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La Londra ebraica

Un itinerario nella storia

Non esiste una sola Londra ebraica. C’è quella esplorata dai turisti, quella studiata dagli storici e quella vissuta dagli ebrei inglesi, che vi abitano o che la percorrono alla ricerca delle proprie origini. E poi, naturalmente, c’è la parte prettamente religiosa, fatta di sinagoghe e di cimiteri, e quella museale, che raccoglie le memorie di un passato di cui spesso è rimasta traccia solo nei nomi, delle vie e di qualche insegna di negozio o di ristorante.
Per fare un po’ di ordine, vale la pena di affrontare la faccenda in termini storici e concentrare l’attenzione su quanto rimane dei diversi insediamenti ebraici. Il primo risale al Medioevo e si sviluppa in un lasso di tempo piuttosto ampio che va dal 1066, anno delle prime testimonianze scritte sull’arrivo di ebrei da Rouen, sotto i Normanni, al 1290, quando Edoardo I espulse tutte le comunità dall’Inghilterra.

Di questa epoca relativamente oscura restano poche tracce nel panorama cittadino chiaramente riconducibili agli antichi abitanti, pur se con alcune, notevoli, eccezioni. La più spettacolare è costituita dalla Torre di Londra. Uno dei monumenti più visitati della capitale britannica sarebbe infatti anche uno tra i più legati alla storia degli ebrei medievali, che tra l’altro contribuirono (forzatamente) a finanziarne la costruzione con le loro tasse. In seguito, lo avrebbero vissuto come luogo di ritrovo e di soccorso, rifugiandovisi in occasione di disordini e persecuzioni, nonché di preghiera. Ne furono però anche vittime, venendovi reclusi o giustiziati. Sotto il regno normanno, infatti, gli ebrei erano sotto la tutela (dispotica) del re, che esercitava su di loro diritto di vita e di morte.
Anche se oggi è difficile immaginare tempi tanto lontani in luoghi ormai così cambiati, pare che tutta l’area intorno alla Torre fosse quartiere ebraico e che le famiglie di questa prima comunità abitassero nelle vie intorno all’attuale Jewry Street. In seguito, si sarebbero trasferite nell’area compresa tra Milk Street e Gresham Street, vicino ai mercati. 

Per ritrovare nuove notizie ufficiali sugli ebrei di Londra bisogna arrivare al 1656. In questa data Antonio Fernandes Carvajal e Simon de Careces, due rappresentanti della comunità sefardita segretamente già rientrata nonostante l’espulsione, scrissero una petizione a Oliver Cromwell. Gli chiedevano di poter praticare liberamente la propria religione e di seppellire i propri morti. Il Velho Cemetery, nell’attuale Mile End, quartiere residenziale dell’East End, sarebbe una di queste concessioni.
Fondato nel 1657, è ritenuto il più antico cimitero ebraico del Regno Unito ed è quanto di più lontano si possa immaginare da un sito turistico. Circondato da palazzine residenziali, campus universitari e rilassanti pratoni, si trova all’altezza del 253 di Mile End Road e sembra sia conosciuto perlopiù dalla sola comunità ebraica locale. Al suo interno, protetti da un semplice muro in mattoni e da un cancelletto, ci si può aggirare indisturbati tra ordinate file di lapidi, disposte in maniera simmetrica, con antiche iscrizioni in spagnolo, portoghese ed ebraico.
Tra i notabili qui sepolti si possono ritrovare lo stesso Carvajal, il dottor Fernando Mendes, medico reale nonché tra i primi membri ebrei del Royal College of Physicians and Surgeons, e David Nieto (1654-1728), medico affermato, astronomo, teologo e Rabbino della Sinagoga Bevis Marks. Nel 1733 il Mile End Cemetery fu sostituito dal più grande Novo Cemetery, non troppo distante, ora all’interno del campus della Queen Mary University e rimasto attivo fino al 1918. Insieme, costituiscono gli unici due cimiteri esclusivamente sefarditi rimasti in Inghilterra oltre a essere tra le più evidenti testimonianze del passato ebraico londinese. Per trovarne altre, oltre che passare in rassegna i numerosi altri cimiteri della cerchia metropolitana, tra cui il meraviglioso Cimitero di Willesden  nel quartiere di Brent, la via più semplice resta quella di seguire i luoghi di culto.

Cimitero di Willesden

Certo, delle 156 sinagoghe che tra il Sette e Ottocento erano attive nel solo East End, molte sono state chiuse quando non addirittura cancellate dal panorama urbano. Fortunatamente, una delle più importanti per la comunità sefardita, reinseritasi come si è vista a fine Seicento, è ancora operativa. Anzi, è l’unica in Europa ad avere mantenuto i propri servizi regolari ininterrottamente per oltre trecento anni. Parliamo di Bevis Marks, la Sinagoga della comunità spagnola e portoghese posta nel cuore della City, al 4 di Heneage Lane.
Annunciata sulla via da un semplice arco in pietra con un cancello in ferro battuto, è seminascosta in un tranquillo cortile circondato da moderni palazzi di uffici. La sua posizione isolata ha consentito l’apertura di finestroni su tutti i lati che regalano alla sua sala rettangolare una notevole luminosità. Le panche in quercia, senza schienale e incorporate tra le file posteriori, provengono dalla più antica e più piccola Sinagoga di Creechurch Lane, di cui Brevis Marks ha preso il posto. Pare che nel complesso il suo aspetto sia stato influenzato dalla Sinagoga di Amsterdam, inaugurata 26 anni prima, così come il suo stesso candelabro maggiore sarebbe un dono dei membri della congregazione sefardita della capitale olandese. Sede delle più importanti celebrazioni riguardanti il mondo anglo ebraico nel suo complesso, questo luogo non ha subito flessioni neppure quando la comunità spagnola e portoghese è diventata minoritaria, dalla metà dell’Ottocento, rispetto a quella ashkenazita.

Mentre la congregazione locale si stava riorganizzando, anche per rispondere alla crescente anglicizzazione degli ebrei londinesi, istituendo sia da parte sefardita sia da quella ashkenazita sinagoghe nel West End, Londra stava infatti vivendo una massiccia emigrazione dalla Russia. A partire dal 1881 e per il successivo quarto di secolo, la popolazione ebraica sarebbe passata da circa 47mila anime a circa 150mila, di cui circa 100mila nel solo East End. Così, accanto alla comunità più o meno “autoctona”, stava crescendo una nuova comunità, essenzialmente straniera. Nel 1900, oltre il 95% della popolazione di Wentworth Street (sede del celebre mercato di Petticoat Lane) era composta di immigrati ebrei.
Lo sviluppo della comunità, iniziato in epoca vittoriana e conclusosi con la seconda guerra mondiale, avrebbe segnato in maniera inequivocabile l’intero quartiere con l’installazione di segnali stradali scritti in yiddish, l’istituzione di oltre un centinaio di sinagoghe e di una complessa rete di istituzioni interconnesse e autosufficienti. Nella stessa area, comprendente sia i distretti di Aldgate e Spitalfields sia quelli più a est di Whitechapel e di Stepney, si sarebbe sviluppata una vivace vita culturale, con quattro teatri yiddish, diversi giornali e riviste, gruppi letterari e società, cinema, sale da ballo e gruppi politici.
Passeggiando oggi in queste zone, non è facile ricostruire tanta effervescenza. La comunità si è trasferita da tempo in altri distretti e l’East End, pur conservando i suoi mercati e l’atmosfera popolare e multietnica, ha perso gran parte del suo fascino insieme alle antiche insegne. Qualcosa però è ancora possibile rintracciare, ricostruendo con l’immaginazione quello che i fatti della storia hanno devastato.
Questo viaggio nel tempo, necessariamente parziale, può scegliere come tappa iniziale la stazione di Liverpool Street. Inaugurata nel 1874, questa imponente struttura vittoriana negli anni immediatamente successivi sarebbe diventata punto di arrivo per migliaia di migranti ebrei in fuga dalle persecuzioni in Russia, giunti a Londra dopo sfiancanti viaggi attraverso l’Europa su treno e piroscafi.
Davanti all’ingresso della stazione, una scultura in bronzo ricorda altri drammatici arrivi. Sono quelli dei bambini ebrei rifugiati a Londra e nel resto del Regno Unito tra il 1938 e il 1939 e qui accolti grazie al programma Kindertransport che li avrebbe affidati a famiglie adottive e a centri di accoglienza. Firmato da Frank Meisler, uno di quegli stessi bambini poi diventato architetto e sculture, il memoriale The Arrival è stato installato nel 2006 e ricorda i quasi 10mila minori passati da questa stazione in fuga dalla Germania nazista e dai territori occupati di Austria, Cecoslovacchia e Danzica.

A un passo dalla stazione, nel dedalo di viuzze che si sviluppano nell’estremità settentrionale del celebre Petticoat Lane Market, un tempo il più grande mercato ebraico nonché in assoluto uno dei primi di Londra, tra Middlesex Street e Wentworth Street, sorge Sandy Row, la più antica Sinagoga ashkenazita della città.
Costruita nel 1867, aveva preso il posto di una antica chiesa di profughi ugonotti, mantenendone la struttura muraria originaria ma ribaltandone l’orientamento per rispettare l’asse tradizionale rivolto verso Gerusalemme. Quello che in origine era l’ingresso era stato così murato e vi era stata posta l’Arca, realizzata in legno di mogano e posta in un’abside. Costruita in stile neoclassico, Sandy Row presenta una sala rettangolare con soffitto piano sorretto da volte e finestre a lucernario. Il matroneo corre su tre lati sorretto da semplici colonne, mentre tutte le panche sono in legno di pino.
Girovagando nel quartiere un tempo così densamente abitato dalla comunità ashkenazita, è ormai difficile distinguere le sedi delle sue tantissime sinagoghe ormai inattive. Tra le più note, la Grande Sinagoga di Spitalfields, all’origine chiesa degli ugonotti e poi acquistata dalla comunità musulmana per farne una moschea, e la Sinagoga Princelet Street, a metà strada tra Wilkes Street e Brick Lane, oggi di proprietà dell’ente benefico Spitalfields Historic Buildings Trust. Discorso analogo vale per quelli che un tempo erano famosi teatri o cinema, dal Jewish National Theatre, all’angolo tra Adler Street e Commercial Road, al Grand Palais Yiddish Theatre, sempre in Commercial Road, al 133, oggi sede di un grossista di abbigliamento.
Qualcosa di più si può immaginare guardando la facciata, conservata in questo caso piuttosto bene, con la sua bella insegna scolpita nella pietra, della Soup Kitchen for the Jewish Poor, in Brune Street. Fondata nel 1854, originariamente in Fashion Street a Spitalfields, la mensa aveva lo scopo di fornire zuppe, pane e carne due volte a settimana, durante l’inverno, ai membri poveri della comunità. Nata per aiutare gli ebrei in fuga dai pogrom che arrivavano a Londra senza soldi né lavoro, da misura temporanea per i bisognosi in attesa di sistemarsi in città si sarebbe poi trasformata in struttura di assistenza e aiuto per ebrei anziani e ammalati. È stata chiusa nel 1992.

Come ultima tappa nel vecchio quartiere ebraico si può allungare la passeggiata fino al cimitero di Brady Street. Nascosto dietro il parcheggio di un condominio, all’incrocio con Whitechapel Road, fu aperto nel 1761 dalla nuova sinagoga ashkenazita di Leadenhall Street per poi essere chiuso per mancanza di spazio nel 1858. Vi si trovano sepolte diverse personalità del mondo ebraico londinese, con nomi importanti come quello di Nathan Mayer Rothschild, fondatore del ramo britannico della celebre dinastia bancaria, morto nel 1836 e sepolto accanto a sua moglie Hannah.
Per approfondire la storia dei luoghi visti e intravisti e conoscere quella di personaggi solo evocati, non resta infine che spostarsi a Camdem Town, presso il Jewish Museum  al 129-131 di Albert Street. Dedicato alla vita, alla storia e all’identità degli ebrei britannici, questo affascinante museo è stato fondato nel 1932 a Bloomsbury e si è trasferitosi nell’attuale sede di Raymond Burton House nel 1995. Oltre a una importante collezione di arte cerimoniale ebraica, comprende una ricchissima serie di documenti, oggetti e fotografie che testimoniano la storia della vita ebraica in Inghilterra. Le sue mostre, sia permanenti sia temporanee, sono visitabili anche online, partecipando a tour virtuali su prenotazione.

 

Camilla Marini
collaboratrice

Camilla Marini è nata a Gemona del Friuli (UD) nel 1973, vive a Milano dove lavora da vent’anni come giornalista freelance, scrivendo prevalentemente di cucina, alimentazione e viaggi. Nel 2016 ha pubblicato la guida Parigi (Oltre Edizioni), dove racconta la città attraverso la vita di otto donne che ne hanno segnato la storia.


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