ogni caso il semita. Dunque questo tratto razziale non esiste nell’antichità, è questione recente. E non è vero che gli ebrei sono sempre stati perseguitati: in quel caso si sarebbero estinti.

Quanto agli altri due termini?
L’antisionismo nasce con il movimento sionista e si sviluppa con la fondazione dello Stato d’Israele. Il negazionismo ha a che fare con l’oscenità: di fronte a un osceno sterminio è possibile capire chi si rifiuta di credere che sia potuto accadere. Poi ci sono i negazionisti interessati, quelli che lo negano pensando di poter ripetere tragedie simili, ma gli altri, in fondo, hanno anche diritto allo scetticismo.

Dunque, qual è il ruolo dello storico?
Far sapere cos’è stato, raccontare che gli ebrei sono stati assassinati dai nazisti, grazie a collaboratori zelanti in molti paesi che hanno favorito lo sterminio. Walter Laqueur nel suo libro Il terribile segreto mette in luce un fatto inquietante: gli alleati non hanno mai bombardato i binari e i vagoni dei treni con destinazione Auschwitz, si sono concentrati su altre questioni belliche, ma non sono immuni da colpe. Dunque, il compito dello storico è informare, creare senso critico. Il compito di noi ebrei è ricordare tutti gli stermini, quello dei malati di mente, quello degli omosessuali e quello dei rom.

La definizione messa a punto dall’IHRA e adottata da diversi stati in Europa può essere un’arma utile a contrastare l’antisemitismo in Italia?
Nell’ambito del disagio sociale, l’antisemitismo, l’odio per il diverso, esplode. Succede quando una società è malata, preda della paura e di un dissesto economico grave. La definizione può servire, ma occorre soprattutto combattere la paura per raggiungere un’adeguata maturità sociale… Un compito arduo, certo.

Tornando al sondaggio commissionato dall’Osservatorio Solomon, mette in luce alcuni aspetti interessanti sulla percezione che gli italiani hanno dell’antisemitismo.
Vuole la mia opinione? Beh, il campione secondo me era troppo ristretto. Ma a parte questo, jew is news: l’ebreo fa notizia, comunque. Poi sì, è vero che ci sono ancora scorie del passato nel nostro paese, dove il fascismo ha fatto una grossa polemica contro gli ebrei, definendoli come molto importanti nel mondo e molto numerosi. Nessuno sa che gli ebrei italiani attualmente sono 22mila: per la legge della percezione, la minoranza viene sempre sopravvalutata.

Micol De Pas

È nata a Milano nel 1973. Giornalista, autrice, spesso ghostwriter, lavora per il web e diverse testate cartacee.


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