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La crisi del Nagorno Karabakh: chi manovra i fili del conflitto

La nuova fiammata bellica ridisegna le alleanze geopolitiche: con l’Azerbaigian c’è la Turchia di Erdogan, mentre con la parte armena, la Russia intrattiene un accordo di difesa in funzione anti-ottomana

La prima guerra per il controllo del Nagorno Karabakh durò poco meno di due anni e mezzo, tra il gennaio 1992 e il maggio 1994. L’oggetto, come a questo punto sarà chiaro a tutti i lettori, era il controllo sovrano del territorio dell’Oblast da parte delle due repubbliche concorrenti, quella armena e quella azerbaigiana. Il problema della sovranità sulla regione si trascinava dalla fine della Prima guerra mondiale ed era stato temporaneamente neutralizzato dalle decisioni, assunte tra il 1920 e il 1923, in pieno assestamento durante e dopo la feroce guerra civile tra «Bianchi» controrivoluzionari e «Rossi» bolscevichi, con la formazione e il primo consolidamento dell’Urss. Peraltro – lo ripetiamo a beneficio dei lettori – la condotta dei sovietici era stata in origine incerta se non contraddittoria. L’Ufficio Caucasico – il Kavburo – del Commissariato del popolo per le nazionalità, diretto da Stalin, mentre il 4 luglio 1921 aveva disposto per l’attribuzione della sovranità territoriale del Nagorno Karabakh alla neonata Repubblica socialista sovietica di Armenia, il giorno successivo, con una clamorosa inversione di marcia, l’aveva invece riconosciuta alla “gemella” Repubblica di Azerbaigian. Segnatamente, il soviet centrale di quest’ultima (un organismo assimilabile nelle sue funzioni ad un parlamento “rivoluzionario”), nel novembre dell’anno precedente aveva esso stesso riconosciuto alla regione la sua armenità, corrispondente alle origini di più del 95% della popolazione.

L’assegnazione a Baku, comportò quindi nel 1923 la nascita dell’Oblast autonomo del Nagorno Karabakh. Nel corso dei quasi settant’anni di potere sovietico, alla centralizzazione delle decisioni politiche e alle tiepide autonomie si accompagnarono spinte che chiedevano l’unificazione con l’Armenia. Alcune componenti dello stesso Partito comunista armeno in parte le accolsero, salvo poi dovere precipitosamente tacitarsi. Ovvero, essere brutalmente zittite. Mentre nell’enclave del Nakhichevan, che all’inizio del Novecento contava su una popolazione al 60% armena, l’evoluzione del tempo e le politiche migratorie avevano comportato il declino di tale presenza etno-religiosa-linguistica, nel Nagorno Karabakh, pur con l’accesso di azeri, di fatto alla fine degli anni Ottanta la grande maggioranza dei residenti rimaneva armena. Nel 1988, dinanzi all’evoluzione dei processi di riforma dell’Unione Sovietica che prefiguravano il suo declino a venire, già il 20 febbraio il Soviet regionale del Karabakh aveva votato una risoluzione che, lamentando la colonizzazione azera in atto da decenni (tra immigrazioni pianificate, politiche culturali e gestioni amministrative apertamente discrezionali), auspicava l’unificazione con la Repubblica armena.

Più in generale, queste spinte si generavano nel clima di generale allentamento del centralismo moscovita, a fronte, tuttavia, delle crescenti tensioni tra i gruppi nazionali e dell’assenza di strumenti, istituzioni, e di una più generale capacità di meditare tra calcoli ed interessi contrapposti. Gli stessi promotori del movimento indipendentista karabashano, si rivelarono in più di un’occasione frettolosamente approssimativi, ritenendo di potere raggiungere l’obiettivo senza dotarsi dei necessari strumenti. La crisi del centralismo moscovita sollecitava appetiti ma non necessariamente offriva lauti pasti da consumare. Fermo restando che in politica ogni consumazione ha un costo.

Tra il 1987 e il 1988, quindi, si succedettero i primi grandi attriti ai quali seguirono poi una serie di diffuse violenze, culminate nel pogrom antiarmeno di Sumgait (27 febbraio – 1° marzo 1988). Di fatto, a quel punto, le due comunità nazionali erano già divise tra di loro. La presa di posizione del Cremlino che dichiarava intangibili ed inviolabili i confini all’epoca esistenti, fece da ulteriore detonatore alla crisi politica già in atto, trasformandola progressivamente in uno scontro armato. Il 12 marzo il Soviet regionale del Nagorno-Karabakh, con una decisione presa all’unanimità dei votanti, cambiò il nome dell’Oblast, ritornando alla antica denominazione armena di Artsakh. Se nei fatti era ancora un gesto dal valore simbolico, le sue ricadute politiche non si fecero attendere. Il rifiuto di assecondare l’indipendentismo da parte del Soviet supremo dell’Urss, e lo stanziamento di truppe sovietiche a Erevan, accentuarono le tensioni nei confronti di Mosca e dei vicini azeri. In un crescendo dai prevedibili passaggi, iniziarono le pratiche di espulsione etnica delle minoranze e di esproprio dei loro beni.

Con il corredo di aggressioni e omicidi. Armenia e Azerbaigian si comportavano, di fatto, come due paesi oramai indipendenti rispetto al Cremlino. La creazione da parte di quest’ultimo di organismi di rappresentanza e controllo del Nagorno Karabakh, ai quali si accompagnavano timidi tentativi di offrire qualche forma di imprecisata autonomia, con la fine del 1989 furono spiazzati dal voto congiunto dei Soviet dell’Armenia e del Karabakh a favore della riunificazione. Nel mentre, con il ripetersi degli scontri interetnici, le popolazioni andarono sempre di più dividendosi, con l’incremento dei rifugiati dall’una così come dall’altra parte. All’inizio del 1990, in quello che poi venne conosciuto come «gennaio nero», di fatto i sovietici intervennero pesantemente nell’Azerbaigian, dinanzi ad un Partito comunista locale sempre più debole e ad istituzioni minate da spinte politiche autonome. A quel punto, la guerra civile era oramai già in corso, con una serie di attacchi reciproci tra armeni e azerbaigiani. Non si trattava di scontri di grandi dimensioni ma di scaramucce, soprattutto in villaggi e aree agricole, con la conseguente contabilità di morti. I tentativi di dare corso ad operazioni di più ampie dimensioni, all’epoca venivano ancora rintuzzati dalle truppe sovietiche. Poi, anche gli ultimi veli di una oramai fittizia “unione socialista”, caddero definitivamente.

Nella progressiva frantumazione dell’Urss, il 30 agosto 1991 l’Azerbaigian usciva infatti dall’Urss; la medesima cosa veniva fatta dall’Armenia il 21 settembre. Le milizie armene operavano già da tempo, ancorché scarsamente coordinate, nel Nagorno Karabakh. I tentativi di mediazione, di fatto andarono velocemente fallendo. Già il 2 settembre, peraltro, il Soviet dell’Artsakh dichiarò di non volere seguire Baku nella sua indipendenza, a sua volta votando per la costituzione di un’entità statale autonoma. Il 26 novembre il Consiglio supremo dell’Azerbaigian votava l’abolizione dello statuto autonomo del Nagorno Karabakh, ribattezzando il capoluogo Stepanakert in Khankendi. Uno degli ultimi atti sovietici fu il rigetto di tale provvedimento da parte della Corte Costituzionale dell’Urss, in quanto lesivo delle prerogative e dei diritti dei territori del Nagorno Karabakh. Il 10 dicembre 1991 la neonata repubblica del Nagorno Karabakh-Artsakh votò quindi il referendum confermativo (con un plebiscitario 98% di consensi), al quale fecero seguito le elezioni politiche per il nuovo parlamento. Mentre il 26 dicembre il Soviet supremo dell’Urss decretava lo scioglimento dell’Unione, il 6 gennaio, quindi, fu proclamata l’indipendenza. Entro la fine del mese iniziavano i primi bombardamenti azeri.

La guerra aveva quindi avvio il 31 gennaio, caratterizzandosi per due anni di scontri sul terreno tra truppe azerbaigiane ed elementi dell’esercito armeno (il cui coinvolgimento ufficiale non venne dichiarato), accompagnati dall’azione di milizie paramilitari. Particolarmente efferate furono le violenze contro le popolazioni civili, posto che l’intero conflitto per il Nagorno Karabakh è sempre stato un confronto non tra eserciti di grandi proporzioni bensì tra unità combattenti di medie dimensioni per la conquista di singoli territori della regione. Dal 9 maggio 1992 era peraltro attivol’Esercito di difesa del Nagorno Karabakh (successivamente conosciuto come Esercito di difesa dell’Artsakh), una forza armena composta da circa 20mila militi, che aveva un duplice obiettivo, ossia quello di unificare le diverse unità combattenti sotto un medesimo comando e, allo stesso tempo, preservare da eccessive esposizioni l’esercito regolare della Repubblica armena. Se il 1992 si chiudeva con uno stallo tra le forze in campo, l’anno successivo – a fronte della grave crisi economica in cui a quel punto si trovavano sia l’Armenia che il Nagorno Karabakh (che subivano anche gli effetti della chiusura delle frontiere turche) – con le offensive del marzo ed aprile, l’esercito dell’Artsakh riusciva ad assicurarsi il pieno controllo della regione, sconfiggendo sul campo quello azerbaigiano. Lo spostamento forzato di una parte della popolazione azera diventava a quel punto una fiumana.

Nel 1994, a fronte della previsione non realizzatasi di un collasso finale di Baku, le ultime offensive karabashene ne consolidarono le posizioni. Nella prima metà di maggio, veniva infine firmato il Protocollo di Biškek, l’accordo provvisorio di cessate il fuoco che segnava la fine del conflitto, che congelava la situazione di fatto esistente sul campo. Nel suo complesso, i ventinove mesi di guerra erano costati almeno 30mila morti, un centinaio di migliaio tra feriti e mutilati, l’abbandono dell’Azerbaigian da parte di 400mila armeni e di mezzo milione di azeri espulsi, fuoriusciti o fuggiti dall’Armenia e dal Nagorno Karabakh. Le dimensioni di quest’ultimo risultavano ora di oltre 12mila chilometri quadrati (comprendendovi i distretti di Fizuli, Jibrayil, Zangilan, Qubadli, Lachin, Kalbajar, Tartar, Agdam, Khojaly, Khankendi e Shusha), poi stabilizzati in 11.458. Una significativa parte delle popolazioni originarie, nel mentre, erano scappate, contribuendo a rimescolare le carte della composizione demografica locale. Gli accordi firmati nel maggio del 1994 non risolsero la persistente conflittualità, perlopiù manifestatasi nel corso del tempo sulle linee di demarcazione con l’Azerbaigian con singole azioni di guerriglia e combattimenti in campo aperto, ancorché circoscritti a villaggi ed aree rurali. Nell’aprile del 2016, una recrudescenza bellica, la cosiddetta «guerra dei quattro giorni», causata da una improvvisa e violenta offensiva azera, non mutò le sorti in campo.

I due paesi sono a tutt’oggi in guerra ed il governo dell’Azerbaigian continua a minacciare di riconquistare il Nagorno-Karabakh con la forza militare. Il quale, esistente come repubblica di fatto, non è riconosciuta invece come comunità statuale indipendente dalla comunità internazionale. Per gli armeni del Nagorno-Karabakh il territorio ricompreso nei confini dell’Oblast sovietico e dal quale è nata la nuova repubblica non ha mai fatto parte ufficialmente della nuova repubblica dell’Azerbaigian che, peraltro, nel suo Atto Costitutivo del 1991 (all’articolo 2) rigetta l’esperienza sovietica e si richiama alla prima repubblica democratica (quella del 1918-20), nella quale il Karabakh non era compreso (venne assegnato all’Azerbaigian sovietico solo nel 1921). Gli attuali scontri in corso, iniziati il 27 settembre 2020 (dopo quelli già avvenuti nel luglio), parte a pieno titolo del confronto bellico trascorso, seguono ad una serie di esercitazioni militari tra fine luglio e i primi giorni di settembre da parte dell’Azerbaigian con il concorso della Turchia. Nello stesso periodo di tempo l’Armenia ha avviato attività similari con il contributo della Russia. La logica che viene richiamata è quella di una contrapposizione tra «musulmani» e «cristiani», le due appartenenze identitarie che vengono identificate come maggiormente galvanizzanti e, quindi, divisive. Più che al distanziamento ideologico e politico, infatti, la chiamata al confronto corre su questi binari, in grado di cristallizzare le società locali in due fronti contrapposti.

In un incrocio di accuse reciproche, alla Turchia è stato imputato di avere trasferito unità combattenti della divisione Hamza dell’Esercito nazionale siriano in Azerbaigian. I turchi, a loro volta, hanno dichiarato che elementi delle Unità di Protezione Popolare – comunemente conosciute con il solo acronimo di YPG (la milizia presente nelle regioni a maggioranza curda del nord della Siria, nel territorio autonomo del Rojava) – e del Partito dei Lavoratori del Kurdistan – organizzazione paramilitare, sostenuta delle collettività agricole del sud-est della Turchia, zona popolata dall’etnia curda, ma attiva anche nel Kurdistan iracheno – sarebbero state trasferite nel Nagorno Karabakh con l’ordine di addestrare le milizie armene. Al riguardo, il quotidiano «Jerusalem Post» ha obiettato che le voci sul coinvolgimento del PKK / YPG in Karabakh siano «intese a creare la giustificazione affinché la Turchia possa affermare che la sua sicurezza è minacciata dal PKK, una situazione che quindi giustificherebbe l’ingresso di truppe turche in territorio armeno» (la medesima motivazione addotta per giustificare le durissime operazioni anticurde nell’autunno del 2019). In queste settimane i mezzi di comunicazione hanno anche sottolineato il trasferimento in Armenia di equipaggiamento russo attraverso l’Iran. I governi della Turchia e del Pakistan hanno peraltro espresso il loro sostegno alle posizioni azere. Una compagnia privata turca avrebbe da tempo avviato il reclutamento di volontari siriani, provenienti dalle file delle milizie fondamentaliste.

I russi, tradizionalmente vicini alle posizioni armene, denunciano la presenza di «unità armate illegali» provenienti dalla Siria e dalla Libia. Anche a seguito di diverse segnalazioni, il presidente francese Emmanuel Macron ha accusato Ankara di assoldare «jihadisti» per la guerra in Nagorno Karabakh. L’ipotesi è che un migliaio di mercenari “tagliagole”, perlopiù di origini turkmene siriane, sia da tempo presente a Baku, per prendere poi parte ai combattimenti. Già il 3 ottobre il premier armeno Nikol Pashinyan affermava che combattenti siriani, insieme a specialisti dell’esercito turco, erano coinvolti negli attacchi azerbaigiani, insieme a circa 150 alti ufficiali militari turchi, di stanza nei centri di comando azeri. In altre parole, Ankara siederebbe nella cabina di comando delle operazioni militari. Lo stesso giorno, il servizio di sicurezza nazionale dell’Armenia ha presentato il brogliaccio di conversazioni in arabo intercettate e registrate, presumibilmente intercorse tra l’esercito turco e quello azero, nonché conversazioni tra l’esercito azero e gruppi di mercenari islamisti. Il capo del servizio di sicurezza di Stato georgiano, a sua volta, ha dichiarato che le notizie sul passaggio di gruppi armati siriani non ufficiali dalla Turchia attraverso la Georgia fino all’Azerbaigian, costituiscono atti di deliberata disinformazione. Il 6 ottobre, il direttore dei servizi segreti esteri della Russia Sergey Naryshkin ha affermato che diverse migliaia di combattenti delle organizzazioni terroristiche del Medio Oriente sono presenti in Nagorno Karabakh per combattere per l’Azerbaigian, in particolare Jabhat al-Nusra (ramo di al-Qaeda), Firkat Hamza e la divisione del sultano Murad, così come i gruppi curdi estremisti. Ha quindi ribadito che tutti sono collegati, direttamente o indirettamente, allo Stato islamico (ISIL).

Nel palleggio tra controparti, il ministero della Difesa azero a sua volta ha affermato che tra le vittime del Nagorno Karabakh ci sono mercenari di origine armena provenienti dalla Siria e da altri paesi del Medio Oriente. Il rimpallo di accuse sta proseguendo in questi giorni, coinvolgendo anche Israele, importante partner commerciale e fornitore di tecnologia militare di Baku, a partire dai droni, venduti in cambio dell’acquisto di petrolio e di una posizione di privilegio per controllare l’evoluzione dell’Iran. Per l’Azerbaigian, l’Armenia utilizzerebbe armi serbe, presumibilmente trasportate attraverso la Georgia.

Questa nuova fiammata bellica sta contribuendo a ridisegnare le alleanze geopolitiche. Con l’Azerbaigian c’è la Turchia di Erdogan, sempre più aggressiva, da sempre dalla parte dei «paesi fratelli musulmani», posto che gli azeri sono un gruppo etnico turco (che contempla complessivamente una cinquantina di ceppi, diffusi tra Europa meridionale, in Asia centrale, orientale e settentrionale). Israele, in posizione maggiormente defilata, collabora e osserva. Anche in ragione di ciò, la Repubblica di Armenia ha ritirato il suo ambasciatore da Gerusalemme. Con la parte armena, invece, la Russia intrattiene un accordo di difesa (che tuttavia non riguarda il futuro del Nagorno Karabakh), in funzione anti-ottomana, mentre l’Iran ha inviato uomini, anch’esso per contenere i progetti di Ankara. In realtà per Putin il sostegno ad Erevan è fonte di imbarazzo verso Baku, non intendendo lasciare spazio ad Ankara. Inoltre, tra il democratico presidente armeno Nikol Pashinyan e l’autocratico premier azero Ilham Aliyev, il cuore del residente al Cremlino batterebbe preferibilmente per il secondo. Con il Nagorno Karabakh si è inoltre schierata la Francia di Macron, che deve fare i conti con la diaspora armena in casa propria, composta da almeno 600mila elementi. Come una sorta di gigantesca cornice di riferimento, la regione è parte del grande risiko del gas, che sta agitando il Mediterraneo orientale, per via dei giganteschi giacimenti presenti in mare e per il TAP, acronimo di Trans-Adriatic Pipeline, il gasdotto trans-adriatico (in via di costruzione, che dalla frontiera greco-turca attraverserà Grecia e Albania, per arrivare in Italia, permettendo quindi la circolazione di gas proveniente dal Mar Caspio e quindi dall’Azerbaigian), il TANAP, Trans Anatolian Pipeline (destinato a muoversi da est ad ovest per l’intera Turchia), l’ipotetico ma declinante EastMed (ideato da Grecia, Cipro ed Israele) ed infine lo SCP, South Caucasus Pipeline, una delle infrastrutture di trasporto che apriranno il cosiddetto «corridoio sud del gas», consentendo l’accesso al mercato europeo delle riserve di gas naturale dell’area del Mar Caspio. Il materiale energetico che sarà trasportato dal TAP appartiene al Consorzio Shah Deniz II, proprietario del gas proveniente dall’omonimo giacimento offshore azero situato nel Mar Caspio a sud di Baku.

A ciò, si aggiunge il quadrante del Mediterraneo meridionale, tra Egitto, Israele, Libano, Siria, Turchia, Cipro e Grecia, dove si trovano i grandi giacimenti offshore di Leviathan, Zohr Aphrodite, Tamar, Tanin, Karish, Dalit, Noa, Marine (a Gaza) e Mari-B. È stato definito il «nuovo Eldorado» dell’energia. Israele è in prima linea, potendo vantare una buona parte dei giacimenti nella sua zona economica esclusiva. Nel diritto internazionale, si definisce come tale «quella porzione di mare, adiacente le acque territoriali, in cui uno Stato costiero ha diritti sovrani per la gestione delle risorse naturali, giurisdizione in materia di installazione e uso di strutture artificiali o fisse, attività di ricerca scientifica, protezione e conservazione dell’ambiente marino». Il fuoco di questa dinamica è tuttavia dato da Cipro, che si trova in posizione immediatamente collaterale sia rispetto alla geografia dei giacimenti che a quella dei gasdotti-pipeline.
Recep Tayyip Erdogan non ha tardato a dare corpo al concetto di «patria blu», per incrementare tutte le possibili ricadute a favore della Turchia: la sovranità neo-ottomana dovrebbe estendersi tra il Mar Nero, l’Egeo e il Mediterraneo orientale.

Ciò dicendo, sta cercando di stracciare tutti gli accordi e le norme precedenti, mettendo ai margini l’Unione Europea e l’asse sunnita anti-imperiale (ossia l’Egitto e gli Emirati), cavalcando inoltre l’onda dell’attivismo putiniano. Il quale, riprendendo la vecchia tradizionale navale, zarista prima e sovietica poi, insieme a quella delle spedizioni mercenarie, cerca di mettere più bandierine possibili nel Mediterraneo. La Turchia fa tutto ciò, ed altro ancora, rimanendo dentro la Nato, in ciò contrastata non da Bruxelles e neanche da Washington bensì dal presenzialismo francese, che sta infruttuosamente lavorando su più tavoli, da Cipro a Creta, dalla Libia al Libano. In quella che, già dai tempi della disattenta presidenza Obama, è divenuta una nuova corsa agli armamenti nel Mediterraneo. Ankara ha peraltro scoperto un giacimento di 320 miliardi di metri cubi nel Mar Nero, intendendo ampliare la portata del TAP, dall’Azerbaigian al Salento. La risposta di Israele ed Egitto, al riguardo, è stata quella dell’intensificazione delle proprie attività estrattive. Gerusalemme trivella Leviathan dal 2010. Dal 2019, con la piena operatività, ha raggiunto un livello di copertura pari ai due terzi delle necessità nazionali di energia elettrica, superando ed archiviando il precedente fabbisogno di carbone. L’Egitto, con il ricorso al giacimento Zohr (850 miliardi di metri cubi di riserve), dal 2017 è transitato dalla posizione di importatore a quella di esportatore netto. La società che gestisce il gigantesco deposito è al 50% in mano all’Eni, al 30% della russa Rosneft, al 20% in una società mista tra British Petroleum e Mubadala, il fondo sovrano di Abu Dhabi.

La diplomazia del gas serve per consolidare rapporti antichi e per sedimentarne di nuovi. Se Gerusalemme in tale modo ha rafforzato i legami di fornitura e scambio con il Cairo e Amman, adesso si muove per dare potenza (energetica) ai crescenti legami con gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein. In una tale ottica si inserisce anche il Forum del gas del Mediterraneo orientale, che raccoglie, insieme ad Israele, Cipro, Egitto, Italia, Grecia, Giordania, i Territori palestinesi e, in tutta probabilità, a breve, anche la Francia. È proprio dentro le dinamiche del Forum che si orienta EastMed (duemila chilometri di collegamenti, in acque particolarmente profonde, con una capacità di trasporto tra i 12 e i 16 miliardi di metri cubi per anno).

Cosa c’entra tutto ciò con la crisi del Nagorno Karabakh? Molto e molto poco. Molto poiché la dimensione mesoregionale parte dal Caspio per arrivare nel Mediterraneo centrale e settentrionale. I singoli conflitti sulle sovranità territoriali, al netto delle loro lunghe storie, vanno ricollocati e quindi riletti anche in questa dimensione. Molto poco, invece, per via del fatto che le lotte nazionali, autonomiste o indipendentiste che siano, rischiano di essere sorpassate dalle trasformazioni che stanno coinvolgendo l’economia internazionale. I processi di globalizzazione stanno subendo un periodo di stallo, a causa della pandemia e dei suoi prevedibili effetti di lungo periodo. La stessa ricchezza in gas naturale, potrebbe incontrare vincoli nei tempi a venire in ragione delle scelte che molte economie a sviluppo avanzato potrebbero esercitare a favore di una secca riduzione delle emissioni derivanti dagli idrocarburi e dei prodotti affini. I progetti che l’Unione Europa sta avviando, a partire dal Recovery Fund e da Next Generation EU, sono indirizzati in questo senso. Senza considerare il fatto che ci sono potenziali concorrenti all’orizzonte, come il Qatar, che potrebbe accedere ad un giacimento di ben 24mila miliardi di metri cubi.

Rimane il disegno neoimperiale del “sultano di Ankara”: giocando sul crescente disimpegno americano, cerca di coniugare aggressività politica, calcolo diplomatico, interventismo militare ed egemonismo politico. Usa come arma i profughi delle guerre civili mediorientali, insieme alla seduzione, neanche troppo implicita, dell’appello alla federazione del mondo musulmano sotto le ali di una inedita riedizione della «Sublime Porta» (Bab-ɪ Ali, una metonimia per indicare l’Impero ottomano) e nel nome di un impasto ideologico che unirebbe il neo-ottomanismo, il panturanismo e il fondamentalismo dei Fratelli Musulmani. Il tutto dovrebbe inserirsi, a proprio profitto, nelle dinamiche del mutamento geopolitico in atto. La Turchia, dal suo punto di vista, deve infatti diventare il perno di un’ampia area che, partendo dall’Algeria, arrivi fino al Pakistan. L’intervento di Ankara in Libia si inserisce in questo disegno. La medesima cosa, si può senz’altro dire, di quello in corso nel conflitto nel Nagorno Karabakh.

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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