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La coscienza di Zero e l’(in)aspettato successo in Israele

La serie tv di Zero Calcare, “Strappare lungo i bordi”, Italo Svevo, Joyce, Freud e Proust. In compagnia di un armadillo

Un giorno di vita raccontato in sei puntate a scatole cinesi, in cui solo al termine dell’ultimo episodio si realizza che è da lì che tutto ha inizio.
Una voce narrante, quella di Michele Rech, in arte Zero Calcare (autore, scrittore, disegnatore e doppiatore della serie) che interpreta le voci di tutti personaggi che lo accompagnano dalla sua infanzia al fatidico giorno in cui tutto cambia.
Una storia molto local, dal linguaggio vernacolare, ambientata nella periferia romana di Rebibbia, ma dalla portata universale, come quella di ogni millenial del pianeta alle prese con la propria crisi di identità “nel mezzo del cammin di nostra vita” (nella serie viene citato anche Dante): classe 1983, Rech compie oggi trentotto anni e ci trasporta nella nostalgia degli anni Ottanta con minuziosi dettagli come il gioco in scatola Indovina chi?, passando da Billy Idol a Bronski Beat, parte integrante della colonna sonora.
Il successo internazionale di Strappare lungo i bordi, trasmessa dalla piattaforma Netflix, ha raggiunto anche Israele, il cui quotidiano Haaretz gli ha dedicato un intero articolo – firmato da Chen Hadad – spiegando alcune delle ragioni per cui questa piccola (grande) serie animata italiana, dallo spiccato accento romano, debba essere assolutamente guardata, preferibilmente tutta d’un fiato o, come si direbbe nel gergo tecnico, facendo binge-watching.

Le ragioni che affascinano il pubblico israeliano sono molte, a partire dai più riferimenti al nazismo e al suo negazionismo – quattro nel corso dei sei episodi, se si include anche un omaggio a Bastardi senza gloria – passando per le numerose citazioni transmediatiche e transgenerazionali che vanno da Platone e Mao Zedong, dall’Attimo Fuggente a Guerre Stellari – passando per Full Metal Jacket e Arancia Meccanica – dai Velvet Underground ai Pink Floyd.
Così non solo i millenials, ma ogni tipo di pubblico, finisce con l’immedesimarsi con la nostalgia di un tempo che fu e con il costante senso di colpa che attanaglia Zero fin dall’infanzia, tema centrale di tutta la letteratura e cinematografia ebraica, da Philip Roth a Woody Allen.
Il rapporto con l’Io in questa serie televisiva risulta cruciale non soltanto dal punto di vista del contenuto, ma anche della forma, a partire dall’utilizzo della tecnica del flusso di coscienza, attraverso un processo circolare che ricorda la Ricerca di Proust, ma dal ritmo incalzante di Joyce. L’autore dublinese, a sua volta, era stato fortemente ispirato dal collega e amico Italo Svevo – frequentato durante il lungo periodo trascorso a Trieste, a stretto contatto con la comunità ebraica della città – che tanto influenzerà nella caratterizzazione del protagonista dell’Ulisse, l’ebreo Leopold Bloom, straordinariamente simile a Svevo.
A sua volta l’opera di Svevo – in particolare nel La coscienza di Zeno – era stata fortemente influenzata dalla psicoanalisi di Freud, tanto da trasformare la letteratura, per Svevo, in fonte di terapia. Così come i fumetti diventano terapia per Zero Calcare che, in Strappare lungo i bordi, proprio grazie al flusso di coscienza, ripercorre in una giornata il suo processo evolutivo sia come essere umano (da bambino ad adulto) che a livello professionale (da alunno, a maestro, a story teller) attraverso un dialogo con se stesso e con la propria coscienza: la coscienza di Zero (non di Zeno, nonostante a Zeno sia offerto un cameo) rappresentata dal personaggio di un armadillo parlante, interpretato magistralmente da Valerio Mastrandrea, unica voce non doppiata dallo stesso Zero, in quanto suo alterego.

Tuttavia, se il tema dell’analisi dell’Io attraverso il flusso di coscienza ha attraversato l’universo della letteratura – e della cinematografia – varcando la specificità ebraica e passando da un capo all’altro del mondo, il caso vuole che il primo cartone animato a trasporre questo tema attraverso il linguaggio dell’animazione sia stato proprio un israeliano: il regista Ari Folman che, in Walzer con Bashir (2008), racconta il dramma della Guerra del Libano grazie a una narrazione autobiografica concentrica, costruita su continui flashback e flashforward come quella in cui ci si immedesima in Strappare lungo i bordi.
Come in ogni grande capolavoro, occorre arrivare fino alla fine per comprenderne l’inizio ed è necessario riimmergersi una seconda volta per addentrarsi, oltre che nel testo, anche nel sottotesto che, con tutte le sue sfumature, fa di questa serie televisiva un piccolo (grande) capolavoro, da guardare – almeno – due volte.

Fiammetta Martegani
collaboratrice

Curatrice presso il Museo Eretz Israel, nasce a Milano nel 1981 e dal 2009 si trasferisce a Tel Aviv per un Dottorato in Antropologia a cui segue un Postdottorato e nel 2016 la nascita di Enrico: 50% italiano, 50% israeliano, come il suo compagno Udi. Collaboratrice dal 2019 per l’Avvenire, ha pubblicato nel 2015 il suo primo romanzo “Life on Mars” (Tiqqun) e nel 2017 “The Israeli Defence Forces’ Representation in Israeli Cinema” (Cambridge Scholars Publishing). Il suo ultimo libro è Tel Aviv – Mondo in tasca, una guida per i cinque sensi alla scoperta della città bianca, Laurana editore.


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