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La Knesset si è sciolta, per Israele nuove elezioni all’orizzonte

Il Parlamento più breve della storia israeliana e i prossimi probabili scenari: la nostra rassegna stampa

Con 74 voti a favore contro 45, la Knesset (il Parlamento israeliano) ha votato a favore del suo scioglimento nella notte di giovedì 30 maggio. Il leader del Likud Benjamin Netanyahu, incaricato dal Presidente della Repubblica Reuven Rivlin di formare un nuovo governo dopo le elezioni del 9 aprile, ha avuto 28 giorni di tempo, più una proroga di 14 – giustificata, tra l’altro, dall’ultima crisi militare con Gaza – ma non ce l’ha fatta. I rintocchi della mezzanotte sono scoccati sopra un nulla di fatto. Ce lo insegnano le favole: rispetta i tempi, o la tua carrozza si trasformerà in zucca. Solo che qui, invece di una favola, abbiamo una crisi politica fortissima e tutta nuova, con il Parlamento dalla vita più breve che si sia mai visto in Israele (2 mesi appena) e un futuro ancora tutto da scoprire. Gli israeliani torneranno alle urne il 17 settembre.

Che cos’è successo e che cosa succederà? Ecco alcuni spunti dalla stampa israeliana.

 

Due galli nel pollaio: Bibi vs Lieberman

Il casus belli, perlomeno ufficiale, della mancata coalizione è stato il rifiuto del partito Israel Beitenu gudato da Avigdor Lieberman di accettare qualsiasi soluzione che non prevedesse esplicitamente la coscrizione degli haredim, gli ultraortodossi, nell’esercito. Ma che cosa c’è dietro le quinte di questa impuntatura?

Ben Sales su The Times of Israel osserva che la vittoria declamata da Netanyahu alle elezioni del 9 aprile ha dato prova di non essere reale. Se lo fosse stata, sarebbe stato capace di mettere insieme una coalizione che consentisse una maggioranza parlamentare di almeno 61 seggi, il minimo richiesto sui 120 della Knesset. All’indomani del 9 aprile sembrava facile, dopotutto le divisioni interne alla destra, prima fra tutte quella tra religiosi e laici, sono sempre esistite, ma un compromesso si è sempre trovato. Tranne a questo giro.

“Di solito i due gruppi [religiosi e laici] si mettono d’accordo. I partiti religiosi, specie quelli ultra-ortodossi, appoggiano le decisioni governative su difesa, sicurezza e insediamenti in Cisgiordania. In cambio, i partiti laici accettano che i religiosi mantengano il controllo di matrimoni e conversioni. Inoltre – punto cruciale – i partiti laici hanno sempre permesso ai giovani haredim di evitare la leva, che è invece obbligatoria per tutti gli altri ebrei israeliani. Solo che questa volta, Israel Beitenu si è rifiutata di stare al gioco”.

Tradotto, un partito con appena 5 seggi ha messo in scacco tutta la coalizione. Ariel Bolstein su Israel HaYom sostiene che questa sia la conseguenza dell’aver ignorato l’elettorato russo per così tanto tempo. Scrive: “Gli elettori russofoni si sono coalizzati in massa con Lieberman, mettendogli in mano il monopolio, perché il resto della politica israeliana li ha sempre ignorati. La Sinistra non li considera perché hanno idee di destra, la Destra ha semplicemente rinunciato a convincerli a lasciar perdere Lieberman. Circa il 75% degli elettori russi ha espresso supporto per la destra, ma questo si è rivelato un amore a senso unico. L’elettorato russo è pesantemente sottorappresentato nelle cerchie politiche della destra malgrado sia uno dei suoi principali pilastri di sostegno, insieme all’elettorato religioso, che al contrario gode di meritata rappresentanza”.

È stato anche per via di questa esclusione, continua, se l’altro partito di destra in corsa – la Nuova Destra di Naftali Bennet e Ayelet Shaked, rispettivamente Ministri dell’Istruzione e della Giustizia nella precedente legislatura – non ha raggiunto la soglia di sbarramento per entrare in Parlamento. Nessun russo era nella lista dei candidati, così come nessuno era in quella del Likud, e nessuno si è preso la briga di fare campagna elettorale nei quartieri russofoni. Una decisione tattica, spiega il giornalista, in quanto si era ritenuto non conveniente “rubare” dei voti a Lieberman, in fondo da sempre, con tutti i se e i ma, un valido alleato. Ma questa volta non ha funzionato.

Noa Landau su Haaretz mette in guardia contro le analisi politiche semplificatorie. “Perché queste nuove elezioni? Solo due uomini lo sanno”, si intitola il suo editoriale. Quella del servizio militare per i religiosi è da sempre una questione accesa in Israele, com’è che proprio adesso provoca lo scioglimento del Parlamento? La politica israeliana, scrive, si compone di molti elementi che non sono noti al pubblico e tra questi c’è il rapporto tra Netanyahu e Lieberman. La mossa del leader di Israel Beitenu può essere letta come un’espressione di vendetta personale, una puntata chiave di una lunga saga di rivalità politica, oppure, versione più utilitaristica, come un tentativo di rafforzare la probabilità di guidare il prossimo governo ora che l’era Bibi è al tramonto. Tuttavia anche queste spiegazioni, considerato che Lieberman ha dichiarato che non farà parte di nessun governo che non sia presieduto da Netanyahu, sono insoddisfacenti. L’unica cosa certa, sottolinea, è che Lieberman non è stupido e non agisce sull’onda dell’emozione. Per tutto il resto, agli analisti politici è consigliato rimanere su una posizione socratica: “So di non sapere”. I veri motivi delle elezioni li conoscono solo loro, e nessuno dei due, conclude, ha mai brillato per particolare trasparenza.

 

Svendita totale! (O, se preferite, lo shuk del quartiere)

Gli improbabili tentativi del Likud di formare una coalizione a qualunque costo entro lo scadere del termine hanno portato diversi commentatori ad associare la Knesset a un mercato. Una situazione grave ma non seria, per dirla à la Ennio Flaiano. E in effetti, chi segue la politica israeliana nei giorni scorsi si è divertito molto. Dall’offerta fatta al Partito Laburista di Avi Gabbay, ai partiti religiosi che 25 minuti prima della scadenza fanno sapere che ecco, forse un compromesso sulla leva dei nostri ragazzi si può trovare, fino alla medaglia d’oro del trolling: Ayman Odeh, leader di Hadash (partito a maggioranza araba di ispirazione comunista), che prende la parola per fare “un annuncio drammatico, mi scuso per non averlo reso pubblico prima. Il Primo Ministro [Bibi] mi ha chiamato per dirmi che è pronto a rinunciare alla Hok Ha-Leom [la controversa legge che, dichiarando Israele Stato-nazione del Popolo ebraico, implicitamente esclude le minoranze], a riconoscere la Nakba e a ritirarsi dai Territori. Aiutatemi [guarda il cellulare, serissimo, mentre il pubblico non trattiene le risate], cosa devo rispondergli?”.

La Knesset, scrive Gil Hoffman sul Jerusalem Post, è davvero diventata uno shuk, il mercato tradizionale del Medio Oriente dove ogni contrattazione è lecita. Il Mahane Yehuda, lo storico mercato di Gerusalemme, dista appena 5 minuti di macchina, la sera quando c’è poco traffico, ma perché andarci se la Knesset è molto più interessante? L’opposizione racconta di aver ricevuto le profferte più assurde da parte dei membri del Likud per raggiungere la coalizione, mentre questi ultimi respingono l’accusa al mittente: sarebbe stata l’opposizione a tentarle tutte per convincerli a passare dalla loro parte e sabotare il governo nascente. Proprio ieri, peraltro, alla Knesset era in visita Eliot Angel, Presidente della Camera dei Rappresentanti per lo Stato di New York e Capo del Comitato per gli Affari Esteri della Casa Bianca (e più tardi è arrivato anche Jared Kushner, per parlare del suo piano di pace): il nostro, scrive Hoffman, deve aver avuto uno shock culturale, ma almeno si è risparmiato la visita allo shuk! Due in uno.

O tre per due. Liquidazione totale, occasione imperdibile. Nahum Barnea su Ynet paragona l’accaduto alle svendite dei grandi centri commerciali. Per poi farsi serio: stiamo assistendo a “una battaglia senza quartiere, spaventosa e curiosamente emozionante allo stesso tempo. Israele nei suoi 71 anni ha fatto esperienza di molte crisi politiche, ma ciò che abbiamo visto la scorsa notte apre un nuovo capitolo nella disintegrazione della democrazia israeliana: un parlamento appena formato che sceglie di suicidarsi per il capriccio personale di un singolo”.

 

Quel che resta della sinistra

Malumori nel Partito Laburista per il tentennamento del suo leader Avi Gabbay, che per 24 ore è stato indeciso sulla risposta da dare all’offerta di Netanyahu. Alla fine ha detto no, ma il fatto stesso che abbia preso l’idea in considerazione è segno, agli occhi di molti, delle sue incapacità di leader. Israel National News (vicina alla destra sionista religiosa, conosciuta in ebraico come Arutz Sheva) riporta le dichiarazioni della parlamentare laburista Stav Shafir: “Dobbiamo fare le primarie, abbiamo avuto la prova che Gabbay non è il leader giusto. La scorsa notte abbiamo avuto un assaggio della situazione buia, antidemocratica ed “erdoganesca” che si verificherà se non agiamo in fretta. Abbiamo l’opportunità e la responsabiltà di invertire la rotta”.

A precedere l’attacco di Shafir, racconta Raoul Wootliff su The Times of Israel, c’erano stati i tweet infuocati di altri due militanti di sinistra di lungo corso, Shelly Yachimovich e Amir Peretz. “Avviso a quelli del mio partito che stanno anche solo pensando di trarre profitto mandandoci in rovina e accettando di far parte del governo corrotto di Netanyahu: pagheranno a caro prezzo”, aveva twittato la prima. “Non saremo il giubbotto di salvataggio di Netanyahu. Sarebbe tradire tutto ciò che abbiamo promesso agli elettori. Noi facciamo ciò che promettiamo”, aveva fatto eco il secondo.

Per quanto riguarda Benny Gantz, leader della principale forza di opposizione Kahol Lavan, il sostegno nei suoi confronti è stato ribadito dai suoi alleati, come riporta Danielle Roth-Avneri su Israel HaYom. Per quanto la faccenda, pare, non sia così limpida: fonti vicine a Yesh Atid, il partito centrista di Yair Lapid, dicono che questi accetterà di continuare a supportare Gantz solo a patto che il leader di Telem Moshe Ya’alon e il Capo di Stato maggiore Gabi Ashkenazi restino in coalizione. Quest’ultimo, per ora ha smentito le voci che lo vorrebbero favorito per guidare la coalizione, detronizzando così Gantz. Staremo a vedere.

 

In nome del popolo israeliano

Nessuno ha vinto e Netanyahu ha perso, titola l’editoriale di Raoul Wootliff su The Times of Israel. I governi israeliani sono da sempre basati su coalizioni che difficilmente comprendono meno di quattro partiti, così funziona in un Paese tanto eterogeneo. Se Bibi non è riuscito a formarne una, la colpa è sua, non di Lieberman e di nessun altro, continua. E si sofferma sul discorso di King Bibi appena dopo lo scioglimento della Knesset: “Gli israeliani hanno preso una decisione chiara. Ha deciso che io sarò il primo ministro, che il Likud guiderà il governo, un governo di destra. Gli israeliani hanno votato me per guidare lo Stato di Israele”.

Queste parole rabbiose e capricciose, nota Wootliff, sono molto più studiate di quanto appaia. Sarebbero una mossa per far passare le prossime elezioni come non necessarie, come contrarie alla volontà del popolo. Che in ogni modo, il 17 settembre dovrà nuovamente esprimersi.

Silvia Gambino
Responsabile Comunicazione

Laureata a Milano in Lingue e Culture per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale, ha studiato Peace & Conflict Studies presso l’International School dell’Università di Haifa, dove ha vissuto per un paio d’anni ed è stata attiva in diverse realtà locali di volontariato sui temi della mediazione, dell’educazione e dello sviluppo. Appassionata di natura, libri, musica, cucina.


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