L'agenda di Joi
Hebraica
La lingua dello Zohar

Le parole inespugnabili e il ruolo del traduttore

La mia vita di traduttrice mi ha portata ad affrontare i testi più disparati: letteratura e memorialistica, prosa e poesia, saggistica. Un’esperienza molto particolare resta la traduzione di un’ampia scelta di passi tratti dallo Zohar – il testo fondante della kabbalah che da molti è considerato come il terzo nel canone dell’ebraismo, dopo la Bibbia e il Talmud – uscita per Einaudi nel 2008, a cura di Giulio Busi. Ci sono libri che si possono sia leggere, sia studiare, e la Bibbia è uno di questi. Ci sono invece libri che non si possono leggere, ma soltanto studiare, come il Talmud e lo Zohar. Quando mi fu proposta la traduzione mi rallegrai: già da qualche anno i numerosi volumi di quest’opera occupavano la mia libreria, ora era giunta l’occasione di affrontarli. La traduzione, infatti, è una forma particolare di studio, ed è per questo che risulta così noioso tradurre libri che sono concepiti soltanto per un’amena lettura, come avviene con la maggior parte dei romanzi, (immaginatevi di dover vedere il vostro film preferito così rallentato che la sua proiezione duri mesi!). Più il testo è complesso, invece, più la traduzione – tutte le sue ore di corpo a corpo con il fluire dei periodi – assume un senso autonomo dal mero risultato ottenuto. Lo Zohar, poi, è un testo particolare sotto molti rispetti, tra i quali spicca quello linguistico. Esso infatti è scritto per lo più in aramaico, di per sé una lingua sfuggente, perché i testi dell’ebraismo ne contengono fasi diverse e dialetti differenti, ciascuno dotato di specifiche caratteristiche. C’è l’aramaico biblico che compare in alcuni libri tardi del canone, come quello di Daniele, e poi ci sono i dialetti aramaici, diversi tra loro, dei due Talmudim, Babilonese e Gerosolimitano e dei Targumim, le traduzioni aramaiche della Bibbia.

Una lingua inventata

L’aramaico dello Zohar non coincide con nessuno di questi, ma è una creatura artificiale – che mescola soprattutto la lingua del Talmud Babilonese e quella del Targum Onkelos – figlia del medioevo spagnolo e di un autore (o un gruppo di autori: le discussioni tra gli studiosi su questo punto sono ancora aperte) che decise di dare questa forma linguistica alle speculazioni sul mondo del divino. Come l’esperanto, l’esperimento linguistico di Zamenhof, così anche l’aramaico dello Zohar ha la peculiarità di essere una lingua che nessuna comunità umana storica ha parlato o scritto effettivamente, è frutto di una speculazione intellettuale. E non solo è una lingua mai esistita come tale ma fu anche creata per descrivere un mondo la cui esistenza non è percepibile con i sensi bensì è da accogliere con un atto di fiducia nelle parole di chi lo descrive. Uno statuto ontologico molto particolare, dunque, che produce un’esperienza di traduzione sui generis. Da un lato il lessico è estremamente povero. Il mondo sensibile dove tutti viviamo impone la sua complessità al nostro linguaggio, il mondo descritto nello Zohar, al contrario, è una costruzione intellettuale articolata ottenuta attraverso un numero relativamente esiguo di termini di base dal significato pienamente accessibile.

Con una cospicua eccezione, tuttavia. Un’esperienza che ho sempre trovato affascinante è, nel commercio quotidiano con oggetti «naturalmente» portatori di un nome, trovarsi davanti a un manufatto umano (un attrezzo da gran tempo obsoleto, per esempio, o un pezzo di qualche macchinario) e accorgersi di non poterlo nominare, sapendo che chi lo inventò e produsse, un nome ben glielo attribuì, giusto per ottimizzarne l’uso. L’autore o gli autori dello Zohar offrono l’esperienza inversa: nel flusso di una prosa costituita da termini usuali, incontrare parole che, per quanto braccate dagli studiosi, non hanno mai svelato il proprio referente, costringendoli a stabilire che il testo contiene una lista di vocaboli inventati di sana pianta, e, come tali, assolutamente inespugnabili. Avranno posseduto un referente privato nella mente dell’autore o la loro funzione è semplicemente quella di interrompere il flusso delle descrizioni del mondo superno con qualcosa che dia la sensazione fisica dell’arcano, che confronti il lettore con l’ineffabile? Dal punto di vista di Wittgenstein, che considerava il linguaggio come uno strumento per portare avanti in modo più efficiente l’attività umana, ciò non costituisce un problema: la parola inventata è comunque strumento per creare un’esperienza di cortocircuito del senso e in tal modo di proliferazione ermeneutica che produce nuove verità a partire dai versetti biblici, spalancati come finestre sui paesaggi sublimi dei mondi superni, in una successione di costruzioni dal sapore onirico. E questa, in fondo, è l’attività quotidiana del cabalista. La facoltà nominatrice dell’uomo, che la Genesi ci presenta come il primo atto in assoluto compiuto da Adamo una volta acquisito il suo status di essere vivente, si arricchisce qui di una nuova conquista. E il traduttore? Il traduttore sa che l’umiltà deve essere la sua prima virtù, e quindi riconosce quando è giunto il momento di arrendersi al testo e ricopiare la parola aliena così com’è, senza cercare di imporre un’interpretazione arbitraria al suo segreto.

Anna Linda Callow
Collaboratrice

Anna Linda Callow è laureata in lingue orientali. Ha insegnato lingua e letteratura ebraica per molti anni all’Università degli Studi di Milano, ha tradotto dall’ebraico e dallo yiddish per varie case editrici. Ha recentemente pubblicato il saggio La lingua che visse due volte (Garzanti 2019).


1 Commento:

  1. Anna Linda Callow ha scritto un articolo interessante e intenso ma non ha mai citato il fatto che tradurre sacri richeiderebbe la consulenza di rabbini molto esperti e dispinobili alla collaborazione, poiché dovrebbe sapere la prima cosa che insegnano a chi si avvicina ai testi sacri, ovvero il fatto che ogni parola, opgn frase, ogni capitolo andrebbe letto nei suoi quattro livelli di interpretazione, prima ancora della traduzione in altra lingua. Ovvero, pure senza traduzione bisogna prima ‘tradurre’, cioè comprendere al meglio e sotto diversi livelli ogni singola parola, per non parlare dei termini estrapolati da lettere che, senza vocali, possono intendere questo ma anche quello… Qui purtroppo non c’entrano le lauree e la bravura personale nel tradurre da una lingua a un’altra: ci vuole gente molto più esperta…


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