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Cultura
Jacques Fux, sfatare i pregiudizi in forma di romanzo

Per Giuntina è uscito “Sulla follia ebraica”, romanzo sulla natura umana dell’autore brasiliano

Il titolo è Sulla follia ebraica e lungo le sue 225 pagine si susseguono personaggi realmente esistiti per presentare al lettore un’ironica disamina di casi. Casi di follia, appunto, con tutti i pregiudizi che questa etichetta ha organizzato in ambito anti ebraico. Perché gli ebrei sono pazzi, incestuosi, avari, deicidi, vittime di un equilibrio psichico fragile, pronto a crollare mettendo a repentaglio tutta la società. L’autore, il brasiliano Jacques Fux, parte da questi presupposti – pregiudizi per mostrarne l’inconsistenza, per raggiungere un grado ulteriore di profondità: quello della violenza e dell’odio di sé.

Otto storie, guardate certamente con ironia, ma non senza la dovuta profondità, sono altrettanti capitoli del libro, quasi fossero novelle chechoviane sulla natura umana. Si comincia con Sarah Kofman, la grande studiosa di Freud e Nietzsche che infine si è tolta la vita (“No, non c’è salvezza per Auschwitz”, scrive Fux, “No, non c’è niente  al di là della malvagità umana” e poi riporta le parole stesse di Kofman: “Siamo tutti eccessivamente umani e crudeli”). Quindi tocca a Woody Allen, in questo caso emblema dell’ebreo incestuoso raccontando i fatti della relazione con la figlia adottiva Soon-Yi. Segue Ron Jeremy, un personaggio di Philip Roth, cui tocca il compito di rappresentare l’umorismo. Ron è un Priapo tra noi, venerato, ma ai margini della società. Un dio, un folle, invidiato, ma “occupa l’immaginario erotico e rimosso dell’Io. Questo è Jeremy. L’abietto. Il pazzo. L’astro. Il fucking Jew“. Otto Weinenger, ebreo omosessuale consumato dall’odio per se stesso, che infine si toglie la vita sulle note di Wagner; Grigori Perelman esoterico dei numeri e matematico pluripremiato, pur non avendo mai voluto ritirare alcun riconoscimento, resta genio e vittima della sua intelligenza. E poi, di certo non poteva mancare Dan Burros, “Fu uno dei grandi intellettuali del Ku Klux Klan. Fu anche fondatore, affiliato e militante di alcuni partiti nazionalisti e nazisti nati in America dopo la fine della seconda guerra mondiale”, spiega Fux, ma era ebreo, innamorato della Torah, impazzito di odio. Si parla anche di Bobby Fischer, campione di scacchi e di Shabbetai Zvi, il messia ispirato o ciarlatano. Ma soprattutto si parla dell’autore. Che, scrive nell’introduzione, “Immaginava che scrivere questo libro sarebbe stato divertente. Pensava che tutti i miti, le credenze, le falsità attribuite all’ebreo pazzo si sarebbero potuti trattare con spirito. (…) Supponeva che tutta la questione della follia fosse un mero gioco, ma si ingannava clamorosamente”. Il punto di svolta, quello che rende interessante questa cavalcata nella follia umana, più che ebraica, è proprio qui, nel punto esatto in cui l’autore si  rende conto di essere impazzito con i suoi personaggi. Che poi è l’inverso: si accorge del fatto che nessuno è folle così come nessuno è “normale”, e che nessuna di queste caratteristiche è prettamente ebraica: fa parte della natura umana. E lui, Fux, propone ai lettori di rifare con lui una passeggiata nel giardino delle specie umane.

Jacques Fux, Sulla follia ebraica, Giuntina, 225pp, 18 euro.

Micol De Pas

È nata a Milano nel 1973. Giornalista, autrice, spesso ghostwriter, lavora per il web e diverse testate cartacee.


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