Cultura
La parola sionismo

Una riflessione per andare oltre pregiudizi, preconcetti e tesi infondate

Per chi da sempre ci lavora sopra, cercando quindi di districarsi in una lunga storia, che si dipana tra Ottocento e Novecento, ci sarebbe di che mettersi le mani nei capelli. Per altri, invece, si tratta semmai di esprimere una sentenza tanto tranciante quanto inappellabile, tale poiché fondata su un letterale pregiudizio, quello per cui il preconcetto sarebbe invece garanzia, a prescindere da qualsivoglia riscontro concreto, di una piena e soddisfatta comprensione del mondo. Non importa, a conti fatti, quanto fallace se non addirittura falsa. Poiché per tanti non rileva ed importa la realtà, con le sue molte discrasie e discontinuità, bensì una qualche immagine che di essa si nutre. Anche in questo caso, a prescindere da qualsiasi verifica di merito.

Ci stiamo riferendo, in questo esergo, alla parola «sionismo». La quale, nella comune accezione di senso condiviso, ha assunto significati tra di loro molto diversi ancorché perlopiù accomunati da un valore estremamente negativo. Non a caso, ovvero soprattutto dal 1967 (Guerra dei sei giorni) ad oggi (confronto militare tra Israele e Hamas), l’accostamento all’esperienza storica del sionismo è legata, essenzialmente, ai peggiori nazionalismi storici. Quelli che nel Ventesimo secolo hanno generato politiche imperialiste, comunque autoritarie se non addirittura totalitarie. Da ciò, quindi, anche il ricorso a termini come «nazi-sionismo», al pari di «entità sionista» (un diminutivo dalla declinazione rigorosamente avversativa) e così via. Non meno che a quei rimandi ai quali – di prassi – si sovrappone il peggiore passato europeo, per l’appunto quello nazi-fascista, all’attuale esistenza dello Stato d’Israele. Posta che il secondo sarebbe, in qualche modo, a ricalco del primo. Per più ragioni, di cui ora diremo. Comunque in una sorta di transizione e traslazione perenne delle vittime al ruolo di carnefici. Nonché viceversa. Ossia, in un gioco di sostituibilità permanente.

Capiamoci da subito, poiché si tratta di un tema delicato. Nessuno, infatti, nella storia umana, è per sempre vittima oppure carnefice. Non esistono ruoli definiti una sola volta. Ancor meno trasmissibili, come tali, di generazione in generazione. Il male politico, quello che attraversa le comunità umane, non ha nessun valore metafisico. È un fatto legato ai concreti rapporti di forza, sia individuali che – soprattutto – collettivi. Riconoscere tutto ciò implica il liberarsi del bisogno di un capro espiatorio. Il quale, per capirci, è «l’essere animato (animale o uomo), o anche inanimato, capace di accogliere sopra di sé i mali e le colpe della comunità, la quale per questo processo di trasferimento ne viene liberata» (alla medesima voce dell’Enciclopedia Treccani online).

Quest’ultimo, a conti fatti, è il vero punto della questione, quand’anche i molti apologeti e gli esegeti delle posizioni di rigetto d’Israele dicano altrimenti: al nocciolo, infatti, c’è l’intimo e immarcescibile convincimento che lo Stato degli ebrei costituisca una realtà tanto abusiva quanto fittizia e, quindi, in sé totalmente patologica. Nel primo caso sarebbe tale poiché storicamente anacronistico (il prodotto del «colonialismo» bianco ed eurocentrico nell’età del suo tramonto) come soprattutto rapace e famelico di altrui risorse, a partire dalle terre indigene. Non di meno, e si tratta del secondo capo dell’accusa, fittizio in quanto si simula come necessario (la patria degli ebrei) quando invece è l’ebraismo stesso a non potere avanzare la pretesa di dare forma e sostanza ad un popolo se non a costo di originare una teocrazia. Di contro, nella narrazione prevalente, viene invece contrapposta la continuità storica e l’apparente linearità identitaria della collettività palestinese, suggellata dall’esproprio non solo di beni materiali ma anche di cultura e libertà da parte di quella ebraico-israeliana. In sostanza, un ordine adamitico, edenico, distrutto dall’impronta del dominatore. Un peccato originale, al pari della cacciata dal Paradiso.

L’una e l’altra cosa implicano che non solo Israele, nel pluralismo che lo caratterizza (quindi la sua società, l’ordinamento politico che si è dato nel tempo e cos’altro, ovvero la sua stessa storia), sia da intendersi come costruzione surrettizia, illegittima, illecita ma, per il suo stesso esistere, costituisca non di meno lo specchio delle peggiori nequizie di ciò che conosciamo come «Occidente». Nel rigetto del sionismo, e con esso dello stesso Israele, c’è molto dell’adulterazione ideologica prodotta dal cosiddetto pensiero «post-coloniale». Quest’ultimo oggi si presenta come la vera alternativa in qualsiasi progetto di emancipazione; quindi, come tale, portato sul palmo della mano in quanto illuminazione incontrovertibile nella critica al potere, destinata in prospettiva a ribaltare i rapporti di forza tra subalterni ed élite.

Il post-colonialismo, nato a partire dagli anni Cinquanta e Sessanta come necessaria rilettura pluridisciplinare dell’etnocentrismo euro-americano, al pari di una più ampia lettura dialettica del rapporto tra servi e padrone (laddove questa veniva estesa dalle metropoli industriali alle periferie rurali e dal Nord al Sud del mondo) dopo la fine del bipolarismo tra l’«Occidente» liberaldemocratico, nonché capitalista, e l’«Oriente» collettivista, ha prima integrato, e poi sostituito qualsiasi altra formula di pensiero critico. Il suo fuoco di partenza è quello del rigetto dell’egemonia culturale, oltreché politica, del punto di vista delle società colonizzatrici. Tale fattore, ossia il potere di condizionamento non solo materiale ma anche e soprattutto emotivo, affettivo, relazionale e, quindi, comportamentale, è il nocciolo del potere inteso come qualcosa di perdurante, quand’anche la presenza fisica dei colonizzatori si sia da tempo esaurita rispetto ai paesi a loro tempo già colonizzati. Il colonialismo otto-novecentesco, infatti, ha prodotto effetti non commisurabili e contemperabili solo alla temporanea signoria materiale di un paese a sviluppo avanzato rispetto a società e comunità in via di sviluppo, delle quali ne ha fatto oggetto di rapina così come di subalternità. Semmai, si tratta di un’impronta che informa di sé il pensiero, di lungo periodo, di generazione in generazione, dei colonizzati. Qualcosa che penetra, inquina, intorbida la considerazione di sé. In qualche modo legittimando ad oggi, per così dire, le diseguaglianze del mercato internazionale. Chi sta “sopra”, lo sarebbe per una tanto intrinseca quanto prefabbricata superiorità (economica e di potere, tuttavia mascherata come narrazione razziale o cos’altro). Chi sta “sotto”, invece, costituirebbe il mero oggetto e soggetto di uno sfruttamento brutale, mascherato da ragioni oggettive (quel falso “stato di natura”, per cui il “bianco” schiavizza il “nero”, ovvero il ricco costruisce le sue fortune sulle sventure dei poveri e così via).

Nella vicenda mediorientale il post-colonialismo è intervenuto soprattutto su uno specifico frangente, quello delle «identità» nazionali. Posto che tra il XIX e il XX secolo, nel mentre l’Europa e gli Stati Uniti (discorso a sé è invece quello dell’Asia e del Sud-Est asiatico) andavano definendo il loro ruolo sulla base del principio di potenza, invece i paesi sottoposti alla violenza coloniale subivano una sorta di supplemento di subalternità ed espropriazione. Non a caso, infatti, la “decolonializzazione”, ossia il rigetto dell’asservimento dei popoli colonizzati all’interesse dei colonizzatori, è ad oggi inteso soprattutto come un lavoro culturale che, in sé, dovrebbe smascherare non solo ruoli asimmetrici sul piano materiale ma anche rapporti di dominio culturale, entrambi altrimenti presentati come prodotti della “naturale” divisione tra dominanti e dominati. Non è quindi un caso se, posta la decadenza della contrapposizione tra comunismo e liberalismo, si sia imposto un ordine del discorso che coniuga la critica al capitalismo con l’avversione verso ciò che viene definito come «patriarcato» (il dominio di un  genere stereotipato, quello maschile, sul resto della società) insieme all’esaltazione della politica delle identità – intesa come massima espressione della libertà – nel momento stesso in cui si afferma di volere decostruire l’identitarismo etnicista. In buona sostanza, per arrivare al dunque,  lo scopo degli studi post-coloniali è quello di rivedere la storia da una prospettiva non occidentale, con un focus regionale e nazionale, connesso con il mutevole contesto politico, sociale e storico delle singole nazioni. L’euro e l’americo-centrismo sono letti come prodotto non di una ragione universale, che come tale va affermandosi, bensì al pari del dispiegarsi di un dominio che, attraverso i cliché sessuali, coloniali e culturali diffusisi nel tempo, occulta i rapporti materiali di potere, basati sulle infinite asimmetrie tra chi ruba e chi, invece, è derubato. Il nesso tra questa visione del mondo e il razzismo pare quindi evidente. Posto che, alla fine del XIX secolo, il razzismo medesimo, come è stato scritto, «era comunemente utilizzato per giustificare la competizione geopolitica tra gli imperi europei e nordamericani al fine di proteggere i loro interessi economici tramite lo sfruttamento delle colonie. La rappresentazione dell’identità europea come un’unità omogenea era mirata a fornire una giustificazione ideologica alla conquista di regioni extraeuropee». L’illuminismo, da questo punto di vista, non ne era per nulla estraneo, semmai fornendo le polveri da fuoco per l’arsenale delle sopraffazioni occidentali.

Il post-colonialismo, rispetto a questo stato di cose, rivendica la necessità che le società (e quindi le classi sociali) subalterne si liberino di tutti quegli elementi che ne hanno influenzato l’evoluzione nel tempo, laddove questi le vincolano ai sistemi e alle gerarchie di valori che sono invece diretta espressione – evidente oppure occulta, manifesta o celata – degli interessi dei gruppi dominanti. Nelle teorie post-coloniali non c’è solo una denuncia, così come avveniva nel marxismo, della natura strutturale delle diseguaglianze. Semmai si cerca di fare un passo in avanti, evidenziando come le differenze economiche e sociali vengano cristallizzate dentro un discorso di senso tanto comune quanto dominante basato sull’etnicismo, sul razzismo di Stato, sui profondi e insuperabili differenziali legati all’accesso al potere in base all’appartenenza corporativa di gruppo e così via. Da questo punto di vista, la funzione della critica post-coloniale risiederebbe non solo nella valutazione di ciò che è stato nei tempi trascorsi ma anche, e soprattutto, nella denuncia di come sussista, ad oggi, un sistema culturale di ordine neocoloniale che usa la divisione binaria tra ciò che è civilmente, moralmente ed etnicamente considerato come “superiore” (per l’appunto l’«Occidente») e quanti, invece, sono consegnati ad un differenziale tale da renderli, agli occhi dei molti, come soggetti in condizione di oggettiva minorità. Quest’ultima determinata da un mancato sviluppo, da imputarsi, come colpa, agli stessi “minorati”. Che sarebbero tali non per i differenziali oggettivi dettati dalle diseguaglianze globali, a partire da quelle di mercato, bensì per un loro deficit strutturale di ordine culturale, religioso e sociale.

Torniamo al dunque. Israele starebbe in un tale novero in quanto suprema (poiché ferina, feroce, ferale nonché rivendicata e quindi esibita) manifestazione dell’oppressione di un popolo colonizzatore (costituitosi proprio per esercitare un dominio assolutistico) nei confronti di una collettività subalternizzata. Anche per questo la questione palestinese sarebbe condensata dalla «tragedia di essere vittima delle vittime» (così, in una celebre espressione, Edward Said). Il sionismo, in quanto ideologia, sia pure spuria, del suprematismo ebraico-occidentale (identificando in questo caso gli «ebrei» con il «capitalismo» tout court), ne costituirebbe il definitivo suggello, esplicitando da subito l’intenzione predatoria che starebbe alla base di questa (così come di altre) imprese coloniali. Israele costituirebbe quindi, nella sua concreta esistenza e nelle politiche che pone in atto, sia all’interno dei suoi confini che sul piano regionale, la cartina di tornasole di un più generale stato di cose, dove il dominio coloniale è l’essenza dello stesso progetto politico nazionale.

L’antisionismo di cui si va parlando, a tutt’oggi, ha allora ben poco a che fare con il vecchio dibattito, intestino perlopiù alle stesse comunità ebraiche, sull’accettabilità di una risposta nazionale (e anche nazionalista) ai problemi dettati dal rapporto tra identità di gruppo e modernizzazione. Semmai è un nuovo capitolo di discussione, che si inquadra nei mutamenti di scenario che, dagli anni Sessanta del Novecento in poi, si sono determinati. Non solo in Medio Oriente. Poiché sotto assedio, per così dire, è l’idea stessa che una comunità nazionale possa costituirsi come Stato indipendente. In quanto il vero punto di attacco degli antisionisti di oggi non è la loro vicinanza al mondo palestinese – di cui peraltro si vuole conoscere poco o nulla, ancora meno nell’evoluzione del suo stesso nazionalismo – bensì l’avversione per l’idea risorgimentale, e poi novecentesca, di «nazione». Intendendo con essa, piuttosto, la concreta manifestazione di un suprematismo assolutista, sulla scorta non solo delle esperienze storiche dei fascismi ma anche dei rigurgiti di intolleranza che il sovranismo sta manifestando un po’ ovunque. Tutta l’evoluzione della traiettoria del moderno Stato è quindi riletta alla luce di questo falso e illusorio internazionalismo. Il motto «Free Palestine» è allora il vettore  di un utopico rigetto dei confini, intesi letteralmente come «borders» che cancellerebbero il diritto a ciò che oggi è qualificato come «intersezionalità», sia individuale che collettiva.

Beninteso, tutto ciò deriva anche da un reale riscontro, ossia quello per cui nel mondo arabo è infrequente che ciò che noi intendiamo come connubio tra nazione e democrazia abbia avuto concreto corso. L’antisionismo odierno, infatti, nasce dal riscontro di un fallimento non in campo israeliano bensì arabo-musulmano. Si presenta quindi come anti-imperialismo (quello altrimenti esercitato da uno Stato ebraico che vorrebbe solo divorare le terre altrui, e con esse le identità di coloro che le abitano e le vivono) quando finge di non sapere che dietro ai movimenti di re-islamizzazione –  oggi dominanti anche nei Territori palestinesi – sussiste una sola ipotesi politica, che non è per nulla nazionale ma, piuttosto, neo-imperiale

A Gaza, il modello di riferimento è la Repubblica islamica dell’Iran, non i tentativi di un Mohammad Mossadeq, di Amílcar Cabral, Jomo Kenyatta, Samora Moisés Machel e così via, a prescindere dalle opinioni che ognuno di essi nutrisse a favore o contro Gerusalemme. Il modello del califfato, o che dire si voglia, peraltro riprende vigore nel momento del riconoscimento del fallimento dei processi di secolarizzazione e di emancipazione di molte società del Maghreb e del Mashrek. Se per il post-colonialismo la necessità imprescindibile è quella di “decolonizzare” (ossia, di disintossicare) il dibattito pubblico, a partire dalle stesse parole che si usano abitualmente in esso, allora non si può non denunciare che Israele, ad oggi, sia l’alfiere, ossia la punta di diamante, di un processo esattamente capovolto, quello della colonizzazione (della «Palestina», intesa come una sorta di entità astorica, metafisica, come tale da sempre esistente e, quindi, disintegrata dai «sionisti»). Poiché all’origine dello Stato degli ebrei, al pari della ricchezza delle nazioni occidentali, si darebbe un peccato inemendabile, quello di avere costruito le proprie fortune sulle disgrazie altrui. Con un qualcosa che può oggi essere nominato apertamente come «genocidio». Le bombe a Gaza, lo strazio dei civili, l’autoreferenziale condotta di una parte delle élite dirigenti israeliane, si inscriverebbe in una trama di così antica durata. Ne costituirebbe, in altre parole, la tragica rivelazione. Non è in sé un pensiero inedito ma, ad oggi, ha ripreso vigore dinanzi sia al drammatico stallo, dagli effetti regressivi, dei rapporti tra israeliani e palestinesi, sia alla curva autocratica che non poche democrazie sociali stanno assumendo, in Europa come nel resto del mondo. Un fenomeno, quest’ultimo, dal quale lo stesso Israele non è per nulla esente. Una tale cornice ideologica si mangia quindi tutta la tela e la sua trama, a rigore di metafora. Che il sionismo nasca come risposta progressiva, tra due secoli, ai processi di autodeterminazione delle nazioni, poco o nulla interessa a chi lo traduce immediatamente in una luciferina manifestazione dell’«imperialismo». Che il nazionalismo ebraico, e la sua nervatura socialista, siano anche il prodotto di un lungo dibattito interno alle comunità politiche del tempo trascorso, così come del rigetto fisico degli ebrei dall’Europa, questa sì allora nazionalista e imperiale, poco ne consegue o deriva. Infine, che la costruzione di un «focolare nazionale», un «insediamento», non fosse il presidio di un progetto di assoggettamento del modo arabo bensì il tentativo di ripercorrere una strada nazionale che era stata disegnata, tra mille contraddizioni, prima nel Vecchio Continente e poi anche nei medesimi paesi in via di decolonizzazione, nulla in fondo interessa.

L’analisi post-coloniale, d’altro canto, trova i suoi limiti nel momento in cui identifica nel solo «Occidente» (e con esso nel «sionismo») le ragioni di tutti i mali. La complessa dinamica degli imperialismi multietnici viene qui ammutolita nel nome di un’ossessione che, prima ancora dell’essere esercizio politico, costituisce semmai una sorta di moralismo astorico. Ovvero, il prodotto di quel puritanesimo di ritorno che accompagna oramai da tempo il deragliamento del dibattito pubblico nelle nostre società, sulla base di interdizioni lessicali, di improbabili purismi linguistici, di veti e aprioristiche delegittimazioni e quant’altro. In un clima isterico. Tutti elementi, tra di loro riuniti, che fanno parte non di una riconquista del campo della politica da parte della società ma, piuttosto, di un definitivo divorzio tra la prima, che è sempre meno il luogo delle decisioni che contano, e la seconda, completamente assorbita dal bisogno di rincorrere le identità particolariste di contro alla tramontante uguaglianza universalista.

Anche per questo ha ragione chi afferma che il vecchio/nuovo antisionismo non è il figlio del solido (e solito) antisemitismo – tanto arabo quanto euroamericano – e ancora meno di una presunta “ignoranza” dei fatti storici bensì di una subcultura del boicottaggio di sé stessi, senza per questo volere perdere le proprie prerogative e i propri eventuali privilegi. La cosiddetta «cancel culture» si inscrive in questa onda lunga, assumendo come vettore promozionale l’avversione per una certa idea di «Occidente», della quale Israele ne è parte integrante, contro la quale levare scudi e asce, barriere e lance. La critica al “sionismo”, inteso come estrema manifestazione dell’etnocentrismo, si inscrive quindi in questa dinamica di lungo periodo.

Rimane poi il resto. Cerchiamo quindi di capirci, per venire infine all’ultimo passaggio. In nessun conflitto, tra singole persone così come anche tra comunità – posto che quest’ultimo è tale poiché vede parti tra di loro contrapposte per un unico obiettivo collettivo – sussiste una sola ed esclusiva ragione. Bisogna quindi sempre e comunque contemperare i diversi punti di vista. Non per facile e gratuito esercizio di bilanciamento di circostanza (ossia, un colpo al cerchio ed uno alla botte) bensì per un necessario equilibrio razionale. Ovvero, per quella condizione che non nasce dall’essere «buoni» (“riconosco le tue ragioni cancellando, al medesimo tempo, le mie”) bensì per un’insuperabile e insindacabile necessità di convivenza (“potrò continuare ad esistere solo qualora riconosca che anche tu, come collettività, esisti”).

Va riaffermato ciò, se non altro, perché da sempre i contendenti in campo nel conflitto tra palestinesi e israeliani – invece – rivendicano per sé stessi una motivazione tanto piena (“noi”) quanto esclusiva (quindi, per capirsi, “solo noi!”). Qualcosa, per intendersi, del tipo: “siamo noi ad avere pieni ed esclusi diritti; gli altri, nella migliore delle ipotesi, possono coesistere con noi medesimi solo ed esclusivamente per nostra concessione”. Quel ripetuto riferimento al «noi», inteso come una sorta di dimensione totalizzante, è assai spesso alla radice delle contrapposizioni storicamente irrisolvibili. Poiché non è mai una motivazione razionale e ragionevole bensì la negazione del fare coesistere, al medesimo tempo e negli stessi spazi, diverse ragioni. Tema in sé troppo complicato? No, francamente non lo è. Anche se nell’età populista che stiamo vivendo, invece, rischia di essere liquidato come un esercizio meramente intellettualistico. Quindi, una sorta di inutile elucubrazione. Poste queste premesse, va riconosciuto e ripetuto che nella storia si danno sempre ragioni e interessi non solo concomitanti ma anche interagenti. Cosa vuole dire tutto ciò, alla resa dei conti? Il primo riscontro è che nessuna contrapposizione, nel corso del tempo, tanto più a partire da quelle sulla sovranità territoriale, si risolverà in un solo modo. Ovvero, con l’esclusiva prevalenza di una parte sull’altra. Se ciò è forse valso nell’Ottocento, al momento della formazione e del consolidamento degli attuali Stati nazionali, ossia in un’epoca comunque completamente diversa da quella che stiamo vivendo, oggi non è più così. Soprattutto nei conflitti localizzati, tali poiché mettono in contrapposizione l’esistenza di un piccolo Stato nazionale (nel qual caso Israele) con le aspettative e le rivendicazioni di una comunità politica e sociale che non è (ancora) divenuta nazione indipendente (i palestinesi). La prima cosa da osservare, a tale riguardo, è la dimensione spaziale, per ricondurre il tutto a scale di grandezza concrete: Israele non è più grosso della Lombardia, solo per rifarci a concrete scale di confronto. I territori palestinesi equivalgono alla metà della Basilicata. Nel caso arabo-israelo-palestinese c’è una variabile imprescindibile, che i più fingono di non volere comprendere: i fazzoletti di terra, “ferocemente” rivendicati dall’una come dall’altra parte, sono la linea elementare di esistenza di due comunità politiche e sociali – sia pure, ad oggi, rispettivamente con un diverso grado di sviluppo istituzionale – oltre la quale si pone, per ognuna di esse, il nulla, il vuoto, la condizione diasporica una volta per sempre

Il problema, quindi, per capirsi, non è solo politico bensì esistenziale. Anche per una tale ragione, nel tempo che stiamo vivendo, il gioco delle parti si è essenzialmente basato sull’altrui de-legittimazione, così come sulla de-umanizzazione. Nel primo caso si afferma che la controparte non esista. Nel secondo si dice che la sua presenza possa costituire una perversione dell’idea di umano. È bene fare allora tutti, nessuno escluso, un esercizio critico: nella storia non solo del pensiero politico ma anche della vita associata, quanto del nome «sionismo» è stato legato, di volta in volta, alla perversione del carattere umano, indicando, con il rimando ad una tale parola, al capovolgimento del rapporto tra giusto e ingiusto, tra accettabile e intollerabile? Ci sono più ragioni in gioco, nel conflitto tra israeliani e palestinesi, ma una sola razionalità, quella che dovrebbe derivare dal ricondurre il tutto a un confronto negoziabile tra comunità nazionali diverse. Così, nei fatti, invece non è. Da questo specchio perverso tra de-legittimazioni e de-umanizzazioni, forse, varrebbe la pena di ripartire per comprendere quale sia la vera posta in gioco, nel confine tra umano e disumano. Un po’ ovunque, non solo a Gaza e oltre i suoi confini ma anche nel mondo.

 

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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