L'agenda di Joi
Cultura
Jojo Rabbit, la commedia nera sul nazismo

Si può ridere di Hitler? Chiedetelo a Taika Waititi, il regista che firma una satira sul nazismo in forma di preghiera contro l’odio

Non è certo l’unico che ha cercato di parlare di nazismo con altri occhi, diversi da quelli velati di nero della storiografia. Ma quello che ha fatto Taika Waititi, noto anche con il nome di Taika Cohen, regista, attore e comico neozelandese, ha tutta l’aria del capolavoro che spariglia le carte. Si tratta di Jojo Rabbit, commedia nera ispirata al libro Caging Skies (in italiano Come semi d’autunno edito da Meridiano Zero) di Christine Leunens, che mette in scena un nazismo visto dagli occhi di un ragazzino dell’epoca, Jojo “Rabbit” Betzler. Il suo idolo è Hitler, fa parte della gioventù hitleriana e il suo amico immaginario è appunto il Fuhrer, con cui si confronta in ogni occasione. E sempre con il suo amico immaginario dovrà fare i conti circa gli insegnamenti del nazionalsocialismo quando scoprirà che sua madre nasconde in soffitta una ragazza ebrea. Nel frattempo la guerra è scoppiata e Jojo va letteralmente in crisi.

Presentato con successo al Toronto International Film Festival lo scorso settembre, è arrivato nelle sale cinematografiche statunitensi, mentre in quelle italiane dovrebbe giungere il 23 gennaio. Ma intanto abbiamo raccolto qualche commento da chi lo ha appena visto.

Qualche nota tecnica:

Taika Waititi interpreta un Adolf Hitler immaginario; Scarlet Johannson è Rosie, la madre di Jojo; il protagonista è Roman Griffin; Elsa, la ragazza ebrea protetta dalla madre è interpretata daThomasin McKenzie, mentre Sam Rockwell veste i panni di un capitano nazista. Forse il nome di Waititi vi giunge nuovo, ma è un regista super conosciuto, almeno nel mondo Marvel: suo il Thor: Ragnaroc. Figlio di padre Maori e di madre ebrea, ha studiato a Wellington e i suoi lavori (alcuni firmati con il cognome della madre come Taika Cohen) sono stati selezionati a diverse edizioni del Sundance Festival. Nel 2015 collabora al film di animazione targato Disney Oceania, mentre i Marvel Studios lo scelgono per dirigere Thor: Ragnarok e ora confermano il suo nome come regista e sceneggiatore di un quarto episodio dedicato alla divinità nordica.

 

Tablet magazine dedica un lungo articolo al film definito nientemeno che un masterpiece: “In questo film Waititi si avvicina a Alain Resnais, Claude Lanzmann e un manipolo di brillanti cineasti che hanno cercato la complessità nella più dura delle storie che il 20° secolo abbia mai racontato”, scrive Liel Leibovitz. Che poi fa una disamina della migliore cinematografia sulla seconda guerra mondiale a cominciare, naturalmente, vista la comicità della trama, da Charlie Chaplin con il suo Il Grande Dittatore. “Ma quel film fu realizzato nel 1940”, continua il giornalista, “Dal dopoguerra in poi i registi non potevano che guardare a Hitler con lenti più scure”, senza nulla togliere a grandi film che hanno fatto la storia, ma tutti apartenenti a un’era pre-Waititi. Il suo Hitler (da lui stesso impersonato) “è esattamente il tipo di apparizione gioiosamente idiota che un ragazzo giovane e ansioso che vive solo con la madre (la sorella è morta e il padre è scomparso in circostanze misteriose) chiamerebbe per superare la giornata”. Ma il mito si infrange quando Jojo scopre che la madre nasconde una ragazza ebrea nella loro soffitta. Elsa, la versione di Anne Frank adattata alla storia, stravolge le carte, ma sempre con ironia. Così quando Jojo chiede al suo finto furher come fare con Elsa, quello gli risponde: “Improvvisamente io sarei l’esperto?”. Ecco, questi sono i toni, comici quanto profondi, per raccontare gli effetti tragici del nazismo. Qualcuno ha definito il film una canzone d’amore per Hitler. Ma è esattamente un film contro l’odio. E Waititi ha confezionato una storia capace di mescolare momenti divertenti ed estremamente dolorosi. Esattamente come la vita.

Secondo il New York Times, “Il film filtra il male e la banalità del Terzo Reich attraverso la consapevolezza e la sensibilità di un ragazzino tedesco nella sua normalità”. L’anarchico pop umanista, come viene definito il regista, è decisamente molto audace, sia nell’esprimere ironia sia nel dar voce a un’intuizone psicologica sorprendete. Il rischio è solo che ci si aspetti un finale diverso, almeno diverso rispetto all’offerta di una dose facile e familiare di conforto. Poi però in un altro articolo apparso sulla stessa testata, il film viene definito come una combinazione “di humor nero e assurdo insieme a una preghiera serissima per la tolleranza come antidoto all’odio”. Ovvero, una satira di Hitler capace di parlare al presente.

 

 

Micol De Pas

È nata a Milano nel 1973 e da quando ha cominciato a scrivere, non ha più smesso (compulsivamente) di farlo. Giornalista, autrice, spesso ghostwriter, lavora per il web e diverse testate cartacee.


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